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martedì 30 ottobre 2018

il desiderio della scrittura

Non una introduzione, una ricostruzione del pensiero, una normalizzazione o un addomesticamento, ma una controfirma all'innegabile mostruosità del pensiero derridiano.
Già autore di libri e saggi su Jacques Derrida, questa volta Simone Regazzoni, allievo del filosofo francese, si impegna in una lotta, in un corpo a corpo con il maestro. Il testo pubblicato nella collana "Eredi" della Feltrinelli è appunto il resoconto quasi diaristico di un tale annoso corpo a corpo, con cui Regazzoni controfirma il corpus derridiano, corpus che non può essere separato dal corpo del suo autore, corpo di scrittura che, al di là di qualsiasi vecchia distinzione di genere e di disciplina, deve essere considerato come un poema in cui bios e graphia sono inseparabilmente tessuti insieme da una firma e dalla sua unicità. E del resto è proprio questo desiderio della scrittura, questo primo desiderio che spinge a scrivere e che si fa cifra di singolarità e idiomaticità - "questa cosa, questa scrittura idiomatica di cui so che la purezza è inaccessibile, ma che continuo a sognare", confessa Derrida - a rappresentare il centro intorno a cui ruota il testo di Regazzoni, che rifiuta ogni idea di una filosofia di Derrida: è proprio il movimento eccedente rispetto al logos filosofico la dimensione più mostruosa, violentemente inventiva, non addomesticabile, della scrittura del filosofo francese, pensatore perturbante per la filosofia stessa e i suoi custodi.
Secondo Regazzoni la grandezza di Derrida, l'eredità del suo pensiero e della sua scrittura, consiste nel modo in cui egli ha risposto all'esaurimento storico della filosofia come dominio del logos, alla fine della filosofia - già all'opera e in decostruzione - intesa come logos discorsivo, universitario, accademico, saggistico. Egli ha risposto all'appello ingiunto dall'a venire del pensiero attraverso una forma di scrittura idiomatica, che sfida le regole della buona scrittura filosofica, eccede i limiti della concatenazione concettuale e dell'esposizione di tesi, procedendo al di là dell'opposizione tra filosofia e letteratura, in una avventura della scrittura in cui, senza niente da dire - "ecco ciò che non sopportano, che io non dica niente, mai niente che stia in piedi o che valga, nessuna tesi che si possa confutare, né vera né falsa" -, Derrida scrive e scrive altrimenti, firmando in prima persona e mescolando generi, stili, lingue, toni, pensiero e vita, aneddoto e riflessione, con il risultato di dissolvere l'ordine filosofico in una autofiction: una scrittura autobiografica in cui però non c'è un soggetto già dato che si racconta, ma in cui piuttosto il soggetto - il soggetto-filosofo ma anche il vivente-Derrida - si costruisce come narrazione di sé, in cui "il me non esiste" ma "è dato dalla scrittura". Ma questa grandezza, riconosce Regazzoni, non è stata affatto priva di impasse, perché se è vero che Derrida ha sempre lottato per trovare un'altra forma di presentazione per la filosofia, è altrettanto vero che non vi è davvero riuscito, non è arrivato a comporre il Libro che ha sognato. Con questo desiderio di scrittura bisogna misurarsi, in filosofia, per ereditare Jacques Derrida.
Se non si vuole essere semplici archivisti - custodi del passato, dei resti - ma eredi che si misurano con un segreto che va al di là di tutto ciò che resta, lo si deve fare a partire da ciò che non ha avuto luogo: assolutamente fedeli e massimamente infedeli al cuore dell'eredità, non si deve trasmettere un sapere, ma si deve rispondere a una ingiunzione spettrale, che arriva dall'altro, come mostra quel libro sull'eredità, sugli eredi e su cosa significa ereditare che è, fra le altre cose, Spettri di Marx. "L'eredità non è mai un dato, è sempre un compito", quindi essa chiama in gioco non solo e non tanto la sopravvivenza del morto, il prendersi cura delle cose morte, ma la nostra vita, ci impegna a controfirmare l'eredità del padre portandola altrove e inventandola, a controfirmarne il segreto che ci dice "leggimi". E all'eredità di Derrida, all'ingiunzione del suo segreto, si risponde comprendendo che essa non trasmette altro che il desiderio: desiderio che nella sua forma più pura è lettura del segreto come segreto, segreto che non è niente, niente di essente; desiderio che è un fuoco pronto a bruciare tutto, senza resto, senza resti, fino alla cenere.
Ereditare è ingiunzione a vagliare il fuocoma ingiunzione che non è separabile da quella a bruciare, distruggere: il segreto chiede di essere letto, ripetuto, conservato ma anche cancellato in altro, nell'altro che controfirma il segreto. Solo passando attraverso il fuoco dell'altro si salva, sopravvive. Questo è ciò che ha fatto del resto lo stesso Regazzoni in questi anni, anni di tesi politiche su Derrida e dizionari della decostruzione, ma anche di scritture ibride e contaminate sia nei contenuti pop sia nello stile e nei generi, di avventure in romanzi e dichiarazioni d'amore, di sperimentazione di forme nuove da dare alla filosofia.
