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venerdì 18 marzo 2016

la filosofia indiana

Dopo Africa e Cina, con Filosofie nel mondo ho esplorato la filosofia dell'India. Matrice dell'Oriente, essa ha impregnato anche altre culture e irrorato zone sia prossime sia remotissime, e nella sua lunga e multiforme storia sono da sempre coesistiti interessi e costumi alquanto eterogenei e pensieri diversissimi, caratterizzando tale cultura con una propensione all'apertura e all'accettazione, all'eterodossia, al dissenso e al dialogo. Non è forse un caso che al centro della bandiera indiana vi sia un arcolaio, simbolo di come l'India sia una tessitura dinamica di fili diversi di pensieri, una continuità culturale ottenuta lasciando che aspetti di altre culture si sovrapponessero alla cultura originale, non minando la tradizione ma ampliandola sempre più e sviluppandola in direzioni nuove e inaspettate.
Il pensiero dominante è l'hinduismo, definizione di comodo che tenta di raccogliere un fenomeno estremamente complesso e articolato di diverse credenze e pratiche religiose, di esperienze spirituali e speculative, di norme etiche e rituali, di prescrizioni giuridiche e ordinamenti sociali, che caratterizza il modo di vivere indiano nei suoi vari periodi di sviluppo. Pur non avendo un fondatore e non essendo una religione del Libro, pur essendo il termine hindu coniato in senso etnico-geografico dai Persiani per indicare le tribù insediate a nord del fiume Indo (è con le invasioni musulmane del X-XI secolo che gli stessi Indiani cominciano a usarlo per designare gli autoctoni non musulmani e per distinguersi da moghul ed europei), tuttavia l'unità dell'hinduismo non è una finzione, tanto che gli stessi indiani ritengono che le varietà di speculazioni fiorite nel corso del tempo non siano altro che aspetti di ciò che è chiamato "Dharma perenne", un'oggettiva realtà spirituale atemporale, una verità metafisica unica e sempre identica nonostante i diversi idiomi e dottrine filosofiche con le quali parla. L'hinduismo può essere visto come il frutto di una lenta evoluzione, caratterizzata non da rotture o riforme ma da una tendenza alla continuità nel rinnovamento, transitata prima per il vedismo (1500-900 a.C.) e per il brahmanesimo (900 a.C-300 d.C.). 
La base del vedismo, pietra di fondamento dell'hinduismo, è costituita dai Veda (Sapienza), un corpus di scritture sacre, frutto diretto di una rivelazione ascoltata dai mistici veggenti, composte da mantra, ossia formule altamente condensate, inni dai poteri magici, in cui ogni lettera e sillaba hanno un senso simbolico multiplo che può essere interpretato con l'ausilio di determinate chiavi (spiegate in testi di ermeneutica) che variano a seconda dell'aspetto del mondo preso in considerazione, della scienza con cui si indagano le leggi cosmiche fondamentali. Le principali scienze vediche sono le quattro scienze applicate (la scienza della longevità cioè la medicina, quella del tiro con l'arco cioè l'arte militare, quella dei bardi celesti cioè la musica, quella della trama segreta delle cose cioè la magia), la filosofia (caratterizzata da punti di vista diversi, dotati di approcci e metodi distinti, attraverso cui cercare di comprendere e interpretare l'enigma dell'universo arrivando a risultati diversi e spesso contraddittori ma che proprio per questo consentono di formulare prospettive filosofiche al di là  dell'immagine limitata e tendenziosa che del mondo offrono le percezioni, perché verità relative, molteplici e contraddittorie coesistono), la storia (vista come filosofia della storia che cerca di ravvisare le leggi della sua evoluzione, della sua logica, dei suoi insegnamenti, al fine di trarne conclusioni etiche e politiche utili alla condotta degli uomini), la tradizione (i codici della morale, le norme legislative, le consuetudini, ancora utilizzate come base del diritto hindu), la scienza erotica (Kamasastra), l'architettura (scienza del costruire sulla base di complessi diagrammi simbolici), la filosofia ionica (il pensiero greco antico ma anche tutti i concetti filosofici stranieri), la scienza delle religioni. 
Il brahmanesimo si presenta come un'opera di ermeneutica vedica in cui emerge la nozione di brahman, l'Assoluto, principio e fondamento del mutevole succedersi dei fenomeni, segnando la transizione da una visione egocentrica come quella del vedismo a una cosmocentrica. Ai Veda nell'VIII-VII secolo a.C. si aggiungono nuovi testi sacri, le Upanisad, che approfondiscono le concezioni sull'unità soggiacente la molteplicità riconoscendo in un'essenza unica la vera realtà dell'universo. Di conseguenza i numerosi dèi vedici vengono a perdere di importanza e a essere considerati come null'altro che manifestazioni del principio cosmico unitario, supremo, immortale e incorporeo chiamato brahman che tutto ingloba. Tuttavia, i molteplici dèi della tradizione vedica non vengono semplicemente abbandonati ma subordinati all'Assoluto in un tentativo di conciliazione teologica. Dall'approfondimento brahmanico consegue la dottrina del tutto uno, per la quale l'atman (l'aspetto individuale e soggettivo) e il brahman sono una sola e medesima realtà, e quindi lo scopo della vita diviene quello di rifuggire dal transitorio per cercare rifugio nella realtà infinita, di assoluta coscienza e di pura beatitudine che, proprio per questo, può offrire una felicità imperitura. Appare, in tal senso, anche lo yoga, quale insieme di discipline psicofisiche, di controllo del respiro e di autodominio tese al distacco