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lunedì 20 maggio 2019

dharma

Erano proprio gli stessi giorni della conferenza di Monaco: regnava un'atmosfera sinistra. [...] Io avevo già preso la decisione che, in caso di guerra, avrei disertato. [...]
Allora pensavo di essere perfettamente lucido, ma lo si è mai quando bisogna decidere qualcosa di grave? Non credo all'imperativo categorico. [...] Pretendere di comportarsi sempre secondo quanto prescrivono delle massime universali è assolutamente insensato, se non assolutamente ipocrita. [...]
Non esiste una regola universale che prescriva a ciascuno come si deve comportare: l'individuo porta in sé il suo dharma [dovere, legge]. [...]
L'unico rimedio è che ciascuno cerchi di determinare il più chiaramente possibile il proprio dharma, che può essere soltanto individuale. Il dharma di Gauguin è stato la pittura. Il mio, come me lo immaginavo nel 1938, mi sembrava evidente: dedicarmi alla matematica con tutte le mie forze. Il peccato sarebbe stato soltanto lasciarmene distogliere.
Non ignoravo il Critone, né la prosopopea delle leggi immaginata da Socrate. Ma fra l'obbedienza suprema che questi tributa alle leggi della patria e la disobbedienza civile [...] non mi sembrava che la prima fosse da preferirsi alla seconda. [...] Del resto [...] non si trattava affatto del diritto di disobbedire a leggi ingiuste, bensì del dovere di disobbedirvi, il che è completamente diverso: il dovere [...] consiste nel disobbedire alle leggi non appena si è convinti, in coscienza, che esse siano fondamentalmente ingiuste, e ciò senza curarsi delle possibili conseguenze.

(André Weil, Ricordi di apprendistato. Vita di un matematico).

mercoledì 28 agosto 2013

coraggio, mangiami

"Tu sei come... come un cannibale o qualcosa del genere. Non vedi che stai divorando carne umana? Che stai... stai fabbricando paralumi con la pelle della gen..."
"Oh Cristo."
"Non voglio essere io il tuo carburante, il tuo cibo."
"Io per te lo farei. Io mi farei divorare da te."
"Io non voglio che tu ti faccia divorare da me. E non voglio divorarti. Non voglio usarti come carburante. Non voglio niente da te. Non è che tutti sentano il desiderio di divorarsi costantemente l'un l'altro, non è che tutti vogliano..."
"Tutti ci divoriamo l'un l'altro, costantemente, ogni giorno."
"No."
"E invece sì. È quello che facciamo in quanto esseri umani."
"Per te ovunque è sangue e vendetta, ma c'è molto di più, o piuttosto molto di meno, in tutto ciò. Non tutti sono talmente arrabbiati e così disperatamente affamati..."
"Puoi mangiarmi."
"Che schifo. No."
"Ti renderò più forte."
"Ne ho abbastanza, di te."
"E invece no. Tornerai. Avrai sempre bisogno di me. Avrai sempre bisogno di qualcuno su cui sanguinare. Perché tu sei un essere incompleto, John, e..."