Regazzoni, a partire da Derrida - ed entrambi a partire dallo spettro di Sartre -, risponde all'appello della decostruzione della frontiera tra filosofia e letteratura, non cede sul desiderio di letteratura a costo della filosofia, spingendo quest'ultima a battere nuove strade. Ma ciò si dà perché sin dall'origine lo spettro della letteratura assilla e infesta la filosofia: tra un'univocità assoluta e un'equivocità assoluta non si può veramente scegliere, ché qualsiasi oggettività ideale, qualsiasi significato o senso, qualsiasi verità per essere ciò che è deve in primo luogo poter iscriversi, ripetersi, darsi, differenziarsi in un segno, diventare altro da sé. La possibilità della scrittura, dell'iscrizione, è necessaria e costituente al senso, alla verità, che senza di essa non si danno. Ma questa possibilità necessaria già da sempre contamina e lacera verità e senso, idealità, è al contempo condizione della loro impossibilità, dell'impossibilità della loro rigorosa purezza. La scrittura è allora ciò che marca una mancanza costitutiva, una differaenza, una traccia, che i filosofi tentano sempre sistematicamente di cancellare, e che resta invece sempre da pensare, spettro che sempre assilla il logos quale sogno di una parola piena, trasparente, dotata di senso. All'origine, dunque, c'è una contaminazione strutturale tra filosofia e letteratura, tra il sogno di un'origine pura, semplice, una presenza piena del senso, che si darebbe nel logos quale discorso univoco, e lo spazio di segni equivoci presi nel gioco di un rinvio che non mette capo a un senso ultimo ma a pura disseminazione. E se non si dà mai senso puro, significato che non sia già abitato in sé dalla differaenza, allora è necessaria la letteratura come pratica di scrittura che rompe con la logica del senso, come esercizio di un pensiero che eccede i limiti e il dominio del logos, come desiderio di entrare in questo gioco della differaenza in cui il corpo del significante è "intransitivo e intransigente: resta, resiste, esiste e si fa rimarcare".
A questo spazio di una resistenza, di una restanza, di un tutt'altro senza volto che non si sarà mai fatto assimilare, Derrida sceglie di dare il nome platonico di chora, aporia dell'iscrizione originaria, spazio di pura iscrivibilità e potenza di scrittura più vecchia del logos stesso, condizione di possibilità dell'idea stessa, della sua riproducibilità come il medesimo.
Non si eredita dunque la decostruzione se non a partire dal desiderio di realizzare un'opera al di là della filosofia, in cui il pensiero non possa in alcun modo essere separato dalla singolarità della vita, in cui lo stile e il corpo della scrittura siano lo spazio di questa unione. La forma sarebbe quella di un diario totale, spazio altro della scrittura in cui costituirsi come io, come soggetto, spazio testamentario di una sopravvivenza attraverso cui solo si può accedere alla propria vita, a sé come soggetto vivente. Questo divenire soggetto attraverso la scrittura autobiografica è un divenire sé passando per la diversione dell'altro, dell'esteriorità, della morte e di una certa distruzione.
Per questo è già anche un'auto-immuno-bio-grafia, un'esperienza di costituzione e, al contempo, di decostruzione di sé, della propria vita e del suo senso di cui desidero appropriarmi e di cui tuttavia non arrivo mai ad appropriarmi, scacco che però è la possibilità stessa della vita e del suo senso. Scrivere significa allora tentare, nella ripetizione, di farsi padrone della propria morte, accettando di darsela di buon grado - come se si trattasse di bere il pharmakon della cicuta -, distruggendo e salvando la propria vita.
Conclude, dunque, Regazzoni, che la singolarità idiomatica e autobiografica di Derrida resiste alla teoria, alla sistematizzazione, al metodo, alla forma della domanda metafisica che si interroga sull'essenza di qualcosa. Con l'invenzione della decostruzione, e la sua pratica nella scrittura come invenzione, Derrida non crea i propri concetti ma firma le parole che si lascia dettare, che fa e lascia venire, dalla scrittura stessa, lavorando di stile e di idiomaticità sul significante per eludere il "voler-dire" e la fissazione del senso, esponendosi e inventandosi: invenzione di Jacques Derrida, nel doppio senso indecidibile del genitivo soggettivo e oggettivo. Questo niente da dire, niente da pensare che si scrive, non ha nulla di nichilistico, apre piuttosto a qualcosa di più e di altro rispetto ciò che un soggetto può semplicemente dire e pensare.





