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giovedì 11 febbraio 2016

peppa pig e la filosofia

Il libricino di Monia Andreani si inserisce in quel filone che intreccia filosofia e cultura popolare, che indaga il pop attraverso le categoria filosofiche e racconta la filosofia tramite i personaggi dell'immaginario collettivo e i fenomeni popolari. Così Peppa Pig e la filosofia riconosce nel cartone animato inglese un prodotto epocale di sintesi di un obiettivo educativo, adattato ai piccolissimi e predisposto per la costruzione sociale delle generazioni adulte del futuro prossimo, che concentra conformismo alle regole e orientamento al fare, al produrre, all'essere inseriti in una società ben ordinata e dai chiari principi valoriali: Peppa Pig sarebbe il prototipo a misura di bambino di una società globalizzata e multiculturale, ordinata e funzionante.
Peppa Pig è erede del cortometraggio Disney de I Tre Porcellini (1933), la fiaba forse più utilitaristica di sempre il cui successo la dice lunga su quella che era la necessità educativa di un mondo già globalizzato che stava attraversando una grande crisi economica. Il cartone è potenziale erede, forse, anche della serie televisiva Heidi, ma la maialina è un'eroina conservatrice e convenzionale, distante da una Heidi o da una Pippi Calzelunghe, entrambe dotate di una forte personalità e di una mancanza di adeguamento alle regole imposte.

giovedì 2 maggio 2013

la filosofia di topolino

Ne La filosofia di Topolino Giulio Giorello accosta il Topo della Disney - "per spregiudicatezza nel mettere in discussione la costellazione degli stereotipi", per il suo essere "un maestro di libertà creativa" contro ogni gabbia metafisica, per il suo "sguardo 'arduo e fecondo'" con cui "riesce a cogliere in qualsiasi situazione quegli aspetti del mondo che i pregiudizi rischiano sempre di occultare" - ai più importanti filosofi, scienziati, antropologi e intellettuali del Novecento. Se agli esordi Topolino è "una sorta di ragazzaccio anarcoide" e col tempo, invece, si "è tramutato gradualmente in un buon borghese, che affronta mostri e criminali in difesa della 'società aperta'", il Topo pensante "tutto legge-e-ordine" conserva comunque i tratti della propria nascita ribelle, presentandosi come "giustiziere anche al di sopra della legge, Topo d'ordine e insieme ribelle in nome di quegli ideali di giustizia che le autorità sono state le prime a violentare", come "un ostinato dissenziente capace di battersi contro ogni forma di prevaricazione, anche se l'esito non è affatto scontato e la vittoria non è sempre dietro la porta. La sua parabola risulta, allora, filosofica nel senso pieno del termine: quello che Gottfredson e i suoi sceneggiatori hanno modellato è un Topo sempre più dubbioso sul significato dell'Universo e il complicato mondo che uomini e topi hanno costruito".
Un Topo che pensa, che dubita, per cui ricerca e avventura - "il piacere della scorribanda intellettuale e il desiderio di esperienze sempre nuove" - non hanno mai fine, che unisce alla "spregiudicatezza nell'affrontare fisicamente il pericolo" anche una certa "audacia intellettuale", che è sempre pronto a imparare un po' da tutte le diversità che le varie forme di vita presentano, sfruttando la ricchezza che tale pluralismo comporta, che è capace - citando James Joyce - di "liberare la mente dalla schiavitù della propria mente".

martedì 20 dicembre 2011

tutti quanti vogliono essere un gatto



lunedì 28 novembre 2011

la voce delle onde e la sirenetta

More about La voce delle ondeIn una piccola isola nipponica, un giovanissimo pescatore - educato dal mare e dalla voce delle sue onde - non conosce le maniere di amare, non avendone potuto apprendere alcun modello dal cinema o dai romanzi. Le imparerĂ  insieme a una ragazza, da poco tornata su quell'isola.
Ancora un romanzo - questo La voce delle onde di Yukio Mishima - acquatico, liquido, semplice ed insinuante.
Una citazione divertente è questa del fratellino del protagonista che, in gita scolastica, va per la prima volta al cinema e ne racconta l'esperienza in una cartolina alla madre: 
La prima sera a Kyoto ci permisero d'andare dove volevamo, e così Sochan, Katchan e io ci siamo recati subito in un grande cinematografo nelle vicinanze. Era lussuoso come un grande albergo. Ma le sedie ci parvero terribilmente strette e dure, e quando cercammo di sederci era proprio come stare appollaiati su un poggiatoio per galline. C'indolenzivano il sedere, e perciò non riuscivamo a star comodi.
Dopo qualche minuto, dietro di noi un uomo gridò: "Seduti lì davanti! Seduti lì davanti!" Ma noi già stavamo seduti, e pensammo che quello volesse scherzare. Ma allora un signore molto cortese ci mostrò come dovevamo fare. Ci disse che i sedili erano pieghevoli e che se li avessimo spinti in giù si sarebbero trasformati in poltrone. Ci grattammo la testa, consci di aver commesso uno stupido errore. E quando li spingemmo in giù, divennero realmente poltrone, abbastanza soffici anche per l'Imperatore in persona.