Oh John, non sarò io a guarire né te né voialtri. Ci ho provato milioni di volte a salvarti, ma era talmente sbagliato per me desiderare di salvarti perché in realtà volevo mangiarti per rendermi più forte, volevo solo divorarvi tutti, io ero un cancro... Oh, ma lo faccio per voi. Non vedete che lo faccio per voi? Ho fatto tutto questo per voi. Faccio finta che non sia così ma l'ho fatto per voi. Vi divoro per salvarvi. Vi bevo per farvi nuovi. Mi ingozzo di tutti voi e resto in piedi, gocciolante, le mani chiuse a pugno, le spalle che si alzano e si abbassano... E sembrerò un idiota, striscerò, grondante di sangue e di merda, e... Non c'è un posto in cui io mi fermo e cominciate voi. Sono esausto. Sono in piedi di fronte a voi, 47 milioni, 54, 32 quanti siete, non so, capite che cosa intendo dire... e dov'è il mio reticolo? Non sono sicuro che voi siate il mio reticolo. A volte so che ci siete e a volte non ci siete e a volte quando sono sotto la doccia e mi sto grattando la testa con entrambe le mani penso a tutti voi, ai vostri milioni di gambe e di braccia sotto milioni di edifici che trascinate e muovete, spezzate, creando nuovi edifici, e in quel momento io sono con voi, quando siete sotto a quel cazzo di edificio, voi scolopendre e tutto il resto voi figli di puttana... Non sapete che sono legato a tutti voi? Non sapete che sto cercando di pompare sangue dentro di voi, che tutto questo è per voi, e che vi odio tutti quanti, tutti voi figli di puttana... Che cazzo vi ci vuole a voi figli di puttana che cosa cazzo ci vuole che cosa volete quanto volete, perché io ci sto e me ne starò di fronte a voi e alzerò le braccia in segno di resa e vi offrirò il petto e la gola e aspetterò, è da così tanto di quel tempo che sono vecchio, ormai, per voi, per voi, voglio una cosa rapida che mi trapassi da parte a parte... Coraggio, avanti, fatelo, fatelo; figli di puttana, fatelo, fatelo una buona volta, finalmente finalmente, finalmente.

Questi due passaggi tratti da L'opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers, mi sembrano filosoficamente accostabili a ciò che Jacques Derrida tenta di definire e decostruire con l'uso del termine fallogocentrismo o, meglio, carno-fallogocentrismo: «con questa parola-baule»  scrive Simone Regazzoni in un delle sue undici tesi su Derrida raccolte ne La decostruzione del politico  il filosofo francese «tenta di nominare la struttura in cui, secondo un’essenziale e originaria relazione tra il logos, il mangiare e il fallo, si costituisce l’idea di soggetto sovrano». Nella conferenza pronunciata nel 1971 in occasione del centesimo anniversario della nascita di Valéry, Derrida commenta alcuni passi dei Cahiers del poeta francese – «Nulla di più stupefacente di questa parola “interiore”, che si intende senza alcun rumore e si articola senza movimento. Come in circuito chiuso. Tutto viene a spiegarsi e a dibattersi in questo cerchio simile al serpente che si morde la coda [queue(«Qual quelle». Le fonti di Valéry, in Margini della filosofia) – segnalando come l’immagine di una soggettività, di un’interiorità che si parla e si ascolta da sé, nella parola interiore, non è affatto quella di un’immediata identità, quanto piuttosto il segno di uno stacco – una pausa, una stasi, un arresto –, un ritardo su se stessi. E giocando sulla parola queue – «termine che in francese significa “coda” ma anche, in una accezione volgare, “pene”» (Regazzoni) –, scrive: «Il cerchio ruota per annullare lo stacco e dunque, al tempo stesso, a sua insaputa lo significa. Il serpente si morde la coda, questo non comporta soprattutto che esso alla fine si ricongiunga senza danni in quell’auto-fellatio riuscita di cui, in verità, è tutto il tempo che stiamo parlando».
Alla velocità – nulla o infinita che sia – del circolo lo stacco del soggetto è comunque segnato, significato, la ricongiunzione con sé non è senza danni, non è una sovrana, autonoma, indipendente auto-fellatio riuscita. La sovranità del soggetto libero – nel suo concetto più e meglio accreditato –, autodeterminato, emancipato, affrancato, dall’illimitato potere, onnipotente, è decostruita.
«Decostruire il carno-fallogocentrismo non significa porre fine all’esperienza del mangiare l’altro – in altri termini all’esperienza stessa. Si tratta piuttosto di pensare un’altra economia del mangiare in cui il mangiare l’altro (in tutti i sensi) non sia solo un modo per nutrire sé, per nutrire un se stesso che desidera accrescere la propria potenza e ipseità, ma un modo per dare da mangiare all’altro, per lasciar mangiare l’altro, in sé, secondo una regola di giustizia e ospitalità infinita per cui non si mangia mai da soli, ma sempre in condivisione con l’altro» (Regazzoni).