dalla personalità empirica per attingere quella presenza nel mondo dell'Uno supremo. Si attua così il passaggio da una concezione gioiosa quale era quella che si presentava negli inni vedici a una sostanzialmente disinteressata nei riguardi della vita mondana. Emerge, così, quel minimo comune denominatore di un coacervo di diverse credenze e pratiche e che è il fine ultimo a cui tutte tendono: la liberazione dalle catene del karman, dal continuo fluire ciclico di nascite e morti (samsara) a cui ogni esistenza fenomenica soggiace, tramite i tre sentieri di un'azione senza brama di guadagno o paura di perdita, appagata del proprio destino senza rimpiangere o godere di ciò che è, di una conoscenza della natura autentica della realtà, di una devozione e contemplazione meditativa che garantiscano l'autocontrollo libero dalle passioni e dai desideri per giungere a non essere più condizionati dal proprio io.
A partire dal VI secolo a.C. si assiste alla nascita e allo sviluppo di speculazioni eterodosse e di movimenti extravedici, delle quali quella storicamente più importante è il buddhismo. Nato dall'insegnamento di Siddharta Gautama, detto il Buddha (il Risvegliato), le sue quattro nobili verità consistono: nella transitorietà e inconsistenza della vita che provocano disagio, il quale nasce ogni volta che ci si oppone al fluire della vita e si cerca di attaccarsi strettamente a forme fisse illusorie (diagnosi); nel desiderio con cui l'uomo si aggrappa illusoriamente alla vita e all'io quale origine del disagio, perché l'uomo rimane così intrappolato in un circolo vizioso che è il ciclo delle rinascite (samsara) guidato dalla catena di causa ed effetto del karman (eziologia); nella cessazione del disagio (prognosi); nel sentiero che conduce alla cessazione del disagio tramite un graduale perfezionamento interiore (terapia). Altre correnti filosofico-religiose sono il jainismo (che a una forma di yoga che porta a livelli estremi l'ascetismo e la rinuncia a ogni possesso affianca una concezione multiprospettica della realtà in cui si mostra la possibilità di riconoscere una parte di verità in ogni idea, aprendo la mente all'accettazione delle differenze), il materialismo (antireligioso, edonistico e socialmente egalitario), l'ajivika (visione deterministica del ciclo delle rinascite per cui la liberazione è attinta automaticamente alla fine dell'attraversamento delle sfere d'esistenza, come un gomitolo di filo che scagliato in lontananza si smatassa definitivamente al termine della sua corsa).
L'hinduismo moderno si suddivide in tre principali correnti: il visnuismo, il sivaismo e il saktismo. Il visnuismo si ricollega alla divinità vedica Visnu, l'Onnipervasivo, la divina potenza che tutto pervade personificazione del Sole, il principio Conservatore del mondo, che insieme a Brahma il Manifestatore e a Siva il Trasformatore costituisce la triplice immagine hindu, un singolo corpo spartito in tre forme ove ciascuno può essere il cadetto o il primogenito rispetto agli altri. Per il visnuismo l'universo esiste come sogno di Visnu, e le sue discese (avatara: due di esse sono Rama e Krsna) nel mondo sono forme di soccorso e protezione per gli individui in difficoltà. Una delle correnti del visnuismo è il sikhismo, fondato nel XVI secolo dal poeta e mistico Kabir che, disgustato dal formalismo religioso sia dei musulmani sia degli hindu, considerò il cuore la vera dimora in cui alberga l'assoluto operando una sintesi tra visnuismo e mistica islamica e approdando a un monoteismo nel quale l'Assoluto onnipervadente, indifferentemente chiamato Visnu o Allah, è insito in tutti gli esseri e trascende tutte le forme. Il sivaismo vede in Siva l'aspetto fausto della divinità hindu, il cui antecedente vedico è Rudra, signore delle vittime sacrificali la cui funzione è catalizzare le impurità. Selvaggio e indomabile, Rudra-Siva designa l'ambigua unità degli opposti e l'aspetto terribile della realtà, rappresenta l'aspetto trasformatore: è il signore della danza, la cui danza terribile e affascinante fa sbocciare le forme del mondo così come le fa appassire, è colui al cui schiudere e chiudere di ciglia il mondo nasce e si dissolve. Il saktismo (o tantrismo) vede in Sakti la componente femminile della divinità, la sua forza creatrice. La devozione e il culto della Grande Dea prende forma in una modalità di yoga non unicamente rinunciataria ma di fruizione estesa di tutte quelle esperienze che la morale ascetica tradizionale aveva bandito.
La società indiana è gerarchicamente divisa in quattro caste (rango sociale basato sulla discendenza) con proprie rispettive norme e interdizioni: sacerdoti, guerrieri e governanti, produttori (allevatori, contadini, artigiani), servitori. Quattro sono anche i periodi dell'esistenza individuale, ciascuno con uno stile di vita che gli è adatto: l'infanzia è l'epoca dello studio, la gioventù quella della famiglia, la maturità quella della riflessione solitaria, la vecchiezza quella della serena rinuncia a ogni legame con il mondo terreno e della scelta di condurre una vita distaccata e contemplativa. Quattro, infine, gli scopi e le necessità della vita: la virtù che realizza l'uomo sul piano etico (il dovere di conformarsi all'ordine che regge l'universo e sostiene la struttura sociale), la ricchezza che realizza l'uomo sul piano sociale (gli interessi economici e i successi materiali), il piacere che realizza l'uomo sul piano corporeo, la liberazione (dal mondo terreno e dal ciclo delle rinascite) che realizza l'uomo sul piano spirituale.

