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mercoledì 21 ottobre 2020

filosofia come allenamento

La palestra di Platone è l'ultimo, straordinario testo del filosofo Simone Regazzoni.
La philosofia, amore per il sapere, è anche se non soprattutto philoponia, amore per la fatica, è essere disposti a faticare per cambiare se stessi, per elevarsi.
Ma non essendo l'uomo una mente disincarnata, puro pensiero, res cogitans separata dal proprio corpo vivente, la filosofia non può permettersi di assumere una postura asservita al dominio della sola parola e della razionalità, deve invece ripensarsi come cura e allenamento integrale di sé, come trasformazione della vita che coinvolge il plesso di mente-e-corpo, come invito ad abbandonare la propria dipendenza da uno stile di vita comodo e cogliere invece l'occasione per allenarsi come un dio (Sloterdijk).
Così è la filosofia in origine, con Platone, filosofo lottatore che pensa nei luoghi in cui si lotta, pensa il proprio discorso nei termini propri della lotta e quando articola in chiave politica la propria filosofia pone l'allenamento in palestra e la lotta come elementi fondamentali per la formazione di maestri e allievi.
Così può e deve tornare a essere, considerando il corpo vivente come spazio di lotta, potenza, benessere, conflitto, pensiero, elevazione, auto-creazione, gioia. La sfida è atletica, estetica, cognitiva, etica e politica insieme, e consiste nella cura di sé (Foucault) come allenamento e combattimento permanente, al fine di essere in grado di fronteggiare, con coraggio, gli eventi, di accedere a un'altra intensità di esistenza (Badiou).
Certo non c'è nessun combattimento senza aggressività e senza il rischio di fare o di farsi male, ma è proprio questo male che si impara a maneggiare, gestire, contenere, pensare: non c'è etica degna di questo nome, se non ci si allena all'uso della forza che ogni vivente possiede in sé, se non ci si prende cura della pulsione di morte, con la pulsione a combattere o di aggressività che ogni soggetto porta con sé. Come anche Montaigne scrive sull'educazione dei fanciulli, è necessario avvezzarli al sudore e al freddo, al vento, al sole e ai rischi affinché essi possano fare ogni cosa, e non desistano dal fare il male né per mancanza di forza né di capacità, ma per mancanza di volontà.
Attraverso la fatica, e facendo prova dell'essere-esausto, facendo prova del limite, ci si supera per divenire altro da sé: l'elevazione non è un mero potenziamento di sé, accrescimento di sé, ma un divenire in sé altro da sé, un miglioramento, perfezionamento, potenziamento vitale, un divenire-animale (Deleuze) che è accesso alla pienezza della potenza del proprio corpo vivente. Sfinir-si significa fare esperienza della fine come superamento di sé, trasformazione del limite in un passaggio ad altro da sé. Il soggetto, in questo senso, si costituisce nell'allenamento, l'allenamento è il processo attraverso cui il soggetto costituisce continuamente se stesso al di là di sé: l'allenamento è una pratica di soggettivazione continua che produce un potenziamento vitale. Si è in lotta continua con se stessi per andare al di là di sé. Attraverso allenamento e ripetizione si arriva allo stile, forma incarnata e adatta alla propria singolarità, forma della propria forza e della propria vita, elevazione, intensità, godimento, gioia.
Questo body-building con cui si costruisce il proprio corpo, è anche un lavoro sulla vita ed è contemporaneamente un brain-building, data la neuroplasticità del cervello sulla cui materialità e sui cui processi di pensiero agiscono i movimenti del nostro corpo. Allenarsi è un processo di trasformazione radicale che coinvolge la totalità dell'essere umano, è un trasformarsi, elevarsi, perfezionarsi per essere migliori rispetto a ciò che si è, è una lotta contro la vita mediocre e una tensione verso l'eccellenza.