sabato 10 giugno 2017

socratico gandalf

Nella Terza Età, il concilio degli dei decise di inviare dall’Ovest nella Terra di Mezzo gli Istari, un gruppo di “stregoni”, al fine di contrastare la crescita dell’ombra di Sauron. Uno, l’ultimo venuto, all’Ovest si chiamava Olorin, che vuol dire sogno, immaginazione, memoria, chiara visione di cose non fisicamente presenti. Tra gli Elfi, nella Terra di Mezzo, fu chiamato Mithrandir, il Pellegrino Grigio, poiché non dimorava in nessun luogo e non ambiva a ricchezze né a seguaci, ma andava sempre di qua e di là per la Terra di Mezzo facendo amicizia con tutte le genti in tempo di bisogno. L’Elfo Guardiano, Cirdan, indovinò in lui il massimo spirito e il più realmente sapiente, e gli affidò il Terzo Anello, Narya il Rosso. Cordiale e sollecito era infatti il suo spirito, egli era colui che si opponeva al fuoco che distrugge con il fuoco che illumina e soccorre.

Pur essendo uno degli Istari Gandalf non si è mai fermato, e si è mescolato a tutte le razze e a tutte le storie degli abitanti della Terra di Mezzo. Amico dei signori degli Elfi e dei re degli Uomini, nemico epocale del maledetto Sauron, godeva molto della compagnia degli Hobbit; nei loro curati giardinetti, dopo un pasto abbondante, amava fumare la pipa e chiacchierare su tutto un po’, mentre il sole dei pomeriggi autunnali sarebbe calato solo – lentamente aprendo le ombre sull’erba appena innaffiata – per dar spazio all’allegria della cena con gli ospiti.
Gandalf sapeva affrontare molte situazioni e trattare con molti caratteri, perché si coinvolgeva ma non si imponeva, perché era profondamente democratico, senza ombra di snobismo ed alterigia. Sapeva cavalcare veloce, maneggiare terribile la spada, amava i boschi verde cupo e i candidi ghiacciai aperti sul cielo infinito, amava i giochi e le fantasie, le leggende e i poemi romantici d’amore e morte.