venerdì 9 agosto 2013

great teacher bocchan

All'immersione nella lettura della serie di volumetti del manga GTO (Great Teacher Onizuka), ho accostato l'intermezzo/diramazione del romanzo di Sōseki Natsume Il signorino, visto che per l'insegnante protagonista della serie a fumetti rappresenta uno dei suoi libri preferiti. E le analogie tra i due caratteri del grande insegnante Onizuka e del bocchan (signorino/ragazzino) non sembrano essere davvero pochi.

"Se vogliamo che una persona si scusi sinceramente, l'unico sistema è suonargliele di santa ragione, fino a fargli rimpiangere davvero di essersi comportato male", anche se questa persona fosse uno studente, che poi... "Altro che bambini... quei ragazzi erano più grossi di me! Quindi avevo tutti i diritti di punirli e ripagarli della stessa moneta".


domenica 21 luglio 2013

esercito di titani

Quando entro nei supermercati illuminati, dove tutto è esposto in scaffalature, dove gente che già sembra oscura per il contatto materiale che ha con la merce sistema carrellate di prodotti, io penso al cono d'ombra che si stende dietro le margarine, gli shampoo, le latte di conserva. Tutto quanto è inanimato, inerte, disponibile e alla mano, ha chiesto il saldo di un'inerzia più dolorosa e sofferta, fatta dei calli interiori di animali grossolani. Un esercito di titani, che l'umanità non vede, è al lavoro per azionare la macchina, per mettere mano ai tiranti e alle catene dei grassi polinsaturi che entrano nelle bocche del pianeta. A ogni bolo ruminato nelle cucine o nei campi profughi, corrisponde una forza pari e contrapposta, spesa dai muscoli e dalle volontà di questi atlanti. Nell'occhio bovino con cui tornano a casa si intravede la scintilla della grande esposizione.
Chi organizza la palude incomincia a ignorare che nel fango cresce una specie anfibia e crudele che rovescerà il suo regno. Gli animali di questa specie sono gli ultimi esemplari di asceti resistenti a tutto, anche a se stessi. 
Il secolo anonimo dei titani è appena all'inizio.

Sembra ritornare il goethiano (ma non solo) apprendista stregone, che si trova impotente a dominare le potenze sotterranee da lui stesso evocate e di cui Marx fa una delle metafore della materiale dialettica storica e della lotta di classe di un esercito di titani che, cresciuti nel fango e ignorati da chi la palude l'ha organizzata, rovescerà alla fine il regno.


sabato 29 giugno 2013

una vita da portiere (di calcio)

"Ho capito ed imparato subito che la palla non arriva mai da dove te l’aspetti. Mi è servito più tardi, nella vita, soprattutto a Parigi, dove non ci si può fidare di nessuno. Dopo tanti anni, dopo avere visto tante cose, quello che so di più certo sulla moralità e sul rispetto degli uomini, sul dovere e sui diritti, mi viene dallo sport e l’ho imparato nel Racing"

(Albert Camus, 1957).


sabato 15 giugno 2013

né gregge né pastore

Io non sono né il gregge né il pastore. Sono qualcosa d'altro. Interamente.