Proprio pochi giorni prima di leggere tale scena, mi era tornata in mente un'immagine di un lungometraggio Disney, La Sirenetta: quando Ariel incontra sulla superficie del mare il gabbiano che le mostra i suoi tesori, cose molte delle quali la sirenetta non ha mai visto, come ad esempio una forchetta; ma lei non sa cosa sia, a cosa serva, come si usi, e a dire il vero neanche il gabbiano che l'ha trovata, presa e conservata, e che le spiega che è un arricciaspiccia, cioè un attrezzo per pettinarsi, cosa che subito Ariel inizia a fare con quell'oggetto. In comune queste due scene hanno l'idea che dietro a / prima de / intorno a le tecnologie - del pettine o del sedile pieghevole - c'è sempre una cultura, una mentalità, senza le quali quegli stessi oggetti non funzionano "correttamente" o non funzionano punto. Insomma, la tecnologia non è solo l'oggetto, la macchina, ma tutto un modo di essere e agire.

venerdì 11 novembre 2011

l'apprendista stregone

«La moderna societĂ  borghese, che ha evocato come per incanto così colossali mezzi di produzione e di scambio, rassomiglia allo stregone che si trovi impotente a dominare le potenze sotterranee che lui stesso abbia evocate», scriveva Marx nel Manifesto del Partito Comunista, utilizzando, per spiegare come l'avvento del socialismo sarebbe stata una necessitĂ  storica prodotta dallo stesso sviluppo dialettico del capitalismo – che aveva generato gli stessi uomini e armi che lo avrebbero abbattuto – una metafora tratta dalla ballata di Goethe L'apprendista stregone.
Composta nel 1797 e ispirata a un episodio de L'amante del falso di Luciano di Samosata, la ballata di Goethe racconta di un giovane apprendista che, ricevuto dal maestro l'ordine di pulire le stanze durante la sua assenza, si serve di un incantesimo  per dare vita a una scopa che compia il lavoro al posto suo. La scopa agisce come le è stato ordinato, ma finisce per allagare le stanze, senza che l'apprendista sappia come fermarla se non provando a spezzarla in due con l'accetta, ma ottenendo il solo risultato di raddoppiarla. Solo il ritorno del maestro stregone rimedierĂ  al disastro.
Dall'opera letteraria, il compositore francese Paul Dukas ricavò l'impianto di un poema sinfonico, e alla storia si è ispirato anche un episodio del film d'animazione Disney Fantasia  con protagonista Topolino , a sua volta parodiato da Grattachecca e Fichetto in un episodio de I Simpson.