Nella Contea tutti gli Hobbit sono ignoranti attuali: ma tra di loro alcuni sono anche ignoranti potenziali – coloro che chiudono occhi e orecchie ai grandi avvenimenti della Terra di Mezzo, avvenimenti che però, volenti o nolenti, comunque li coinvolgono – mentre altri sono potenziali sapienti: sono Frodo, Sam, Merry e Pipino, che ascoltano Gandalf, consultano gli Elfi, ammirano gli Uomini, imparano e crescono e saranno gli unici a saper fronteggiare la marea che arriverà a sommergere la stessa pacifica Contea. D’altra parte, ci sono i sapienti attuali, per esempio gli Istari (gli “stregoni”), e tra essi c’è chi è ignorante potenziale, come Saruman Curunir, che corrompe la sapienza posseduta e diventa progressivamente cieco, incapace di imparare dall’esperienza, e c’è chi è anche potenziale sapiente, come Gandalf Mithrandir, che tutti ascolta e da tutti impara, e nel suo socratico “so di non sapere” vive la sua vocazione di ricercatore e di testimone della verità.

Il contrasto tra la suggestione narcisistica e l’esemplarità buona è quello – nel romanzo di Tolkien – tra Saruman e Gandalf. La voce idealizzata di Saruman era un’illusione, ma con tutta la potenza dell’illusione:

«Per alcuni l’incantesimo durava solo finché la voce si rivolgeva a loro personalmente, e quando parlava a qualcun altro essi sorridevano come chi ha indovinato il trucco di un prestigiatore, mentre gli altri sono ancora sbalorditi. A molti bastava udirne il suono per esserne avvinti; vi erano infine i succubi, coloro che rimanevano vittime dell’incantesimo e che ovunque fossero udivano la dolce voce bisbigliare istigandoli».

Pensa, invece, a Gandalf, “capo” senza attributi vistosi, senza pompe né misteri né sceneggiate né minacce né vanità né esibizionismi né uffici prestabiliti né liturgie sacre.
Il re Aragorn Elessar lo sa bene e, alla fine della guerra, si fa incoronare da Gandalf dicendo:

«Lui è stato il fautore di tutto ciò che è stato compiuto e questa vittoria è sua».

Il potere di Gandalf è il dire la verità e – a partire dalle massime universali fino ad arrivare ai consigli pratici e necessari occasione per occasione – il permettere che gli altri abbiano intorno a sé l’ambiente idoneo per pensarla in proprio. Alla fine delle singole storie dei membri della Compagnia, nessuno dipende da Gandalf o cerca di imitare Gandalf: gli hobbit rimangono hobbit, ma più felicemente e pienamente hobbit; gli uomini rimangono uomini ma più pienamente uomini; chi doveva portare l’Anello riesce a portarlo; chi doveva diventare re lo diventa; chi voleva sposarsi si sposa; chi voleva vivere e non morire vive.

E Gandalf parte dai Rifugi Oscuri senza portare via niente dalla Terra di Mezzo: il suo “potere”, veramente efficace, non è, alla fine, nel far dipendere gli altri da sé, ma nel contribuire a farli vivere non dipendenti da nessuno e sempre più amici tra loro.

(da Franco Manni, Lettera ad un amico della Terra di Mezzo)

mercoledì 31 maggio 2017

letture di maggio

Molto bello il romanzo di Salman Rushdie L'incantatrice di Firenze, in cui tra storia e favola si legano i destini dell'Occidente - la Firenze rinascimentale - e dell'Oriente - le splendide corti dell'Asia -, tra individui che non si contentano di essere ma sono intenti a diventare, donne immaginarie fatte reali dalla forza dell'immaginazione di chi le ama, artisti capaci di sfuggire alla realtà nelle loro opere, assedi alla bella città di Prato, uomini con la spada che quando incontrano uomini con il fucile sono uomini morti perché nell'era dell'archibugio non c'è più posto per il cavaliere in armatura. 