mercoledì 9 marzo 2016

il pensiero cinese

Dopo quella in Africa, le Filosofie nel mondo mi portano a confrontarmi con il pensiero cinese, tra filosofia e religione - distinzione estranea nella Cina tradizionale -, tra dottrine di portata propriamente metafisica e dottrine di natura più limitatamente cosmologica. 
La cultura arcaica, deposito di concetti tradizionali accumulatisi tra il III millennio e l'VIII secolo a.C., vede nel Classico dei Mutamenti (Yijing) il testo più autorevole al quale attingeranno tutti i pensatori successivi per l'esposizione della dottrina dello Yin-Yang e del Dao. Manuale di divinazione databile intorno al IX secolo a.C., in esso appare evidente il principio di irreciprocità di natura che sta alla base del rapporto tra Unità e Molteplicità: la pratica divinatoria necessita di un mazzo di 50 steli, ma uno di questi deve essere separato dagli altri e rimanere inutilizzato e, proprio restando "fuori gioco", esso permette le possibili permutazioni degli altri 49; così un principio di natura unitaria e non-agente rende possibili i molteplici e indefiniti mutamenti del mondo dell'azione. La linea intera Yang e la linea spezzata Yin, base dei trigrammi e dei 64 (tante le possibili combinazioni su base 6 di linee intere e spezzate) esagrammi divinatori, non devono perciò essere considerate due entità autonome che si trasformano una nell'altra, ma due aspetti dell'Unità, di una stessa linea invisibile che si rende di volta in volta visibile o nel suo aspetto intero o nel suo aspetto spezzato.
A partire dall'VIII secolo a.C. si ha uno sviluppo di scuole filosofiche che mostra una ricchezza e varietà di dottrine. L'insegnamento del confucianesimo (VI-V secolo a.C.) ha una portata eminentemente sociale, interpretando senza eccezione le norme di comportamento individuale come frutto dell'interiorizzazione di norme più universali la cui capacità di fondare l'ordine sociale e di armonizzare il mondo umano deriva direttamente dal Cielo. Tale insegnamento prevede una triade di attitudini - il comportamento rituale (li) nei confronti di ogni aspetto della vita sociale e di se stessi, il senso dell'umanità reciproca (ren, carattere costituito dal radicale di "uomo" nella sua parte sinistra e dal carattere "due" nella sua parte destra) che rimanda a una concezione in cui l'umanità del singolo uomo ha il suo fondamento nel rapporto con la molteplicità degli altri uomini, il senso del giusto (yi) - attraverso lo studio e l'esercizio delle quali è possibile acquisire la nobiltà dell'essere pienamente un uomo, un uomo esemplare.
La scuola taoista si sviluppa a partire dal IV secolo a.C. intorno a una dottrina metafisica incentrata su quattro concetti principali: il Dao (Via), il De (Potenza/Unità), la non azione, il Saggio o Uomo Vero. Il Dao è infinito che nulla ha fuori di sé, incondizionato e inconoscibile, estremo di sottigliezza (origine indistinta di tutto ciò che esiste) e di espansione (evidente e costante espandersi di tutte le forme di manifestazione); il passaggio alla molteplicità del mondo manifestato avviene per il tramite della prima determinazione del Dao stesso, l'Unità o la Potenza (De) che si origina dal supremo inizio del non-essere e che, suddividendosi pur restando indivisa, origina i destini, gli archetipi informali delle singole forme che, vibrando, generano ogni cosa che custodisce in sé un principio spirituale, una natura originaria, proprie regole e misure. Coltivando la propria natura originaria si fa ritorno all'Unità e all'origine, si è di per sé e non si ha in nulla di esterno il proprio principio (spontaneità della non azione): così è per il Saggio, il Vero Uomo che realizza l'identità con il Dao stesso. Dal punto di vista taoista le virtù confuciane non sono altro che una reazione tardiva e inefficace a uno stato di decadenza rispetto al quale si è impotenti: il senso dell'umanità e del giusto appaiono solo quando il Dao è decaduto, il comportamento rituale compare quando nei rapporti umani non regna l'armonia, i buoni ministri si hanno dove regna il disordine.