mercoledì 2 marzo 2011

indisciplinata alice

Alice, diversamente da altre eroine della favole, non ha bisogno di madrine, cacciatori o fatine buone, le bastano il suo spirito e la sua ingenuitĂ  per navigare attraverso il Paese delle Meraviglie con successo. Nella versione di Carroll o di Disney (come eroina disneyana Alice è la precorritrice delle forti figure femminili di Belle e Mulan), il viaggio di Alice attraverso il Paese delle Meraviglie è stato a lungo visto come un racconto di identitĂ , autonomia, maturitĂ , è stato interpretato come la storia di una giovane donna che ha il mondo davanti a lei, pronta a imbarcarsi nell’avventura della vita, che cambia se stessa, primariamente mangiando e bevendo, per adattarsi. Alice fa incontri di ogni tipo, si mette alla prova, assaggia la vita intorno a sĂ©, e una volta che ha appreso le combinazioni giuste per adattarsi al mondo e stare bene con se stessa, è introdotta in un bellissimo mondo in cui lei possiede saggezza, potere e prestigio.
Come per istinto, Alice segue il Bianconiglio giù nella tana senza considerare neanche una volta come sarebbe potuta uscirne di nuovo. Mentre sta atterrando, non prova paura, ma piuttosto si impegna nel capire ciò che la circonda e si interroga su quanto in profondità sia caduta. Questa sicurezza, selvaggia e impetuosa, indomabile e intrepida, conduce Alice in salvo attraverso il Paese delle Meraviglie. Alice inizia a rifiutare la realtà femminile che sua sorella ha scelto, una passiva complicità, un compiuto ruolo tradizionale femminile: né starsene seduta a leggere, né fare collane di margherite, Alice segue il Bianconiglio giù per la sua tana e così sceglie di assumere un ruolo attivo nel mondo.
Nel capitolo VI, “Maiale e pepe”, Alice si ritrova davanti alla porta della Duchessa e bussa, ma senza profitto. Segue un dialogo con la Rana-Fante: “Ma cosa devo fare?”, chiede Alice. “Quello che vuoi”, risponde il Fante iniziando a fischiare. La risposta della Rana-Fante, “Quello che vuoi”, apre ad Alice ogni possibilitĂ . Qui lei impara che le norme della societĂ  che potrebbe seguire in realtĂ  significano molto poco. Lei ha in se stessa il potere di fare qualsiasi cosa.
Il mondo di possibilitĂ  per una donna che il Paese delle Meraviglie offre ad Alice include una prospettiva di indifferenza verso la maternitĂ , che nell’Inghilterra vittoriana era la funzione primaria della donna. Il Piccione presenta ad Alice un primo sguardo sulla maternitĂ , esprimendo le sofferenze che comporta il ruolo di madre. Il loro incontro inizia con il Piccione che becca un’Alice dal collo lungo, strillando “Serpente. Sei un serpente, non c’è modo di negarlo. Suppongo che adesso mi vorresti dire che non hai mai assaggiato un uovo”. “Ho assaggiato uova, certo”, risponde Alice, che è una ragazza molto onesta, “ma le ragazze mangiano le uova tanto quanto i serpenti”. In questo scambio, Alice  non riesce a provare compassione per lo stato del Piccione come una ragazza incline alla maternitĂ  dovrebbe fare. Il Piccione chiama Alice dal collo lungo “serpente”, non rifiutando questo ruolo per quello materno del Piccione, Alice si schiera con il serpente, predatore di piccioni e uova. Rifiuta la maternitĂ , almeno per il momento, e rivendica la propria autonomia. Il successivo incontro con la vita materna per Alice è quello con la Duchessa, che accudisce uno strillante bambino in una fumosa cucina. In questo caso Alice non esibisce la “sindrome del bel bambino”, vedendo ogni infante come amabile, non importa quanto brutto, semplicemente perchĂ© è piccolo. Alice mostra una prospettiva razionale e moderna sulla maternitĂ , che non è un requisito in sĂ©.
Lo spirito indipendente di Alice la conduce nel mondo tutto maschile del tea party del Cappellaio Matto. Il misogino Cappellaio disprezza la metodica e contemplativa Alice, la cui decisione di abbandonare questo spazio sciovinistico segna l’arrivo nel giardino visto all’arrivo nel Paese delle Meraviglie, e con esso arriva il rispetto: una volta nel giardino, Alice è onorata per ciò che è, le carte si inchinano a lei. Ma un nuovo affronto all’intelligenza di Alice viene da un personaggio femminile che vuole che Alice mostri i tratti stereotipati di una donna passiva: la Duchessa. Molte volte Alice nota quanto sia molto brutta; la Duchessa è anche dell’altezza giusta per posare il suo mento sulla spalla di Alice, sprofondandocelo fastidiosamente. La Duchessa cammina con Alice proferendo una morale per ogni cosa, in realtĂ  insensati clichĂ© per riempire il tempo, infossando il mento nella spalla di Alice ogni volta. In due occasioni la Duchessa mette in questione i pensieri di Alice: “Stai pensando a qualcosa, mia cara, e questo ti fa dimenticare di parlare”. “Pensi di nuovo?”, chiede la Duchessa con un altro affondo del suo mento piccolo e affilato. “Ho diritto a pensare”, risponde Alice seccamente. “Tanto quanto ne hanno i maiali di volare”, dice la Duchessa.
Alice dĂ  mostra della propria intelligenza un’ultima volta quando è chiamata a testimoniare al processo. Alice sfida le regole e alla fine dice alla corte quello che è: “Non siete altro che un mazzo di carte!”. La sua crescita fisica rispecchia il suo sviluppo sociale, psicologico ed emotivo. Alice è diventata una giovane donna pienamente realizzata che è pronta a sfidare chiunque, specialmente coloro che offuscano la veritĂ .

(da Megan S. Lloyd, Unruly Alice: a feminist view of some adventures in Wonderland, in Alice in Wonderland and Philosophy)

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