(Psylocke in Uncanny X-Force 6, storia di Sam Humphries del 2013)


giovedì 25 aprile 2013

resistenza

«Sì [la decostruzione è la resistenza] significa non cedere al potere occupante, a qualunque egemonia. Ho sempre sognato la resistenza, voglio dire la Resistenza francese. Fin da quando ero bambino, troppo giovane per farla, ho sognato la Resistenza, mi identificavo con gli eroi di tutti i film di resistenza: clandestinità, bombe sulle rotaie, cattura di ufficiali tedeschi».
(Jacques Derrida, Papier Machine

«Naturalmente i miei fantasmi eroici vanno spesso – credo che valga per molti francesi della mia generazione – verso il periodo della Resistenza, che non ho conosciuto: allora non ero né abbastanza vecchio, né in Francia. Giovanissimo, e sino a un periodo piuttosto recente, mi facevo scorrere nella immaginazione il film di uno che, la notte, piazza delle bombe sulla ferrovia: far saltare la struttura del nemico, installare un ordigno a scoppio ritardato, e poi assistere all’esplosione o almeno sentirla da lontano. Vedo benissimo che si potrebbe illustrare questa fantasmatica compulsiva con delle operazioni decostruttive che consistano nell’installare discretamente, con un meccanismo a scoppio ritardato, degli ordigni che di colpo rendano inutilizzabile una via di transito, dove il nemico, ormai, non potrà più passare tranquillamente, senza badarci. Anche l’amico, del resto, dovrà vivere e pensare altrimenti, sapere dove si avanza, con più vigilanza».
(Jacques Derrida, «Il gusto del segreto»)

martedì 8 gennaio 2013

insegnare, perdonare

Probabilmente si insegna sempre per farsi perdonare.
(Jacques Derrida, Perdonare)


mercoledì 2 gennaio 2013

è un gesto doloroso, questo...


È un gesto doloroso, questo. Da Sempre. Ogni volta che sfodero gli artigli, mi lacero la carne. Ma, dopo qualche milione di snikt, non me ne accorgo quasi più. Sguainare gli artigli mi fa male. Ogni volta. Ma che succederebbe se non lo facessi? Chi si farebbe male?

(Wolverine in Wolverine & the X-Men 10, storia di Jason Aaron del 2012)


domenica 30 dicembre 2012

le tempeste hanno un'infinità di sfumature...

Le tempeste hanno un'infinità di sfumature. Come le persone. Finché rimango fedele a me stessa... non vedo motivo di scusarmi per come appaio agli altri.

(Tempesta in Uncanny X-Men 246, storia di Chris Claremont del 1989)


sabato 29 dicembre 2012

è dura scrivere una tesi di filosofia etica...


È dura scrivere una tesi di filosofia etica e, contemporaneamente, salvare il mondo. Ma voglio provarci.

(Shadowcat in Uncanny X-Men 211, storia di Chris Claremont del 1986)

martedì 8 maggio 2012

e se nietzsche ti vedesse adesso?