Altre scuole filosofiche sono la "Scuola dei Nomi" o dei "sofisti", per le affinità con il carattere estremo nell'abilità argomentativa attraverso il discorso e l'uso di paradossi (che intendono però esemplificare punti di vista che, non tenendo conto dell'unità del reale, restano imprigionati nel relativismo); la scuola dei legisti, che crede in una naturale propensione dell'uomo verso il male da tenere sotto controllo attraverso rigide misure coercitive; la "Scuola dello Yin-Yang e dei Cinque Agenti", che concepisce l'universo come un'unità organica retta dal Cielo e crede in un'evoluzione storico-politica segnata dalla successione dei Cinque Agenti (Terra-giallo, Legno-verde, Metallo-bianco, Fuoco-rosso, Acqua-nero) sancita dall'alternarsi dello Yin e dello Yang.
Le prime testimonianze della presenza del buddhismo in Cina risalgono al I secolo d.C., e il lungo processo di assimilazione e sinizzazione delle dottrine indiane arriva al VII-X secolo. L'estraneità alla mentalità cinese del contesto monastico del buddhismo viene superata grazie alla dottrina del bodhisattva come l'essere che, una volta realizzata la propria liberazione, ridiscende nel mondo a operare per la liberazione di tutti gli altri esseri. La dottrina del "niente altro che coscienza" riduce l'intera manifestazione della realtà alla coscienza che l'essere ne ha, sostenendo l'illusorietà sia del mondo fenomenico sia della coscienza individuale che lo fa apparire dotato di realtà e prospettando un processo graduale che conduca all'abbandono definitivo dell'illusione e alla realizzazione-identificazione con la realtà incondizionata. 
Buddhismo, taoismo e pensiero cosmologico contribuiscono alla formazione, fra XI e XIII secolo, delle dottrine neoconfuciane. Direttamente riferibile al buddhismo e al suo concetto di "contemplazione interiore" è l'idea di un rovesciamento della contemplazione, dall'esterno all'interno, per cogliere quel principio unico all'interno di sé senza il quale non è possibile cogliere il medesimo principio unico che regge la molteplicità delle cose fuori di sé. Viene inoltre acquisito un interesse preponderante per la cosmologia (già dal III secolo d.C., comunque, il Classico dei Mutamenti era stato inserito nel canone confuciano) con una precisa ascendenza taoista: la Trave Maestra o Grande Unità (Taiji) è l'origine indifferenziata del mondo differenziato, dalla quale appaiono i Due Modelli (Yin e Yang) e da questi le Quattro Figure (quattro digrammi), da queste le quattro Figure Celesti e Quattro Terrestri (otto trigrammi), da queste la moltitudine delle cose (64 esagrammi). Un'idea che sarà poi però abbandonata, troppo simile al Dao taoista e al Vuoto buddhista, è quella per cui lo stesso essere, l'universalità dell'uno, non è a sua volta che un aspetto della maggiore universalità dello zero, del non essere (Wuji): ciò che è al di là delle forme possiede, fra la totalità delle sue possibilità, anche quella di determinarsi come essere, come principio di unità che produce la molteplicità, ma è al di là della Trave Maestra e tuttavia è anche la Trave Maestra. Il neoconfucianesimo si attiene all'idea di un Soffio o Forza Vitale (qi) costituente unico e indistruttibile di tutta la realtà. Il confucianesimo viene assunto a dottrina di Stato, tanto che fornisce la base degli esami per accedere alla carriera di funzionario dal 1313 al 1905.