mercoledì 13 febbraio 2019

filosofia come narrazione complessa

Uno spettro si aggira nel discorso filosofico del Novecento: la letteratura come altra forma di scrittura al di là dei limiti del logos. Un fantasma, quello della letteratura, al contempo desiderato e forcluso dalla filosofia, mai del tutto attraversato per incontrare il reale della scrittura in una nuova forma. Ecco ciò che è stato mancato dalla filosofia, secondo il filosofo Simone Regazzoni
In questo Iperomanzo - saggio da leggersi in coppia con la recente monografia su Derrida pubblicata presso Feltrinelli - Regazzoni prospetta la fine della separazione tra filosofia e mimesis poetica, il cui antico dissidio Platone poneva all'origine della specificità filosofica: un andare verso-l'origine-oltre-la-fine della filosofia attraverso il ricongiungimento tra filosofia e poesia. Ecco l'ingiunzione per la filosofia: misurarsi, fino in fondo, con la propria fine come esaurimento di ciò che la filosofia può pensare in forma argomentativa, reinventare la propria scrittura.
È Nietzsche che aveva iniziato a portare la filosofia oltre se stessa, attraverso una pratica di scrittura che non rimanda più a una qualche verità da scoprire o enunciare. Il mondo divenuto favola non si lascia più concipere, cioè afferrare dal concetto, non si lascia più dire nella forma di un discorso vero. La finzione è un elemento costitutivo della realtà, ed è proprio perché sono venute meno l'idea di realtà e di verità come qualcosa di presente, stabile, afferrabile attraverso il logos, dicibile in un discorso razionale, che la filosofia deve trovare, attraverso la letteratura, una nuova forma di pensiero in grado di misurarsi con la complessità. La filosofia diviene operazione di stile, che con Nietzsche dà vita a pagine tra le più alte che la letteratura tedesca abbia conosciuto. Nel Novecento, Ermeneutica e decostruzione sono state forme di preparazione all'assolutamente nuovo che è la letteratura, tuttavia esse non hanno mai messo davvero in atto la letteratura ma si sono limitate a dichiararla, vale a dire ancora recuperarla in un logos: essa, invece, andrà praticata, scritta. Dunque, occorre alla filosofia un gesto che vada al di là della decostruzione dell'apparato della razionalità metafisica, di cui sono state mostrate le aporie, l'instabilità dei margini, l'impossibilità di funzionare secondo un sogno di purezza che non avrà mai luogo; occorre alla filosofia misurarsi fino in fondo con un mondo vero diventato favola. Oggi, secondo Regazzoni,  pensare la filosofia significa, inevitabilmente, pensare il romanzo: "romanzo" è dunque il nome dell'impasse attorno a cui è ruotata e ruota la questione della fine e del superamento della metafisica come pratica di un pensiero che pensa altrimenti, al di là del monologos, al di là del concetto, al di là della teoria.
Le tappe della storia di questa impasse ricostruita da Regazzoni comprendono, tra gli altri, Barthes, Derrida ed Eco.
Roland Barthes ha dato corpo alla scrittura della preparazione, alla simulazione dell'opera in corso, a uno spazio di indecisione e indistinzione tra teoria e scrittura, saggio e romanzo, filosofia e letteratura. Ma questa preparazione del romanzo sarà solo la storia interiore di un uomo che vuole scrivere e non avrà nulla di un thriller, ahimè - dispiacere, rimpianto, rammarico, pentimento, dello stesso Barthes.
Anche Jacques Derrida, nella sua infinita preparazione all'opera impossibile, nell'infinito intrattenimento della sua filosofia con il fantasma della letteratura, non ha mai scritto il desiderato libro impossibile da scrivere, illeggibile, impensabile per il suo stesso autore. Eppure esso rappresenta il centro vuoto che orienta la scrittura del filosofo francese. La resistenza dell'esistenza al concetto di sistema, la singolarità dell'esperienza nel suo rapporto con la lingua, orientano la filosofia di Derrida come ricerca di una scrittura singolare, idiomatica e autobiografica, che eccede l'orizzonte del senso e l'astrazione della pura teoria: questa è stata la pratica costante di Derrida e la specificità e la grandezza del suo pensiero. Ma il suo limite è stato quello di una strategia testuale segnata da un'idea avanguardistica di letteratura in cui la narrazione è negata, legata a un contesto culturale in cui la letteratura era vista essenzialmente come operazione di stile, gesto di rottura con la forma del romanzo classico.
È la neoavanguardia italiana che comincia a riflettere sui limiti delle strategie di sovversione semantica, di illeggibilità, e rivaluta, in nuove forme, trama, avventura, azione, recuperando la dimensione la narrazione, l'intreccio. Con Il nome della rosa Umberto Eco produce un romanzo sperimentale e insieme popolare, in cui l'avanguardia si compie nel pop e in cui avviene la riunificazione di filosofia e narrazioneil superamento delle impasses teoretiche della filosofia del Novecento avviene così con un thriller che vende milioni di copie in tutto il mondo. Grazie a un intreccio forte, un plot, un mythosEco fa del romanzo uno spazio filosofico, non scrivendo romanzi filosofici nel senso di romanzi con una tesi, come aveva fatto Sartre, ma realizzando, invece, lo spazio per un pensiero filosofico altro: lo spazio in cui pensare ciò che non si può teorizzare, lo spazio di una filosofia che eccede i limiti del logos.
Bisogna partire da Eco, dunque, ma anche andare al di là di Eco stesso: l'ulteriore sfida è quella del polymythos, della molteplicità delle linee narrative e delle trame. La sfida della multitrama è quella che è stata fallita dal cosiddetto romanzo massimalista, nel quale l'esuberanza diegetica segue un principio addizionale e della digressione, un accumulo senza fine che va verso il caos, verso l'esplosione della trama come principio d'ordine. Per eccesso di narrazione, quindi, viene nuovamente meno la trama, ed è questo il limite delle opere di Pynchon, Wallace o Bolaño, cedere sotto il peso della molteplicità del narrabile. 
È necessario, invece, narrare senza perdersi in essa, ed è ciò in cui riesce la più potente invenzione narrativa degli ultimi vent'anni, la nuova serialità televisiva, la complex TV. Ancora una volta, dopo Eco, è dunque nello spazio della popular culture che avviene la sintesi più avanzata e innovativa delle grandi questioni sollevate alla frontiera tra filosofia e letteratura nel corso del Novecento: universi narrativi iper-diegetici, multiplot, che affrontano grandi questioni etiche, politiche, esistenziali, metafisiche. La complessità dell'iperserialità non è solo legata alla molteplicità delle linee narrative, ma anche all'ibridazione di generi e stili, al gioco intertestuale di citazioni e rinvii, che danno vita a un testo stratificato.
Come può, dunque, la filosofia pensare ciò che non si lascia più cogliere nelle maglie del logos, di un discorso teorico che enunci una tesi vera sul mondo? La risposta di Regazzoni è mettendo in discussione l'idea di mondo come totalità dotata di senso, l'idea di unità e unicità del mondo, rompendo con la dimensione di un pensiero che sia uno, con la volontà mono-logica del filosofo che pensa, che esprime il proprio pensiero come uno. Un pensiero polifonico, dunque, che può realizzarsi solo nell'apertura radicale al molteplice data da una modalità di scrittura sistematicamente tesa a produrre pensieri che l'autore non sa di pensare, a produrre mondi con un'autonomia interiore in cui le voci dei personaggi sfuggono al proprio autore.
In questo gioco dei mondi il pensiero sfugge strutturalmente al proprio autore, si fa molteplicità attraverso letture cui l'autore non avrà nemmeno pensato. Questo iperomanzo,  macchina per produrre molteplici interpretazioni, non è altro che la forma di scrittura che si fa carico nel modo più radicale della decostruzione del logos come monologismo, che pensa il gioco dei mondi, che si fa spazio eracliteo di gioco e di conflitto di un pensiero plurale senza sintesi. 
È così che si eredita la decostruzione, rispondendo all'esigenza di una nuova forma di presentazione per la filosofia, all'esigenza di una nuova modalità di pensiero che, giunto al punto di esaurimento del proprio possibile come possibile di un "io penso", si apra a una dimensione altra di scrittura in grado di ospitare un pensiero molteplice. Bisogna attraversare la fine di una forma storica di discorso che ha preteso di distinguersi, in quanto dominio del logos, dalla narrazione-mythos, fine che è nuovo inizio della filosofia come narrazione complessa, come pensiero che si affida alla plurivocità della narrazione come modalità di discorso che si misura con ciò che non può essere detto semplicemente in un discorso dotato di significato ma che deve essere raccolto in una trama, non dedotto ma narrato.
Il romanzo pensa, un pensiero a molti mondi in cui l'ultima parola del pensiero è lasciata all'altro.