Pensavo che siccome mia sorella era così carina e autoritaria avrebbe fatto una vita favolosa. Ma era troppo fredda e troppo religiosa. Diceva che il Cristo sarebbe stato il suo unico sposo. Roba da suore, sicuro. Non avrebbe potuto pensare cose simili senza un'influenza esterna. Venne fuori dalla camera da letto.
Dissi: - Come sta Geova stasera? Che cosa ne pensa, Lui, della teoria dei quanti? La prossima volta che ti vedi con Jahvè digli che avrei qualche domandina da fargli. Oh Signore Santissimo Geova, guarda la tua timoratissima adorante ai tuoi piedi, sta blaterando il suo stupido vaniloquio. Oh Gesù, ella è santa. Cristolino zomparello, ella ti è consacrata. Oh Spirito Santo, oh Triplice Ego santamente infuso, facci uscire dalla Depressione. Conserva le nostre riserve auree. Colpisci la Francia ma, per l'amor di Dio, fa' prosperare noialtri! Oh Geova, nella tua infinita mutevolezza vedi un po' di cacciare qualche soldino per la famiglia Bandini.
Mia madre disse: - Vergognati, Arturo. Vergogna.
Salii sul divano e urlai: - Io rigetto l'ipotesi Dio! Basta con la decadenza di questo cristianesimo fraudolento! La religione è l'oppio dei popoli! Tutto ciò che siamo o che speriamo di essere lo dobbiamo al demonio e ai suoi pomi proibiti!
Mia madre cominciò a seguirmi con la scopa, minacciandomi con la saggina sulla faccia. Spinsi la scopa da parte e saltai sul pavimento. Quindi mi tolsi la camicia e rimasi nudo dalla cintola in su. Piegai il collo verso di lei.
- Sfogate la vostra intolleranza, - dissi. - Perseguitatemi! Mettetemi su un letto di tortura! Esprimete il vostro cristianesimo! Fate che la Chiesa Militante mostri la sua anima sanguinaria! Mandatemi sulla forca! Infilate ferri incandescenti nei miei occhi. Bruciatemi sul rogo, cani cristiani!
Girai la schiena e andai alla finestra.
- Cani cristiani, - dissi. - Sciacalli, donnole, puzzole, asini.
- Sei pazzo, - disse.
- Non chiamatemi pazzo, - dissi. - Mezzesuore nevrotiche, frustrate, inibite, sciocche, bavose!
Andarono a letto. A me il divano-letto. Quando la porta fu chiusa dietro di loro tirai fuori le riviste e le ammucchiai sul letto. Ero contento di poter ammirare le ragazze alla luce in una stanza grande. Era molto meglio di quello stanzino puzzolente. Parlai con loro per circa un'ora, con Elaine, con Rosa, e alla fine un incontro di gruppo, con tutte loro radunate intorno a me. Ma dopo un po' ne fui tremendamente stanco, perché cominciai a sentirmi sempre più idiota. Tutto era diventato assai odioso e pensai: "Ma guardati! Eccoti qui seduto a parlare con un branco di prostitute. Un bel superuomo sei diventato! E se Nietzsche ti vedesse adesso? E Schopenhauer, che ne direbbe? E Spengler! Oh, Spengler ruggirebbe! Pazzo, idiota; porco, bestia, lurido sorcio spregevole, piccolo porco disgustoso!" D'un tratto feci un fascio di quelle figure e le stracciai, le feci a pezzi e le gettai nella tazza del cesso. Poi strisciai di nuovo a letto e scalciai via le coperte. Mi odiavo talmente che mi sedetti sul letto pensando alle cose peggiori che potessi pensare sul mio conto. Alla fine ero talmente esecrabile che non si poteva far altro che dormire.

sabato 28 aprile 2012

se dio è bene assoluto...

Joyce era in salotto e leggeva, circondata da libri. Le rivolsi un rapido sguardo. Era il ritratto di una calma colossale, con il suo gran pancione appoggiato sul grembo come fosse un essere distinto. Dietro gli occhiali da lettura i suoi occhi grigi erano chiari e bellissimi. Era seduta con una dozzina di libri accanto, alcuni sul tavolinetto basso, altri appoggiati uno sull'altro vicino a lei sul divano. Stava leggendo Chesterton, Belloc, Thomas Merton e François Mauriac. C'erano libri di Karl Adam, Fulton Sheen ed Evelyn Waugh. Diedi un'occhiata ad alcuni dei titoli: The Spirit of Catholicism, The Faith of Our Fathers, The Idea of a University. Alcuni di quei libri erano miei, tirati fuori da un polveroso scatolone in garage, ma la maggior parte erano nuovi nuovi, appena arrivati dalla libreria. Era incredibile vederla con libri di quel genere, perché lei era una fredda materialista, apparteneva a un gruppo di semantica, andiamo, era praticamente atea, aveva un approccio duro e scientifico ai fatti.
«Che fai?».
«Sto pensando di fare un cambiamento». Si levò i suoi occhiali da lettura. «Se Dio è bene assoluto, perché permette che nascano bambini storpi?».
Provai un immediato terrore. «C'è qualcosa che non va con il bambino?».
«Assolutamente no. Sto facendo una domanda».
«Non ne so la risposta».
Sorrise soddisfatta. «Io invece sì».
«Che bellezza».
«Vuoi sentirla?».
Non riuscivo a prenderla seriamente. Era solo un altro capriccio dovuto alla gravidanza. Mi piaceva avere una moglie atea. La sua posizione rendeva le cose più facili per me. Semplificava la pianificazione familiare. Non avevamo scrupoli sui contraccettivi. Il nostro era stato un matrimonio civile. Non eravamo incatenati da nessun dogma religioso. C'era sempre il divorzio, non appena avessimo voluto. Se fosse diventata cattolica, si sarebbero create ogni sorta di complicazioni. Era difficile essere buoni cattolici, molto difficile. No: era un capriccio, una moda passeggera. Non poteva essere altro.
«Ti passerà», dissi.
«Se Dio è il bene assoluto e il sapere assoluto, allora perché crea quelle anime che sa che saranno dannate eternamente?».
«Non lo so».
«Io invece sì», sorrise lei.
«Ma che bellezza».           

