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lunedì 20 maggio 2019

dharma

Erano proprio gli stessi giorni della conferenza di Monaco: regnava un'atmosfera sinistra. [...] Io avevo già preso la decisione che, in caso di guerra, avrei disertato. [...]
Allora pensavo di essere perfettamente lucido, ma lo si è mai quando bisogna decidere qualcosa di grave? Non credo all'imperativo categorico. [...] Pretendere di comportarsi sempre secondo quanto prescrivono delle massime universali è assolutamente insensato, se non assolutamente ipocrita. [...]
Non esiste una regola universale che prescriva a ciascuno come si deve comportare: l'individuo porta in sé il suo dharma [dovere, legge]. [...]
L'unico rimedio è che ciascuno cerchi di determinare il più chiaramente possibile il proprio dharma, che può essere soltanto individuale. Il dharma di Gauguin è stato la pittura. Il mio, come me lo immaginavo nel 1938, mi sembrava evidente: dedicarmi alla matematica con tutte le mie forze. Il peccato sarebbe stato soltanto lasciarmene distogliere.
Non ignoravo il Critone, né la prosopopea delle leggi immaginata da Socrate. Ma fra l'obbedienza suprema che questi tributa alle leggi della patria e la disobbedienza civile [...] non mi sembrava che la prima fosse da preferirsi alla seconda. [...] Del resto [...] non si trattava affatto del diritto di disobbedire a leggi ingiuste, bensì del dovere di disobbedirvi, il che è completamente diverso: il dovere [...] consiste nel disobbedire alle leggi non appena si è convinti, in coscienza, che esse siano fondamentalmente ingiuste, e ciò senza curarsi delle possibili conseguenze.

(André Weil, Ricordi di apprendistato. Vita di un matematico).

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