martedì 30 ottobre 2018

il desiderio della scrittura

Non una introduzione, una ricostruzione del pensiero, una normalizzazione o un addomesticamento, ma una controfirma all'innegabile mostruosità del pensiero derridiano.
Già autore di libri e saggi su Jacques Derrida, questa volta Simone Regazzoni, allievo del filosofo francese, si impegna in una lotta, in un corpo a corpo con il maestro. Il testo pubblicato nella collana "Eredi" della Feltrinelli è appunto il resoconto quasi diaristico di un tale annoso corpo a corpo, con cui Regazzoni controfirma il corpus derridiano, corpus che non può essere separato dal corpo del suo autore, corpo di scrittura che, al di là di qualsiasi vecchia distinzione di genere e di disciplina, deve essere considerato come un poema in cui bios e graphia sono inseparabilmente tessuti insieme da una firma e dalla sua unicità. E del resto è proprio questo desiderio della scrittura, questo primo desiderio che spinge a scrivere e che si fa cifra di singolarità e idiomaticità - "questa cosa, questa scrittura idiomatica di cui so che la purezza è inaccessibile, ma che continuo a sognare", confessa Derrida - a rappresentare il centro intorno a cui ruota il testo di Regazzoni, che rifiuta ogni idea di una filosofia di Derrida: è proprio il movimento eccedente rispetto al logos filosofico la dimensione più mostruosa, violentemente inventiva, non addomesticabile, della scrittura del filosofo francese, pensatore perturbante per la filosofia stessa e i suoi custodi.
Secondo Regazzoni la grandezza di Derrida, l'eredità del suo pensiero e della sua scrittura, consiste nel modo in cui egli ha risposto all'esaurimento storico della filosofia come dominio del logos, alla fine della filosofia - già all'opera e in decostruzione - intesa come logos discorsivo, universitario, accademico, saggistico. Egli ha risposto all'appello ingiunto dall'a venire del pensiero attraverso una forma di scrittura idiomatica, che sfida le regole della buona scrittura filosofica, eccede i limiti della concatenazione concettuale e dell'esposizione di tesi, procedendo al di là dell'opposizione tra filosofia e letteratura, in una avventura della scrittura in cui, senza niente da dire - "ecco ciò che non sopportano, che io non dica niente, mai niente che stia in piedi o che valga, nessuna tesi che si possa confutare, né vera né falsa" -, Derrida scrive e scrive altrimenti, firmando in prima persona e mescolando generi, stili, lingue, toni, pensiero e vita, aneddoto e riflessione, con il risultato di dissolvere l'ordine filosofico in una autofiction: una scrittura autobiografica in cui però non c'è un soggetto già dato che si racconta, ma in cui piuttosto il soggetto - il soggetto-filosofo ma anche il vivente-Derrida - si costruisce come narrazione di sé, in cui "il me non esiste" ma "è dato dalla scrittura". Ma questa grandezza, riconosce Regazzoni, non è stata affatto priva di impasse, perché se è vero che Derrida ha sempre lottato per trovare un'altra forma di presentazione per la filosofia, è altrettanto vero che non vi è davvero riuscito, non è arrivato a comporre il Libro che ha sognato. Con questo desiderio di scrittura bisogna misurarsi, in filosofia, per ereditare Jacques Derrida.
Se non si vuole essere semplici archivisti - custodi del passato, dei resti - ma eredi che si misurano con un segreto che va al di là di tutto ciò che resta, lo si deve fare a partire da ciò che non ha avuto luogo: assolutamente fedeli e massimamente infedeli al cuore dell'eredità, non si deve trasmettere un sapere, ma si deve rispondere a una ingiunzione spettrale, che arriva dall'altro, come mostra quel libro sull'eredità, sugli eredi e su cosa significa ereditare che è, fra le altre cose, Spettri di Marx. "L'eredità non è mai un dato, è sempre un compito", quindi essa chiama in gioco non solo e non tanto la sopravvivenza del morto, il prendersi cura delle cose morte, ma la nostra vita, ci impegna a controfirmare l'eredità del padre portandola altrove e inventandola, a controfirmarne il segreto che ci dice "leggimi". E all'eredità di Derrida, all'ingiunzione del suo segreto, si risponde comprendendo che essa non trasmette altro che il desiderio: desiderio che nella sua forma più pura è lettura del segreto come segreto, segreto che non è niente, niente di essente; desiderio che è un fuoco pronto a bruciare tutto, senza resto, senza resti, fino alla cenere.
Ereditare è ingiunzione a vagliare il fuocoma ingiunzione che non è separabile da quella a bruciare, distruggere: il segreto chiede di essere letto, ripetuto, conservato ma anche cancellato in altro, nell'altro che controfirma il segreto. Solo passando attraverso il fuoco dell'altro si salva, sopravvive. Questo è ciò che ha fatto del resto lo stesso Regazzoni in questi anni, anni di tesi politiche su Derrida e dizionari della decostruzione, ma anche di scritture ibride e contaminate sia nei contenuti pop sia nello stile e nei generi, di avventure in romanzi e dichiarazioni d'amore, di sperimentazione di forme nuove da dare alla filosofia.
Regazzoni, a partire da Derrida - ed entrambi a partire dallo spettro di Sartre -, risponde all'appello della decostruzione della frontiera tra filosofia e letteratura, non cede sul desiderio di letteratura a costo della filosofia, spingendo quest'ultima a battere nuove strade. Ma ciò si dà perché sin dall'origine lo spettro della letteratura assilla e infesta la filosofia: tra un'univocità assoluta e un'equivocità assoluta non si può veramente scegliere, ché qualsiasi oggettività ideale, qualsiasi significato o senso, qualsiasi verità per essere ciò che è deve in primo luogo poter iscriversi, ripetersi, darsi, differenziarsi in un segno, diventare altro da sé. La possibilità della scrittura, dell'iscrizione, è necessaria e costituente al senso, alla verità, che senza di essa non si danno. Ma questa possibilità necessaria già da sempre contamina e lacera verità e senso, idealità, è al contempo condizione della loro impossibilità, dell'impossibilità della loro rigorosa purezza. La scrittura è allora ciò che marca una mancanza costitutiva, una differaenza, una traccia, che i filosofi tentano sempre sistematicamente di cancellare, e che resta invece sempre da pensare, spettro che sempre assilla il logos quale sogno di una parola piena, trasparente, dotata di senso. All'origine, dunque, c'è una contaminazione strutturale tra filosofia e letteratura, tra il sogno di un'origine pura, semplice, una presenza piena del senso, che si darebbe nel logos quale discorso univoco, e lo spazio di segni equivoci presi nel gioco di un rinvio che non mette capo a un senso ultimo ma a pura disseminazione. E se non si dà mai senso puro, significato che non sia già abitato in sé dalla differaenza, allora è necessaria la letteratura come pratica di scrittura che rompe con la logica del senso, come esercizio di un pensiero che eccede i limiti e il dominio del logos, come desiderio di entrare in questo gioco della differaenza in cui il corpo del significante è "intransitivo e intransigente: resta, resiste, esiste e si fa rimarcare".
A questo spazio di una resistenza, di una restanza, di un tutt'altro senza volto che non si sarà mai fatto assimilare, Derrida sceglie di dare il nome platonico di chora, aporia dell'iscrizione originaria, spazio di pura iscrivibilità e potenza di scrittura più vecchia del logos stesso, condizione di possibilità dell'idea stessa, della sua riproducibilità come il medesimo.
Non si eredita dunque la decostruzione se non a partire dal desiderio di realizzare un'opera al di là della filosofia, in cui il pensiero non possa in alcun modo essere separato dalla singolarità della vita, in cui lo stile e il corpo della scrittura siano lo spazio di questa unione. La forma sarebbe quella di un diario totale, spazio altro della scrittura in cui costituirsi come io, come soggetto, spazio testamentario di una sopravvivenza attraverso cui solo si può accedere alla propria vita, a sé come soggetto vivente. Questo divenire soggetto attraverso la scrittura autobiografica è un divenire sé passando per la diversione dell'altro, dell'esteriorità, della morte e di una certa distruzione.
Per questo è già anche un'auto-immuno-bio-grafia, un'esperienza di costituzione e, al contempo, di decostruzione di sé, della propria vita e del suo senso di cui desidero appropriarmi e di cui tuttavia non arrivo mai ad appropriarmi, scacco che però è la possibilità stessa della vita e del suo senso. Scrivere significa allora tentare, nella ripetizione, di farsi padrone della propria morte, accettando di darsela di buon grado - come se si trattasse di bere il pharmakon della cicuta -, distruggendo e salvando la propria vita.
Conclude, dunque, Regazzoni, che la singolarità idiomatica e autobiografica di Derrida resiste alla teoria, alla sistematizzazione, al metodo, alla forma della domanda metafisica che si interroga sull'essenza di qualcosa. Con l'invenzione della decostruzione, e la sua pratica nella scrittura come invenzione, Derrida non crea i propri concetti ma firma le parole che si lascia dettare, che fa e lascia venire, dalla scrittura stessa, lavorando di stile e di idiomaticità sul significante per eludere il "voler-dire" e la fissazione del senso, esponendosi e inventandosi: invenzione di Jacques Derrida, nel doppio senso indecidibile del genitivo soggettivo e oggettivo. Questo niente da dire, niente da pensare che si scrive, non ha nulla di nichilistico, apre piuttosto a qualcosa di più e di altro rispetto ciò che un soggetto può semplicemente dire e pensare.