Opere prime sia per un autore che leggo con piacere ormai da anni, Murakami Haruki, con la recente riproposizione in un unico volume - Vento & Flipper - dei suoi due primi romanzi Ascolta la canzone del vento e Flipper, 1973 - accompagnati dal racconto illustrato Gli assalti alle panetterie -, sia per un autore di recentissima scoperta, Michael Chabon, con I misteri di Pittsburgh, romanzo di iniziazione alla vita adulta in cui, come spesso avviene, è il caldo dell'estate a sciogliere vecchi legami e presunte certezze, a fondere orizzonti e identità, a trasformare e far sperimentare nuove forze e forme, nuovi incontri, desideri e concatenamenti.

Piccoli e interessanti saggi: quello di Carlo M. Cipolla Vele e cannoni, che mostra i presupposti tecnici alla base dell'aggressiva espansione europea per mare nell'età moderna; la filosofia di un non-colore tracciata da Alain Badiou ne Lo splendore del nero; le Aporie sul morire, sui limiti e sui passaggi di Jacques Derrida; il percorso di apprendistato in filosofia di Gilles Deleuze ricostruito da Michael Hardt.

Graphic novel di Mark Millar, Superior, e di Kathryn Immonen, Ti prego, rispondi, e le gialle tavole non esaltanti de Le cose così di Mattia Labadessa.

domenica 30 aprile 2017

teoria del kamikaze (e letture di aprile)

Con il suo piccolo saggio Teoria del kamikaze il filosofo francese Laurent de Sutter indaga questa attuale figura dell'attentatore suicida riconoscendolo come un essere estetico, un attore di una scena pirotecnica il cui obiettivo non è tanto la distruzione quanto la sua possibile visibilità. L'attentato suicida è un dispositivo estetico, mediatico, perché si presenta ed è esperito in quanto immagine prima ancora che in quanto semplice fatto. Come i blockbuster hollywoodiani catastrofici, di cui sembra replicare le immagini, l'attentato suicida racconta il trionfo della luce dell'esplosione sull'infrastruttura materiale del mondo, del flash luminoso sugli edifici che dovrebbero costituire la materia di cui è fatto il mondo. Il kamikaze è un essere dell'epoca delle immagini, il suo scopo non è tanto quello di infliggere danni effettivi, quanto quello di mostrare un'immagine la cui impressione sia tanto forte e potente da paralizzare: il dispositivo tecnico-mediatico-estetico dell'attentato suicida ha come obiettivo la siderazione che carpisce gli sguardi, colpisce gli animi e paralizza i corpi. Attentati suicidi dei kamikaze e film catastrofici condividono quell'esperienza contemporanea del sublime che è la destruction porn, l'attrattiva pornografica per lo spettacolo della rovina, portatrice di un'esperienza più grande di sé dinnanzi alla quale non ci si può trovare che siderati.
Tutt'altro che nichilista, il kamikaze è, al contrario, il cavaliere del reale e del suo accadimento effettivo in un'epoca - quella della riproducibilità tecnica - in cui il reale non si offre sotto la forma del fatto ma sotto quella dell'immagine, in cui il reale appartiene alla sfera dell'apparenza e non a quella della realtà. Il kamikaze intende fare immagine, saturare lo spazio delle immagini con un flash accecante e trionfare nella gara per la visibilità. Il kamikaze è un flash che rende visibile come la visibilità sia il luogo stesso dell'ordine del reale.