(John Fante, Full of Life)

venerdì 9 marzo 2012

fogliame e rocce

Non so spiegarmi: ma certamente tu pure hai un'idea; sai come chiunque altro, che c'è o ci dovrebbe essere un'esistenza al di là di noi stessi? A che scopo sarei io stata creata se fossi interamente contenuta in me stessa? Le mie grandi pene in questo mondo sono state le pene di Heathcliff, e io le ho conosciute e le ho sentite tutte una a una dal principio; la sola ragione di vivere per me è "lui". Se tutto il resto perisse, e "lui" rimanesse, "io" continuerei a esistere; e, se tutto il resto rimanesse e "lui" fosse annientato, l'universo si cambierebbe per me in un'immensa cosa estranea; non mi parrebbe più di essere una parte di esso. Il mio amore per Linton è simile al fogliame del bosco; il tempo lo muterà, ne sono sicura, come l'inverno muta gli alberi; il mio amore per Heathcliff somiglia alle eterne rocce che stanno sottoterra: una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io "sono" Heathcliff! Lui è sempre, sempre nella mia mente; non come un piacere, come neppur io sono sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. Così non parlare più della nostra separazione: è impossibile.

(Emily Brontë, Cime tempestose)

mercoledì 7 marzo 2012

da dove comincia l'abbigliamento?

Ci si può chiedere da dove cominci l’abbigliamento. Dove comincia e dove finisce un ornamento? Ogni tipo d’abbigliamento sarebbe un ornamento? Dallo slip a tutto il resto? Come considerare i veli completamente trasparenti?
(Jacques Derrida, La verità in pittura).

L’interrogativo centrale si focalizza sul rapporto tra panneggio-veste-ornamento e corpo nudo. Come individuare i tratti e i limiti dell’ornamento? Quale ne sarebbe l’inizio, quale la fine? Dove fermarsi? Perché non considerare ornamento la pelle stessa che fascia il corpo, così che l’essenza rappresentativa della pura bellezza non sarebbero altro che le viscere rovesciate ed esposte all’esterno in piena quanto oscena visibilità? Se il bello deve o dovrebbe prescindere da ogni ornamento, non ne sarebbe forse perfetta rappresentazione lo squartamento del corpo? Ed anche arrivati a questo punto estremo, non saremmo affatto ancora sicuri che la progressione (auto)distruttiva possa aver fine. Ci si confronta qui con una certa impossibilità a finire, a porre termine e a porre limiti.
(Massimo Carboni, L’ornamentale. Tra arte e decorazione)

sabato 25 febbraio 2012

alla rivoluzione ballando

Una rivoluzione senza un ballo è una rivoluzione che non vale la pena di fare.