sabato 18 febbraio 2017

filosofia come dichiarazione d'amore

Non è una decostruzione quella portata avanti da Simone Regazzoni nel suo ultimo Ti amo, non è nemmeno una nuova e diversa raccolta di frammenti di un altro discorso amoroso. Dell'amore non ci può essere né sapere né discorso: l'amore è il reale che non può essere preso nelle trame tessute con la parola o la scrittura, è una nudità fragile che la parola più bella, rivestendola, offenderebbe. L'amore resta sempre e solo da fare - con disciplina e senza ritegno alcuno.
La sfida allora cui risponde Regazzoni è quella di portare la filosofia al limite, perché l'unica possibilità che si ha con quell'impossibile che è l'amore non è quella di dirne la verità, ma di farla: fare la verità dell'amore facendo l'amore con le parole, nella forma di una lunga dichiarazione d'amore. Quindi non discorso ma solo struggimento, di sé e delle parole - scioglimento senza alibi alcuno, esaurimento oltre ogni misura, consunzione senza speranza. 
E in questa filosofia fatta nella forma di una struggente dichiarazione d'amore, l'amore emerge come evento che ci trascende e ci chiede di essere alla sua altezza con la forza di un sì; che ci chiede di abbandonare il nostro io - la sicurezza della nostra esistenza, del nostro potere, del nostro essere - e di perdere tutto, anche il mondo, per esporci all'Altro, senza sapere e senza vedere. Ai margini della notte - che appartiene agli amanti - l'amore ci chiede di resistere - come il dono, come il perdono - alla logica del calcolo per esporci incondizionatamente a esso; ci chiede di non addomesticarne la forza notturna perdendolo e rendendolo calcolato piacere, studiato conforto, di non volerne fare una nostra iniziativa ma di lasciarlo e vederlo venire.
Lasciarlo e vederlo venire come quel miracolo che è e che irrompe e rompe l'orizzonte del possibile, delle nostre possibilità, del nostro potere, come quel miracolo che non dipende da noi e dal nostro volere ma che ci accade. Come quell'evento che segna l'inizio di una vita nova, di un'altra origine del mondo - un mondo, una dimensione di esistenza, al di là della semplice vita, l'apertura di un mondo e il ritrarsi di una terra che è un prodigio che sconvolge l'ordinario corso delle cose.
Questo evento, questo miracolo, questo prodigio che è l'amore ci chiede di essere degni di ciò che avviene, di essere all'altezza della sua forza smisurata, di rispondere con un sì al suo venire: sì all'avventura, sì all'origine del mondo e della nuova vita. L'amore - selvatico, furioso, indomito, impetuoso, deflagrante, altero, crudele - ci chiede cuore e coraggio, forza e ferocia; l'amore che ferisce, che non può lasciarci indenni, sani e salvi, ci chiede thymos: ci chiede di essere fieri, valorosi, animosi, impavidi. 
Siamo all'altezza di tutto ciò? Di questo eroismo in amore? Di questo coraggio come capacità di dire sì a ciò che accade, di essere all'altezza degli incontri - cuasuali e vuoti di ragione - che ci arrivano, anche a rischio di soffrire e far soffrire? Abbiamo la forza di avventurarci, di accogliere l'evento amoroso?
Evento amoroso che ci chiede la forza dell'irrevocabile "per sempre", di un punto di eternità, di una macchia di eccezione, di un passato che non passa nello scorrere finito del tempo; che ci chiede di avere tutto, senza resto ma senza possesso, nel dire sì all'eternità di un "ora".

domenica 8 giugno 2014

abyss - letture di giugno (I)

Michael Price, giovane professore di filosofia antica, pensa la filosofia "come gara automobilistica su strada in cui devi farli saltare tutti fuori dai loro sedili" o, come scrivono Deleuze e Guattari, non "pensa alla filosofia come a una perpetua discussione, nei termini di una 'razionalità comunicativa', o di una 'conversazione democratica universale'. Niente è meno esatto. E quando critica un altro lo fa a partire da problemi e su un piano che non erano quelli dell'altro e che fondono gli antichi concetti come si può fondere un cannone per ricavarne nuove armi" (Che cos'è la filosofia?). Il filosofo protagonista di Abyss, il primo romanzo di Simone Regazzoni, guida una Chevrolet Camaro RS/SS 396 nera del '68 e più che al dialogo filosofico si dedica all'azione eroica: se nel 1986 la X-Man Kitty Pride si diceva che "è dura scrivere una tesi di filosofia etica e, contemporaneamente, salvare il mondo. Ma voglio provarci", nel 2014 Michael Price sembra, invece, riuscire a conciliare i due apparentemente opposti propositi, pubblicando un saggio sulle dottrine non scritte di Platone - accolto dagli accademici tanto male quanto La nascita della tragedia di Nietzsche dal mondo della filologia, e perciò certamente un ottimo testo - e, contemporaneamente, affrontando le complesse e nascoste trame di agenzie segrete statunitensi, gruppi terroristici neonazisti, guardiani che operano nell'ombra in zone quantomeno grigie. Trame che provano a tessere un nuovo inizio o a ordire un'apocalisse? E comunque come uno studioso di Platone si ritrova invischiato in una vicenda da film d'azione? 
Con un'arte della scrittura da sceneggiatore di serie tv, Regazzoni radicalizza quella commistione tra filosofia e cultura popolare che da anni porta avanti a livello di saggistica con la popfilosofia, e realizza un romanzo d'avventura  che è pura filosofia da spiaggia, un phil-thriller da godersi in pieno come una gara automobilistica, in cui si salterà sulle proprie sedie (o poltrone, o divani, o, meglio, sdraio) per l'azione esplosiva alla nitrocellulosa (fulmicotone), per la continua inventiva, per il puro divertimento.

giovedì 23 gennaio 2014

(per)donare la morte - kill matsu'o (I)

La ninja e telepate X-Men nota come Psylocke è la protagonista della miniserie Kill Matsu'o. Se fin dal titolo l’avventura sembra una citazione del film del 2003 di Quentin Tarantino Kill Bill, questo omaggio citazionista è ulteriormente confermato e rafforzato all’interno della storia, che si presenta anch’essa come una furiosa ricerca di vendetta da parte di una donna armata di katana (Psylocke) nei confronti di un uomo per cui ha lavorato come assassina (Matsu’o Tsurayaba), e che ha tra i suoi momenti uno scontro “una contro molti” nel Club 77 di Tokyo (come La Sposa affronta in un locale giapponese gli 88 folli della Yakuza). Uno degli eventi che fa della vita di Psylocke qualcosa di spettacolare e terribile è l’essersi ritrovata «in un altro corpo. Con un’altra faccia»: cercando di salvare gli X-Men dai cyborg Reavers – che, come forse nessun altro mai, si sono avvicinati allo sterminio del gruppo mutante, tra l'altro crocifiggendo Wolverine – Psylocke ha attraversato quel Seggio Periglioso (di ispirazione arturiana) oltre il quale, finita su una spiaggia giapponese e lì trovata dall’organizzazione criminale – e secolare setta ninja legata al mondo dell’occulto – della Mano e prelevata da Matsu’o Tsurayaba, è stata trasformata da quest’ultimo – grazie all’unione di chirurgia, tecnologia e magia e nel tentativo di riportare in vita la donna che amava (Kwannon) – in una ninja killer, con tanto di cambiamento di corpo e riprogrammazione mentale, arrivando quindi a perdere quasi tutto ciò che era. Per un po’ Psylocke è stata Kwannon – o meglio Lady Mandarin, assassina del Mandarino –, poi Wolverine l’ha riportata “indietro”: «Ho visto me stessa nella sua mente… e i suoi ricordi mi dissero chi ero».