giovedì 3 marzo 2016

niente resterà intatto

Nella sua non convenzionale introduzione, Niente resterà intatto, Tommaso Ariemma si interroga e ci interroga, medita e ci fa fare esercizio di meditazione con lui, su che cos'è la filosofia. Non è un disquisire pedante e vuoto sui massimi sistemi ma un affrontare quesiti fondamentali che cambiano la vita, un affrontare il mostruoso, tanto più "in un tempo in cui l'apocalisse dell'uomo è qualcosa di quotidiano" (Sloterdijk). La filosofia è affrontare il mostro che non si può mettere alla porta, di cui non si può negare l'esistenza, che ci divora, ci assorbe e limita il nostro orizzonte e rivendicare, invece, che c'è dell'altro: filosofare è, dunque, assumere dei rischi. La filosofia è diventare colossi, resistere e restare impedendo al mostro di ridurci a niente, riconoscendo il mostro come mera parte e non totalità.
La filosofia è, ancora, eleganza, che intelligenza di pensare e scegliere: non fare o dire qualcosa purchessia, tanto per capriccio, ma fare e dire, tra le molte cose che potrebbero essere fatte e dette, quella che richiede di essere realizzata, così che "eleganza è il nome che si dovrebbe dare a ciò che chiamiamo etica" (Ortega y Gasset).
Pure, la filosofia è forgiare principi, non tanto come guida o riferimento quanto soprattutto come inizi e inneschi: filosofare è cominciare a pensare e vivere diversamente, ecco perché la filosofia corrompe. 
E la filosofia è, anche, fragilità, che è il contrario di docilità perché non si può mai sapere cosa può e dove si disporrà l'infranto, di cosa sia capace: non tenere duro, divenire sordi e indifferenti, bensì essere fragili in modo che nessun ordine possa ricomporci o farci restare al nostro posto. 
Affrontato con eleganza e fragilità dalla filosofia, niente resterà intatto.