Dice il protagonista del film V per vendetta, citando l'anarchica russa Emma Goldman, "Se non posso ballare, allora non è la mia rivoluzione!".

giovedì 9 febbraio 2012

altri frammenti di un discorso amoroso

Il diritto di proprietà è la rivendicazione dell'amore (quantomeno, di ciò che si chiama così). Si può decifrare la rivendicazione vendicativa di questo diritto attraverso tutte le manovre di appropriazione di cui il cosiddetto "amore" dispiega la strategia: l'amore che è egoismo, gelosia che cerca solo il possesso.

Non cedere alla prossimità, all'identificazione, alla fusione o alla permutazione tra me e te. Mettervi, lasciarvi piuttosto, rispettarvi una distanza infinita.

Forse, un giorno, qui o là, chi mai lo sa, qualcosa può accadere tra due che si ameranno, e si ameranno d'amore (è ancora la parola giusta?) in tale maniera che l'amicizia, per una sola volta, forse, per la prima volta (altro forse), per la prima e unica volta, dunque per la prima e ultima volta (forse, forse) diventerà il nome proprio, la parola giusta per ciò che allora sarebbe successo: tra due, ecco la condizione, "due persone".

Dove non posso nulla, dove io decido di ciò che non posso non decidere, liberamente, necessariamente, ricevendo fin nella mia vita il battito del cuore dell'altro. Non diciamo soltanto il cuore, ma il battito del cuore: quel che questo cuore riceve, istante dopo istante, da un'istante all'altro, come venuto ancora da un altro dell'altro al quale è ugualmente consegnato, quel che questo cuore forse riceverà, con un impulso ritmico, è ciò che si chiama il sangue, e questo sangue la forza di arrivare.

(Jacques Derrida, Politiche dell'amicizia)

venerdì 13 gennaio 2012

ecologia

Madre Natura ha bisogno di un favore?
Beh, poteva pensarci quando ci affliggeva con siccità, carestie e scimmie infette.
(Mr. Burns)

mercoledì 11 gennaio 2012

profumi inefficaci

Era una festa meravigliosa, su questo non potevano esserci dubbi. Come tutto luccicava, profumava, rumoreggiava! Non si poteva decidere se fosse più intenso il luccichio dei gioielli o quello delle decorazioni. La luce che diffondevano i lampadari giocava e danzava sulle candide schiene nude e i volti accuratamente dipinti delle signore, sulle nuche grassocce, sulle camice inamidate e sulle uniformi rigide degli uomini impettiti, sulle facce sudate degli inservienti che si aggiravano per le sale con le bevande. Profumavano i fiori sparsi un po’ ovunque nel padiglione; profumavano le essenze parigine di tutte quelle signore tedesche; profumavano i sigari degli industriali e la brillantina dei giovani slanciati nelle loro eleganti, aderenti divise da SS; profumavano i principi, le principesse, i capi della Polizia segreta di Stato, i direttori dei feuilletons, le dive del cinema, i professori universitari, che occupavano una cattedra di scienza della razza o della guerra, e i pochi banchieri ebrei, la cui ricchezza e le cui relazioni internazionali erano tanto potenti da permettere loro di prendere parte a una manifestazione così esclusiva. Si diffondevano folate di effluvi artificiali come a coprire un altro aroma, il puzzo stantio e dolciastro del sangue, che in realtà era amato e impregnava ormai l’intero paese, ma di cui si provava un po’ di vergogna in un’occasione tanto straordinaria e in presenza dei diplomatici stranieri.

mercoledì 4 gennaio 2012

l'uomo parla

Noi parliamo nella veglia e nel sonno. Parliamo sempre, anche quando non proferiamo parola, ma ascoltiamo o leggiamo soltanto, perfino quando neppure ascoltiamo o leggiamo, ma ci dedichiamo a un lavoro o ci perdiamo nell'ozio. In un modo o nell'altro parliamo ininterrottamente. Parliamo, perché il parlare ci è connaturato. Il parlare non nasce da un particolare atto di volontà. Proprio il linguaggio fa dell'uomo quell'essere vivente che egli è in quanto uomo. L'uomo è uomo in quanto parla.
(Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio)

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