La vicenda della miniserie dedicata a Psylocke prende avvio dalla decisione della mutante su «come disporre del proprio cadavere», ma non in vista di una futura morte, bensì nell’attualità inquietante di un cadavere su un tavolo di obitorio: «su quel tavolo c’è il mio vecchio corpo». Psylocke deve decidere cosa fare del suo corpo originale, quello che ha attraversato il Seggio Periglioso, quello che ora non è più il suo corpo, quello che ora non è più lei. Partita per il Giappone per inumarlo, la telepate viene però attaccata dai ninja della Mano che, su mandato di Matsu’o, inceneriscono il corpo, il suo cadavere, davanti a lei. Ciò che era, l’ultimo legame con la sua vita precedente, incenerito, andato, dissolto. Psylocke aveva fatto pace e perdonato Matsu’o per ciò che le aveva fatto, nonostante ciò che le aveva fatto, prenderle il corpo e l’anima era stato un gesto empio ma compiuto per amore, ma adesso? Adesso sembra non esserci possibilità di perdono, ma solo per lo scatenarsi di una furiosa vendetta: Matsu’o deve morire. Fra Psylocke e Matsu’o, però, si frappone un inaspettato ostacolo: Wolverine. Anch’egli ha ottimi motivi per odiare e vendicarsi di Matsu’o, essendo il responsabile della morte di Mariko Yashida, donna che è stata uno dei più profondi amori del mutante, ma la sua maniera di fare i conti con il capo della Mano non ne prevede la morte, bensì la lenta, continua, cerimoniale mutilazione: «Matsu’o non ha finito di pagare e quindi non deve morire. Mai»; «ogni goccia di sangue ripaga ciò che mi ha portato via. E non sarà mai abbastanza». Questo calcolo della vendetta e dell’imperdonabile è ben raffigurata da un poster che Wolverine tiene nella sua stanza, manifesto che riporta una citazione da Archiloco sull’arte di ricambiare il male a chi ci ha ferito: «Una sola cosa so, importante: ricambiare con mali terribili chi mi fa del male [I have a high art. I hurt with cruelty those who would damage me]».

Psylocke più di chiunque altro, probabilmente, può comprendere la decisione di Wolverine, la volontà di ricambiare con mali terribili chi ci ha fatto del male, di ferire crudelmente chi ci ha danneggiato, ma gli si oppone, lo affronta: «Matsu’o si è portato via la vita di Logan. Capisco la sua rabbia. Perché fermarlo? Cosa mi importa di Matsu’o Tsurayaba? Cosa sto facendo?». Non c’è anche in Psylocke la stessa volontà di vendetta e la stessa impossibilità di perdono presenti in Wolverine? «Ho distrutto la tua vita. E ora anche le tue ultime vestigia. C’è perdono nel tuo cuore? O solo vendetta?», domanda lo stesso Matsu’o. Uccidere i propri avversari è un comportamento che non ha mai fatto parte dell’etica degli X-Men. Non lo fa Tempesta, leader degli X-Men, con Magneto, eppure quello di Tempesta è un eroismo certo degno del nuovo eroe, dell'eroe non classico ma contemporaneo, dell'eroe postmoderno comico, gaudente, nichilista, singolare, criminale – insomma, sporco come l'ispettore Callaghan di Clint Eastwood e oscuro come il Batman di Frank Miller – di cui Simone Regazzoni traccia i caratteri nel suo saggio Sfortunato il paese che non ha eroi: Tempesta, eroe dalle infinite sfumature, è quello che è perché ha abbracciato il suo lato oscuro, la sua natura più cupa. Eppure c’è perdono nel suo cuore e non solo vendetta. Così è per Psylocke davanti a Matsu’o, sembra. Le due mutanti riconoscono – come Jacques Derrida – che quella del perdono è «un’esperienza estranea al regno del diritto, del castigo o della pena, dell’istituzione pubblica, del calcolo giudiziario ecc.», insomma, rappresenta «una sfida alla logica penale» che richiede una rottura di ogni possibile reciprocità o simmetria – quelle che, invece, inutilmente cerca Wolverine – e che «esige che il perdono sia accordato, se può esserlo, perfino a qualcuno che non lo domanda, che non si pente né si confessa, né rende migliore se stesso o si riscatta: al di là, pertanto, di ogni economia, al di là perfino di ogni espiazione» (Perdonare).


Il perdono, se ce n’è, ha senso e possibilità solo laddove esso è chiamato a fare l’im-possibile, cioè a perdonare l’imperdonabile, l’inespiabile, secondo Derrida, per non correre il rischio di essere contaminato da un calcolo che lo corrompe, prima colpa di ogni perdono che voglia essere veramente tale. Il perdono, come il dono, non vuole gratitudine: «Non devi ringraziarmi», dice infatti Psylocke a Matsu’o, perché il (per)dono non deve apparire come tale, né al donatario né al donatore. Sempre secondo Derrida «Nemmeno colui che dona deve vederlo o saperlo, altrimenti comincia, fin dall’inizio, fin dal momento in cui ha l’intenzione di donare, a ripagarsi di un riconoscimento simbolico, a felicitarsi, ad approvarsi, a gratificarsi, a congratularsi, a restituirsi simbolicamente il valore di ciò che ha appena donato, di ciò che crede di aver donato, di ciò che si appresta a donare» (Donare il tempo).