lunedì 29 febbraio 2016

letture di febbraio

La nuova avventura del duo Hap e Leonard scritta da Joe R. LansdaleHonky Tonk Samurai, vede i due improbabili detective metter su una sgangherata squadra - dei "samurai" pronti a andare fino in fondo, a rischiare la vita, ma desiderosi di salvare la pelle - per risolvere un caso la cui verità, alla fine, forse si sarebbe preferito non conoscerla. 

Lettura seriale anche per Fabio Geda che, insieme a Marco Magnone, dà inizio alla saga adolescenziale Berlin con il primo volume, I fuochi di Tegel.

Il ritratto di Descartes realizzato da Steven Nadler con il suo Il filosofo, il sacerdote e il pittore è piuttosto inconsistente e superficiale dal punto di vista filosofico e, insieme, molto poco attraente dal punto di vista letterario e narrativo: una piatta e ridotta biografia concentrata sull'incontro tra il filosofo francese residente nell'Olanda del secolo d'oro e il sacerdote cattolico Bloemaert, e sul probabile ritratto del suo amico che quest'ultimo avrebbe fatto realizzare al famoso Frans Hals, in un'epoca e in un luogo agitato da una febbre ritrattistica, prima della partenza del filosofo per la Svezia, in modo da averne sempre un caro ricordo. Così Nadler ricostruisce la genesi della più nota opera pittorica che ritrae Descartes. E il libro è tutto qui. Deludente.
Lettura derivata dal seminario sulle cartesiane Meditazioni metafisiche che sto tenendo a scuola, e da cui derivano anche le letture dirette dei testi del filosofo francese: Discorso sul metodo e i due trattati Il Mondo. L'uomo. Per questo e per gli altri seminari, la Guida alla lettura delle Meditazioni metafisiche di Descartes di Emanuela Scribano, la Guida alla lettura della Metafisica di Aristotele di Giovanni Reale e la Guida alla lettura della Nascita della tragedia di Nietzsche di Gherardo Ugolini.

Sempre in ambito filosofico, le piacevoli Lettere persiane di Montesquieu, il breve intervento di Jacques Derrida sui temi di Incondizionalità e sovranità e quello su sovranità e crudeltà in Stati d'animo della psicanalisi di cui ho già scritto, come ho già scritto anche del libricino popfilosofico di Monia Andreani su Peppa Pig e la filosofia.

Molto gradevoli, soprattutto per gli splendidi disegni di Philippe-Henri Turin, i due volumetti per bambini scritti da Alex Cousseau e con protagonista Carlo, piccolo drago poeta dalle ali e zampe troppo grandi che lo fanno essere impacciato a terra e perciò deriso dai suoi simili ma in grado di oscurare il sole mentre vola, alle prese prima con la scuola di draghi e poi con il ciclope Polifemo

Dal mondo dei fumetti, oltre all'omaggio di Hugo Pratt all'ultimo volo di Saint-Exupéry, continuano i primi cicli narrativi delle nuove testate della Marvel: buoni i debutti del Dottor Strange, scritto da Jason Aaron e disegnato da Chris Bachalo, sulla Via della stranezza e del primo volume del nuovo Capitan America, Sam Wilson, di Nick Spencer, mentre pessimi i New Avengers di Al Ewing dove Tutto è nuovo ma il team non ha la minima attrattiva e le storie non appassionano.
Inoltre, bella l'avventura di Batman e Joker in Europa scritta da Brian Azzarello e disegnata da Matteo Casali e che vede i due percorrere le strade di alcune capitali del vecchio continente - Berlino, Praga, Parigi, Roma - per scoprire di essere intimamente legati ed essenzialmente necessari l'uno all'altro, reciprocamente e insieme veleno e medicina l'un per l'altro.