Due bei romanzi questo mese. Ottima scoperta, grazie anche all'incontro con l'autore, il pranzo kosher e la visita al tempio organizzati dalla sinagoga diFirenze che ne hanno preceduto la lettura, il romanzo di Michael Chabon Wonder Boys. Quando un autore è appassionato di fumetti, per me è sempre un valore aggiunto.
Riuscita la riscrittura dello shakespeariano Racconto d'inverno realizzata da Jeanette Winterson con Lo spazio del tempo, che riesce insieme a non tradire l'originale e a non essere mero rifacimento, ma vero rilancio.
Ancora Cinquecento con Scienza e vita civile nel Rinascimento italiano di Eugenio Garin.
Bello narrativamente e graficamente il primo volume della serie a fumetti Tokyo Ghost di Rick Remender.

domenica 2 aprile 2017

letture di marzo

I libri letti con i gruppi di lettura spesso sono deludenti, ma il bello e il piacere in questo caso stanno nella discussione e nello scambio che avvengono al momento dell'incontro e del confronto. In questo mese ho finito due libri che rientrano in questa categoria. L'energia della vergogna, del russo Fazil' Iskander, non è certo un romanzo di formazione, una storia sulla difficoltà di diventare grandi, visto che l'unico elemento di maturazione del protagonista nelle 200 pagine del libro è dato dall'imparare a leggere l'ora sull'orologio e poi, d'improvviso, nelle ultime 5 pagine, passano dieci anni e lui ha finito l'università, quando noi lo avevamo lasciato "primo della classe" (misteriosamente, visti i voti sul suo quaderno che dopo un primo 'ottimo' crollano su livelli medi) alle elementari. Non è un romanzo storico, di ambientazione storica, un racconto in cui la Storia si intreccia con le storie dei personaggi, il destino con le loro vite, visto che questo presunto 'sfondo sanguinante' - della guerra e del regime staliniano - cui si accenna alla fine del libro inizia a essere nominato, e solo vagamente, giusto nell'ultimo quarto del testo. Insomma, non è nulla di quello che viene spacciato sia. Si tratta, dunque, invece, di un groviglio di memorie infantili narrate convulsamente, senza un filo logico e, soprattutto, con uno stile che alterna la piattezza di un linguaggio da bambino e gli inutili barocchismi di un adulto che non sa scrivere. Un romanzo che non porta da nessuna parte e che viene subito abbondantemente a noia.
Due opportunità date a un giovane autore italiano, Giorgio Fontana, entrambe un fallimento. Prima Morte di un uomo felice, romanzo privo di alcun valore letterario. Poi Novalis che, peggio, si rivela anche privo di una trama dotata di senso alcuno.
Nuovo, per me, autore di genere è Walter Mosley che comincia bene con il suo Il diavolo in blu. Bello anche il lungo racconto di una vita sulle onde, sul surf, di William Finnegan Giorni selvaggi.
Due deludenti graphic novel, Il gusto del cloro di Bastien Vivès e Blankets di Craig Thompson, mentre si conferma un grande autore Brian K. Vaughan con Gli Escapisti
Ancora sul Rinascimento con l'antologia curata da Eugenio Garin L'uomo del Rinascimento. E sempre per un po' di storia Carlo Ginzburg sulla stregoneria e i culti agrari tra Cinquecento e Seicento, I benandanti, e Carlo M. Cipolla sulla peste a Prato nel Seicento, Cristofano e la peste.
Davvero utili gli strumenti, le tecniche e i design pattern spiegati da Walter Nuccio nel suo corposo e chiaro manuale La progettazione dei giochi da tavolo.

martedì 28 febbraio 2017

letture di febbraio

Qualche piacevole romanzo, ma nessun capolavoro, con gli affidabili Don Winslow de La pattuglia dell'alba e Dave Eggers de Ologramma per il re
Ha originato una discussione in un gruppo di lettura che è valsa molto più della sua lettura il romanzo Il grande futuro di Giuseppe Catozzella.