venerdì 4 ottobre 2013

la filosofia della guerra al terrorismo

Con Stato di legittima difesa, Simone Regazzoni prova a pensare la politica di Obama e la guerra al terrorismo al di là di ogni sterile panico libertario e di ogni critica alla guerra mossa da astratte posizioni pacifiste, riconoscendo al Presidente statunitense la capacità di "agire politicamente misurandosi con il reale del momento storico presente", di "rispondere a ciò che accade" anche a costo di dover "rompere con un certo orizzonte di sapere, di norme e di valori" decostruendo l'abituale discorso progressista e reinventando la democrazia. Questa reinvenzione passa attraverso l'elaborazione di un nuovo paradigma politico, giuridico e militare che l'autore chiama, appunto, stato di legittima difesa e che la cui articolazione comprende la dichiarazione di uno stato di emergenza, il rafforzamento del potere esecutivo, l'uso della forza letale (nella forma privilegiata dell'omicidio mirato, eventualmente anche preventivo) contro un nemico assoluto (Carl Schmitt) che deve essere annientato in una guerra apparentemente permanente.
A meno di non giudicare il terrorismo una strategia di lotta legittima, argomenta Regazzoni, non è possibile attribuire al terrorista la qualifica di combattente per la libertà (freedom fighter); gli spetta, piuttosto, quella di nemico combattente (enemy combatant) o combattente illegittimo (unlawful combatant) o ancora nemico combattente non privilegiato (unprivileged enemy belligerant), designando in ogni caso il suo statuto come al di là del civile e del militare. È necessario, invece, abbandonare una certa cultura delle scusanti e delle giustificazioni tipica degli anni Sessanti e Settanta e riconoscere il terrorista quale "minaccia assoluta" e "male assoluto", quale "nemico trascendentale della democrazia", perché "incorpora in sé lo spettro del weapons of mass destruction", dell'arma terrificante che viene dall'avvenire, lo spettro del peggio a venire (Jacques Derrida), perché "minaccia la democrazia in quanto spazio di apertura all'Altro". Per annientare un tale nemico assoluto occorre "una guerra legittima di difesa ossessionata dallo spettro della distruzione totale a venire" (ossessione e forse una certa paranoia che non sono mali ma spinte immunitarie della democrazia); guerra che possiede la qualità ideale di essere perpetua, di non poter essere vinta e perciò di non dover essere mai terminata (Peter Sloterdijk), così da decostruire l'opposizione tra guerra e pace.
La forza letale-vitale di legittima difesa che tale guerra dispiega dispone di non convenzionali ma necessarie e appropriate strategie quali la prevenzione contro minacce imminenti e future (pre-emption e prevention), l'attacco anticipato (strike first, anticipatory attack), la pianificazione su larga scala e lungo periodo delle operazioni di omicidio mirato (targeted killing, kill list).
Ora che la banalità del male di cui parlava Hannah Arendt appare come nuovamente invertita (Slavoj Žižek), Obama per Regazzoni è quindi "il nome di questa forza letale-vitale di legittima difesa della democrazia, di questa forza della democrazia che dà il meglio di sé facendo appello al proprio rimosso" (cioè l'uso della forza letale, una forza crudele e disumana ma al contempo giusta), di questa forza che non è "un fenomeno transitorio legato a una situazione di emergenza ma l'invenzione di un nuovo paradigma della democrazia".
Il rimosso che ritorna con Obama è anche quello della giustizia come vendetta, riparazione di un torto, momento catartico: torna quello "spettro che ossessiona il potere americano" che è la pulsione eroica che minaccerebbe la democrazia. Questa riattualizzazione "di una certa forma di violenza - al contempo assolutamente crudele e giusta - incarnata nella figura del giustiziere", porta Regazzoni a trattare nell'ultimo capitolo del suo saggio la trilogia che Christopher Nolan ha dedicato a Batman, il Cavaliere Oscuro (Dark Knight), saga cinematografica assillata proprio dallo spettro del peggio a venire, dell'imminenza "di un avvenire peggiore di tutto quello che è già accaduto". 
Le pellicole di Nolan rappresentano il montaggio e messa in scena della risposta attraverso una forza di legittima difesa a tale infestante spettro (dell'annientamento di Gotham attraverso armi di distruzione di massa), incorporato nel trauma dell'omicidio dei genitori del piccolo Bruce Wayne, e al contempo dei "rischi autoimmunitari di questo dispositivo eccezionale di difesa che rischia sempre di sopprimere ciò che vorrebbe salvare". Il corpo del Cavaliere Oscuro si presta quale trasfigurazione cinematografica di questo lavoro sul dark side della politica, di questa "pulsione eroica incriptata al cuore della democrazia" che non va esorcizzata come fascista (pur rimanendo "il fascismo una delle sue pericolose declinazioni possibili") ma pensata "in termini politici come forza, al di là della legge, di difesa della democrazia nel contesto di un nuovo tipo di guerra", come supplemento di forza insieme fuorilegge e al servizio della legge, che la sospende e conserva a un tempo, che la minaccia e protegge, come "una giustizia - al di là della legge - che coincide con la salvezza, con la salvezza della democrazia".
Il saggio di Regazzoni ha l'audacia di pensare tutto ciò, di non limitarsi a criticare la guerra. Regazzoni ha l'indubbio merito di non essere un pensatore pusillanime, di non cercare nel politicamente corretto l’alibi perfetto per nascondere l'assenza di coraggio necessario a farsi carico di pensare un fenomeno come la guerra al terrorismo nella sua dimensione perturbante.



mercoledì 28 agosto 2013

coraggio, mangiami

"Tu sei come... come un cannibale o qualcosa del genere. Non vedi che stai divorando carne umana? Che stai... stai fabbricando paralumi con la pelle della gen..."
"Oh Cristo."
"Non voglio essere io il tuo carburante, il tuo cibo."
"Io per te lo farei. Io mi farei divorare da te."
"Io non voglio che tu ti faccia divorare da me. E non voglio divorarti. Non voglio usarti come carburante. Non voglio niente da te. Non è che tutti sentano il desiderio di divorarsi costantemente l'un l'altro, non è che tutti vogliano..."
"Tutti ci divoriamo l'un l'altro, costantemente, ogni giorno."
"No."
"E invece sì. È quello che facciamo in quanto esseri umani."
"Per te ovunque è sangue e vendetta, ma c'è molto di più, o piuttosto molto di meno, in tutto ciò. Non tutti sono talmente arrabbiati e così disperatamente affamati..."
"Puoi mangiarmi."
"Che schifo. No."
"Ti renderò più forte."
"Ne ho abbastanza, di te."
"E invece no. Tornerai. Avrai sempre bisogno di me. Avrai sempre bisogno di qualcuno su cui sanguinare. Perché tu sei un essere incompleto, John, e..."

Oh John, non sarò io a guarire né te né voialtri. Ci ho provato milioni di volte a salvarti, ma era talmente sbagliato per me desiderare di salvarti perché in realtà volevo mangiarti per rendermi più forte, volevo solo divorarvi tutti, io ero un cancro... Oh, ma lo faccio per voi. Non vedete che lo faccio per voi? Ho fatto tutto questo per voi. Faccio finta che non sia così ma l'ho fatto per voi. Vi divoro per salvarvi. Vi bevo per farvi nuovi. Mi ingozzo di tutti voi e resto in piedi, gocciolante, le mani chiuse a pugno, le spalle che si alzano e si abbassano... E sembrerò un idiota, striscerò, grondante di sangue e di merda, e... Non c'è un posto in cui io mi fermo e cominciate voi. Sono esausto. Sono in piedi di fronte a voi, 47 milioni, 54, 32 quanti siete, non so, capite che cosa intendo dire... e dov'è il mio reticolo? Non sono sicuro che voi siate il mio reticolo. A volte so che ci siete e a volte non ci siete e a volte quando sono sotto la doccia e mi sto grattando la testa con entrambe le mani penso a tutti voi, ai vostri milioni di gambe e di braccia sotto milioni di edifici che trascinate e muovete, spezzate, creando nuovi edifici, e in quel momento io sono con voi, quando siete sotto a quel cazzo di edificio, voi scolopendre e tutto il resto voi figli di puttana... Non sapete che sono legato a tutti voi? Non sapete che sto cercando di pompare sangue dentro di voi, che tutto questo è per voi, e che vi odio tutti quanti, tutti voi figli di puttana... Che cazzo vi ci vuole a voi figli di puttana che cosa cazzo ci vuole che cosa volete quanto volete, perché io ci sto e me ne starò di fronte a voi e alzerò le braccia in segno di resa e vi offrirò il petto e la gola e aspetterò, è da così tanto di quel tempo che sono vecchio, ormai, per voi, per voi, voglio una cosa rapida che mi trapassi da parte a parte... Coraggio, avanti, fatelo, fatelo; figli di puttana, fatelo, fatelo una buona volta, finalmente finalmente, finalmente.