martedì 16 febbraio 2016

l'impossibile aldilà di una sovrana crudeltà

Secondo Jacques Derrida se la possibilità della crudeltà è irriducibile nella vita dell'essere animato, allora ogni discorso altro – teologico, metafisico, genetico, etc. – da quello della psicanalisi non potrebbe aprirsi a questa ipotesi, la ridurrebbe, escluderebbe, priverebbe di senso: il solo discorso che possa rivendicare la questione della crudeltà è la psicanalisi, il “senza alibi” senza di cui non si può prendere in considerazione la crudeltà. Ecco perché in Statid'animo della psicanalisi, unendo il tema della crudeltà a quello della sovranità, è agli psicanalisti che si rivolge per nuove Considerazioni attuali sulla guerra, per un nuovo Perché la guerra?
Nella sua corrispondenza con Freud, Einstein aveva osservato che la forza e il diritto (Macht und Recht) vanno di pari passo – nessun diritto senza possibilità di costrizione aveva detto lo stesso Kant –; che una pulsione di potere caratterizza ogni nazione, spontaneamente protesa alla sovranità e avversa a una restrizione dei diritti sovrani dello Stato; che l'uomo alberga in sé il bisogno di odiare e di distruggere, una pulsione di crudeltà. Così, solo l'abbandono incondizionato da parte di ogni nazione di almeno una parte della propria sovranità potrebbe non paralizzare gli sforzi di una giustizia internazionale.
Freud, d'altra parte, denuncia come illusorio uno sradicamento delle pulsioni di crudeltà, di potere, di sovranità: ciò che è necessario coltivare è una transazione differenziale, un'economia della diversione, un avanzare indiretto. Legata all'essenza della vita, la crudeltà non ha un contrario ma solo differenze di modalità, qualità, intensità. L'ideale, afferma Freud, sarebbe una comunità la cui libertà consistesse nel sottomettere la vita pulsionale a una “dittatura della ragione”: un progresso per spostamento indiretto e restrizione delle forze pulsionali.
Derrida, però, sottolinea gli aspetti problematici del discorso freudiano. Benché Freud riconosca che non c'è alcuna valutazione etica nella descrizione delle polarità pulsionali e che non ha senso volersi sbarazzare delle pulsioni distruttrici perché senza di loro cesserebbe la vita stessa, egli poi, però, radica nella vita, nella vita organica, nell'economia autoprotettrice della vita organica, in uno dei poli della polarità quindi, tutta la razionalità in nome della quale egli propone di sottomettere o di restringere le forze pulsionali. Giustificare un pacifismo, un'opposizione alla pena di morte, una difesa del diritto alla vita, non si può fare in modo radicale a partire da un'economia della vita, della vita organica. Derrida afferma che c'è, che occorre che ci sia qualche riferimento a una vita, certo, ma a una vita altra da quella dell'economia del possibile, una vita im-possibile probabilmente, una sopra-vita (sur-vie), la sola che valga di essere vissuta, senza alibi, una volta per tutte, una sola volta per tutte, la sola a partire dalla quale un pensiero della vita è possibile. Ciò si può dare solo a partire da figure dell'incondizionato impossibile come l'ospitalità, il dono, il perdono, l'imprevedibilità, il forse, l'evento, la venuta dell'altro.
E se vi fosse, in alcuni casi, crudeltà nel non donare la morte? E se vi fosse dell'amore nel voler donarsi la morte in due, l'uno all'altro, l'uno per l'altro, simultaneamente e no? E se vi fosse un “si soffre crudelmente in me, in un io” senza che si possa supporre che vi sia qualcuno che esercita una crudeltà?