Tra la saggistica, storica e filosofica, la filosofia come dichiarazione d'amore di Simone Regazzoni, gli scritti sull'arte di Peter Sloterdijk raccolti ne L'imperativo estetico, il lessico di Jean-Luc Nancy e Federico Ferrari La pelle delle immaginiIl Rinascimento di Peter Burke, la storia culturale del divertimento nell'Europa dei secoli XV-XVII raccontata da Alessandro Arcangeli in Passatempi rinascimentali, i saggi scritti da Caterina Resta su La passione dell'impossibile di Jacques Derrida, i saggi di antropologia filosofica di Eugen Fink Per gioco.

sabato 18 febbraio 2017

filosofia come dichiarazione d'amore

Non è una decostruzione quella portata avanti da Simone Regazzoni nel suo ultimo Ti amo, non è nemmeno una nuova e diversa raccolta di frammenti di un altro discorso amoroso. Dell'amore non ci può essere né sapere né discorso: l'amore è il reale che non può essere preso nelle trame tessute con la parola o la scrittura, è una nudità fragile che la parola più bella, rivestendola, offenderebbe. L'amore resta sempre e solo da fare - con disciplina e senza ritegno alcuno.
La sfida allora cui risponde Regazzoni è quella di portare la filosofia al limite, perché l'unica possibilità che si ha con quell'impossibile che è l'amore non è quella di dirne la verità, ma di farla: fare la verità dell'amore facendo l'amore con le parole, nella forma di una lunga dichiarazione d'amore. Quindi non discorso ma solo struggimento, di sé e delle parole - scioglimento senza alibi alcuno, esaurimento oltre ogni misura, consunzione senza speranza. 
E in questa filosofia fatta nella forma di una struggente dichiarazione d'amore, l'amore emerge come evento che ci trascende e ci chiede di essere alla sua altezza con la forza di un sì; che ci chiede di abbandonare il nostro io - la sicurezza della nostra esistenza, del nostro potere, del nostro essere - e di perdere tutto, anche il mondo, per esporci all'Altro, senza sapere e senza vedere. Ai margini della notte - che appartiene agli amanti - l'amore ci chiede di resistere - come il dono, come il perdono - alla logica del calcolo per esporci incondizionatamente a esso; ci chiede di non addomesticarne la forza notturna perdendolo e rendendolo calcolato piacere, studiato conforto, di non volerne fare una nostra iniziativa ma di lasciarlo e vederlo venire.
Lasciarlo e vederlo venire come quel miracolo che è e che irrompe e rompe l'orizzonte del possibile, delle nostre possibilità, del nostro potere, come quel miracolo che non dipende da noi e dal nostro volere ma che ci accade. Come quell'evento che segna l'inizio di una vita nova, di un'altra origine del mondo - un mondo, una dimensione di esistenza, al di là della semplice vita, l'apertura di un mondo e il ritrarsi di una terra che è un prodigio che sconvolge l'ordinario corso delle cose.
Questo evento, questo miracolo, questo prodigio che è l'amore ci chiede di essere degni di ciò che avviene, di essere all'altezza della sua forza smisurata, di rispondere con un sì al suo venire: sì all'avventura, sì all'origine del mondo e della nuova vita. L'amore - selvatico, furioso, indomito, impetuoso, deflagrante, altero, crudele - ci chiede cuore e coraggio, forza e ferocia; l'amore che ferisce, che non può lasciarci indenni, sani e salvi, ci chiede thymos: ci chiede di essere fieri, valorosi, animosi, impavidi. 
Siamo all'altezza di tutto ciò? Di questo eroismo in amore? Di questo coraggio come capacità di dire sì a ciò che accade, di essere all'altezza degli incontri - cuasuali e vuoti di ragione - che ci arrivano, anche a rischio di soffrire e far soffrire? Abbiamo la forza di avventurarci, di accogliere l'evento amoroso?
Evento amoroso che ci chiede la forza dell'irrevocabile "per sempre", di un punto di eternità, di una macchia di eccezione, di un passato che non passa nello scorrere finito del tempo; che ci chiede di avere tutto, senza resto ma senza possesso, nel dire sì all'eternità di un "ora".

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