Questi due passaggi tratti da L'opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers, mi sembrano filosoficamente accostabili a ciò che Jacques Derrida tenta di definire e decostruire con l'uso del termine fallogocentrismo o, meglio, carno-fallogocentrismo: «con questa parola-baule»  scrive Simone Regazzoni in un delle sue undici tesi su Derrida raccolte ne La decostruzione del politico  il filosofo francese «tenta di nominare la struttura in cui, secondo un’essenziale e originaria relazione tra il logos, il mangiare e il fallo, si costituisce l’idea di soggetto sovrano». Nella conferenza pronunciata nel 1971 in occasione del centesimo anniversario della nascita di Valéry, Derrida commenta alcuni passi dei Cahiers del poeta francese – «Nulla di più stupefacente di questa parola “interiore”, che si intende senza alcun rumore e si articola senza movimento. Come in circuito chiuso. Tutto viene a spiegarsi e a dibattersi in questo cerchio simile al serpente che si morde la coda [queue(«Qual quelle». Le fonti di Valéry, in Margini della filosofia) – segnalando come l’immagine di una soggettività, di un’interiorità che si parla e si ascolta da sé, nella parola interiore, non è affatto quella di un’immediata identità, quanto piuttosto il segno di uno stacco – una pausa, una stasi, un arresto –, un ritardo su se stessi. E giocando sulla parola queue – «termine che in francese significa “coda” ma anche, in una accezione volgare, “pene”» (Regazzoni) –, scrive: «Il cerchio ruota per annullare lo stacco e dunque, al tempo stesso, a sua insaputa lo significa. Il serpente si morde la coda, questo non comporta soprattutto che esso alla fine si ricongiunga senza danni in quell’auto-fellatio riuscita di cui, in verità, è tutto il tempo che stiamo parlando».
Alla velocità – nulla o infinita che sia – del circolo lo stacco del soggetto è comunque segnato, significato, la ricongiunzione con sé non è senza danni, non è una sovrana, autonoma, indipendente auto-fellatio riuscita. La sovranità del soggetto libero – nel suo concetto più e meglio accreditato –, autodeterminato, emancipato, affrancato, dall’illimitato potere, onnipotente, è decostruita.
«Decostruire il carno-fallogocentrismo non significa porre fine all’esperienza del mangiare l’altro – in altri termini all’esperienza stessa. Si tratta piuttosto di pensare un’altra economia del mangiare in cui il mangiare l’altro (in tutti i sensi) non sia solo un modo per nutrire sé, per nutrire un se stesso che desidera accrescere la propria potenza e ipseità, ma un modo per dare da mangiare all’altro, per lasciar mangiare l’altro, in sé, secondo una regola di giustizia e ospitalità infinita per cui non si mangia mai da soli, ma sempre in condivisione con l’altro» (Regazzoni).

giovedì 30 maggio 2013

il nuovo realismo è un populismo

Uno spettro si aggira per l'Italia. Che cos'è il Nuovo Realismo? No, non il fenomeno culturale e cine-letterario dell'Italia degli anni Quaranta e Cinquanta, quello era il Neorealismo. Il Nuovo Realismo - o, meglio, New Realism, che fa più fico - è il risultato delle "fantasticherie di un pensatore reazionario" (Donatella Di Cesare) e fondamentalista quale Maurizio Ferraris, la fiction e invenzione pseudo-filosofica e di consumo, sotto un'etichetta e un brand ammiccanti e commerciali, di chi si auto-proclama "paladino dei fatti, degli oggetti, del mondo, della realtà", di una assoluta verità oggettivamente vera. Mischiando buon senso e risentimento anti-filosofico, il New Realism inviterebbe "a disfarsi di secoli di riflessioni, a buttar via libri e saggi, che prenderebbero tempo ed energie, insomma a semplificarsi l'esistenza", promettendo e proponendo in cambio poche pagine e pochi pensieri rassicuranti, non disorientanti, che non spingeranno il lettore a pensare.
"Bentornata ingenuità!" (Fabio Milazzo) più che realtà, sarebbe il caso di dire, vista l'idea proposta da Ferraris, la cui grande novità non sarebbe altro che la vecchia, pre-moderna, medievale, tomistica concezione della verità come corrispondenza, come adeguamento dell'intelletto alle cose, per cui le teorie sarebbero vere se rispecchiano una realtà e una natura che esiste indipendentemente dal soggetto che la osserva e ne fa esperienza. Negando ogni idea complessa di realtà, questo "ingenuo antropomorfismo" fa sì che "il pensiero risulti assolutamente inutile, privo di valore", ed esige in qualche modo il sacrificio dell'intelletto. 
Il "ritornare ad una forma di filosofia che non ha più corso da almeno tre secoli a questa parte" (Corrado Ocone) mostra un Ferraris interessato "più che alla 'verità', all'affermazione". La conferma su "chi è il nuovo realista" (Laura Cervellione) ce la dà il suo antidemocratico atteggiamento di sentirsi benedetto e di "mostrarsi come la Ragione" - fatto "certamente più facile di dimostrare di avere ragione" -, la sua fallace e illogica "strategia argomentativa che mira a squalificare" (Lorenzo Magnani) chi non sottoscrive la posizione del realismo ingenuo, riducendolo a un Hitler, affermando che così "allora vinceranno sempre i Berlusconi, i Bush e magari pure i negazionisti avranno sempre ragione".
Decostruendo questo New Realism, esso appare più che altro e nient'altro che "un fenomeno filosofico-mediatico sapientemente incorniciato in una potente narrazione editoriale tutta italiana alla disperata ricerca di visibilità" (Simone Regazzoni), pubblicizzato in maniera virale per vendere una merce che, oltre la confezione, non ha nulla di meglio da dire se non "il fuoco brucia, il sole acceca, l'acqua bagna, addirittura i muri oppongono resistenza se tenti di passarci attraverso".
Il nuovo realismo è un populismo secondo i sopracitati autori dell'omonimo saggio, dunque, perché non è altro che una banalizzazione e volgarizzazione del pensiero filosofico il cui obiettivo è riscuotere successo e consenso tra il pubblico. Non si tratta affatto di una non condannabile - anzi! - popolarizzazione della filosofia, di una resa democratica del diritto alla filosofia, ma di una riduzione e degradazione del pensiero al mercato, al conservatorismo, al mite buon senso ingenuo e comune, rinunciando a "creare concetti che siano aeroliti piuttosto che merci" (Gilles Deleuze, Felix Guattari, Che cos'è la filosofia?), a "stabilire nuove verità, con coraggio e perseveranza" (Lorenzo Magnani).

giovedì 3 gennaio 2013

la nostra natura più cupa

Rileggendo le storie degli X-Men della seconda metà degli anni '80, quelle con cui ho cominciato, quelle scritte da Chris Claremont, quelle in cui fa il suo esordio Psylocke, mi imbatto in questo dialogo del 1987 da Uncanny X-Men 214, ripubblicato da poco sul secondo volume della saga Massacro mutante.
Tempesta dalle infinite sfumature, fedele a se stessa e che non si scusa per come appare agli altri, leader del gruppo mutante dal taglio di capelli mohawk (erroneamente noto in Italia come "alla moicana") affronta la malvagia entità predatoria Malice, il cui potere consiste nel possedere un corpo ospite e controllarlo corrompendo il suo lato più oscuro. Ma su Tempesta non funziona:

«Hai perso Malice! Il mio lato oscuro... la nostra natura più cupa... è ciò che ti sostiene e ti dà potere su di noi. Ma è anche una parte di quanto fa di me il capo degli X-Men. Più lo richiamavi in superficie, più mi rendevi in grado di resisterti. Non potevi corrompere quella parte di me che da tempo ho abbracciato. Non potevi tentarmi... con ciò che già possiedo».