giovedì 11 febbraio 2016

peppa pig e la filosofia

Il libricino di Monia Andreani si inserisce in quel filone che intreccia filosofia e cultura popolare, che indaga il pop attraverso le categoria filosofiche e racconta la filosofia tramite i personaggi dell'immaginario collettivo e i fenomeni popolari. Così Peppa Pig e la filosofia riconosce nel cartone animato inglese un prodotto epocale di sintesi di un obiettivo educativo, adattato ai piccolissimi e predisposto per la costruzione sociale delle generazioni adulte del futuro prossimo, che concentra conformismo alle regole e orientamento al fare, al produrre, all'essere inseriti in una società ben ordinata e dai chiari principi valoriali: Peppa Pig sarebbe il prototipo a misura di bambino di una società globalizzata e multiculturale, ordinata e funzionante.
Peppa Pig è erede del cortometraggio Disney de I Tre Porcellini (1933), la fiaba forse più utilitaristica di sempre il cui successo la dice lunga su quella che era la necessità educativa di un mondo già globalizzato che stava attraversando una grande crisi economica. Il cartone è potenziale erede, forse, anche della serie televisiva Heidi, ma la maialina è un'eroina conservatrice e convenzionale, distante da una Heidi o da una Pippi Calzelunghe, entrambe dotate di una forte personalità e di una mancanza di adeguamento alle regole imposte.

lunedì 8 febbraio 2016

malinconia, utopia, realismo

Gianluca Cuozzo in Utopie e realtà lega insieme melancolia, utopia e realismo e traccia i risultati del loro contatto fecondo, del loro incontro proficuo. La malincolia è un “radioso rimpianto” (Baudelaire), un anelito all'inversione del tempo, da cui emerge il ricordo dell'inadempiuto, di un residuo di realtà da concretizzarsi che è precisamente ciò di cui si nutre l'utopia concreta: far dell'inadempiuto la chance, l'opportunità del momento, senza allentare i legami imprescindibili dell'alternativa utopica con il mondo reale. Armarsi di melancolia, per Benjamin, significa acquisire una competenza storico-mondana davvero intransigente rispetto a ogni “ingenuo ottimismo” e “volgare naturalismo storico”; essa spinge a intravedere le crepe della decadenza ma anche a immaginare azioni che aprano la storia a quel potenziale di alterità che essa stessa cova. La melancolia si mostra quindi come il risvolto interno del nastro dell'utopia, come il principio gravitazionale di realtà che le è necessario. Anche se sotto il segno dell'angoscia, essa restituisce la domanda circa l'altro luogo dell'ancora aperto nella storia.
È nell'ambiguità irriducibile della complessione melancolica – avvinghiata alla terra ma insieme disperatamente protesa verso le altezze celesti, condannata all'infelicità passata eppure aperta sul margine possibile – che va ricercata una declinazione del pensiero utopico che, sebbene non rassegnato al presente, sappia però resistere alle filosofie del progresso sempre passibili di rovesciarlo in distopia. È in una archeologia o anamnesi del residuale in cui “nulla di ciò che è avvenuto dev'essere mai dato per perso” (Benjamin), in cui muoversi come “straccivendoli” – robivecchi che per Baudelaire è l'alter ego del poeta, uomo incaricato di raccattare i rifiuti di giornata di una grande città e perciò in possesso delle chiavi per decifrare le sparse rovine della realtà moderna – a caccia degli scarti e del pattume dimenticato dell'esistente che sono però possibilità emancipative tuttora futuribili e latenti in questi stessi lacerti e cascami del passato, che si reimmette l'utopia nel circuito della realtà.
La natura è il punto di massima prossimità tra utopia e realismo: il sogno di ripristino, per nulla regressivo, di una condizione perduta da cui dipende la stessa sopravvivenza dell'uomo. Ecco che desiderio dell'altrove e critica del presente conducono a una ecosofia senza la mediazione della quale non vi è salvezza storica, utopica in senso vero.

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