Un eroismo, questo di Tempesta, degno dell'eroe postmoderno sporco come l'ispettore Callaghan di Clint Eastwood e oscuro come il Batman di Frank Miller dell'ultimo saggio di Simone Regazzoni, di un eroe che ha imparato ad abbracciare e a giocare con la propria Cosa oscura e disumana. 


 

mercoledì 12 dicembre 2012

sfortunato il paese che non ha eroi

Venerdì 14 dicembre, infatti, dalle ore 16, la Raccolta Manzù ad Ardea (via Laurentina, km. 32) ospiterà il filosofo Simone Regazzoni, invitato da Simona Taborro e Stefano Petruccioli, che presenterà il suo nuovo libro Sfortunato il paese che non ha eroi, in cui vengono tracciati i caratteri e l’etica del nuovo eroe, dell’eroe non classico ma contemporaneo, del vero eroe: comico, gaudente, nichilista, singolare, criminale, insomma, sporco come l’ispettore Callaghan di Clint Eastwood e oscuro come il Batman di Frank Miller.
Il mash-up tra filosofia e cultura popolare – questa nuova forma di attivismo culturale che è la pop filosofia, una filosofia mutante, un crossover in quanto incrocio e contaminazione di filosofia e cultura pop – che avrà luogo permetterà ai presenti di chiedere all’insolente e disinvolto filosofo tutto quello che avrebbero sempre voluto sapere sulla filosofia e non hanno mai osato chiedere a una sit-com o ad altri prodotti di genere popolare.
Let’s go. Why not? Andiamo. Perché no?


martedì 11 dicembre 2012

(super)eroismo moderno (5di5)


lunedì 10 dicembre 2012

eroismo del singolo (4di5)


venerdì 7 dicembre 2012

eroismo nichilista (3di5)


mercoledì 5 dicembre 2012

eroismo del godimento (2di5)


lunedì 3 dicembre 2012

eroismo comico (1di5)


venerdì 30 novembre 2012

la (pop)filosofia ad ardea

Venerdì 14 dicembre, dalle ore 16, la Raccolta Manzù ad Ardea (via Laurentina, km. 32) ospiterà il filosofo Simone Regazzoni, invitato da Simona Taborro e Stefano Petruccioli.
Perché? L’evento ha la finalità di portare e realizzare sul territorio del Comune di Ardea qualche iniziativa di rilevanza culturale e comunitaria, di coniugare divulgazione e aggregazione, commistione, appunto, tra pensiero e riflessione filosofica e cultura popolare, vicina e comune a tutti i cittadini. Il mash-up tra filosofia e cultura popolare – questa nuova forma di attivismo culturale che è la pop filosofia, una filosofia mutante, un crossover in quanto incrocio e contaminazione di filosofia e cultura pop – che avrà luogo permetterà ai presenti di chiedere all’insolente e disinvolto filosofo tutto quello che avrebbero sempre voluto sapere sulla filosofia e non hanno mai osato chiedere a una sit-com o ad altri prodotti di genere popolare.

Dove? Il luogo che ospiterà l’evento è la Raccolta Manzù, scelta sostanzialmente perché è forse il caso che i cittadini di Ardea si ricordino di quali preziose risorse e valori il loro territorio accoglie e presenta, e pensino quindi a valorizzare questa incredibile – ma ancora da fare emergere del tutto – ricchezza e opportunità per la nostra zona.

Embe’? Ma chi è Simone Regazzoni? Filosofo tra i più importanti interpreti italiani del pensiero dell'ormai classico autore francese Jacques Derrida (cui ha dedicato diverse monografie e saggi in raccolte e atti di convegni internazionali), è anche autore di testi di successo di divulgazione filosofica, di congiunzione tra la filosofia e la cultura popolare, quali Harry Potter e la filosofia, La filosofia di Lost, Pop filosofia e, ultimo, Sfortunato il paese che non ha eroi, che sta proprio in questo periodo presentando in giro per l'Italia, in cui vengono tracciati i caratteri e l’etica del nuovo eroe, dell'eroe non classico ma contemporaneo, del vero eroe: comico, gaudente, nichilista, singolare, criminale, insomma, sporco come l'ispettore Callaghan di Clint Eastwood e oscuro come il Batman di Frank Miller.

Regazzoni è uno di quei filosofi che ha accettato l'ingiunzione a scrivere altrimenti, a mettersi in gioco rompendo radicalmente con le regole della “buona” scrittura filosofica, come dimostrano i suoi ottimi saggi/esperimenti/ibridazioni di pop filosofia su Dr. House, Harry Potter e Lost: oltre che ostico e specialistico nei suoi testi più “impegnati” e “seri”, sa essere divulgativo e popolare, rispondendo ad un appello alla democratizzare della filosofia, perché è impossibile dissociare democrazia e filosofia. Diventa dunque non solo auspicabile ma necessario per un filosofo confrontarsi con fumetti, serie TV, romanzi di genere, videogiochi, decostruendo l'opposizione gerarchica cultura alta e cultura bassa.

Come il personaggio di un suo recente volumetto, Regazzoni fa filosofia puntando il dito medio contro quei «tangheri addottrinati che inquinano la tazza della mente» e «melliflui chiacchieroni» che sono gli int. (intellettuali), parla barbaro, con «una voce stridente come un cane, un viso arcigno», senza «né pudore, né dolcezza, né moderazione, né rossore in faccia» e soprattutto facendo in modo che tutti sentano – perché la filosofia splende per tutti – i suoi ficosofici (filosoficamente fichi) atletismi del pensiero, facendo largo e libero ricorso a tutto il vasto e ricco patrimonio della cultura popolare per realizzare un uso perverso della filosofia: «fare un uso perverso della filosofia significa nutrire i concetti filosofici dopo la mezzanotte in modo che si trasformino in pericolosi mostri. Proprio come accade con i Gremlins. Sbucheranno dai cessi chimici dei bunker seminando il panico tra i tangheri e obbligandoli a uscire allo scoperto. E noi saremo qui a goderci lo spettacolo».

Perché un filosofo è «un bastardo senza gloria che ha il coraggio di spingere il pensiero ai limiti della stupidità»: la filosofia è amore del sapere e nasce dallo stupore, cioè dalla stupidità «e il suo amore, come ogni vero, grande amore, è qualcosa di stupido, magnificamente e dannatamente stupido».

Let’s go. Why not? Andiamo. Perché no?
 
 

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