Pages

sabato 31 dicembre 2016

letture di dicembre + top 5 del 2016

Solo un po' di saggistica per questo mese.

I saggi di teoria politica di Carl Schmitt raccolti in Le categorie del "politico", due testi di Roberto Esposito - Immunitas e Bios -, il saggio sulla Tortura di Donatella Di Cesare, i contributi per La scuola ai tempi del digitale raccolti e curati da Vittorio MidoroFrancis Bacon e l'ossessione di Michelangelo, di Luigi Ficacci.

Con la ripromessa, il buon proposito, di leggere più narrativa per l'anno nuovo, segnalo anche la top 5 dei libri letti nel 2016:

1. Murakami Haruki, L'uccello che girava le viti del mondo - Finalmente portata a conclusione anche la lettura dell'ultimo grande romanzo di Murakami Haruki che mi mancava, e il suo surrealismo kafkiano in cui tutto è insieme assolutamente improbabile e perfettamente coerente ha sempre il suo fascino.

2. Dave Eggers, I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?  - Un testo di interrogatori filosofici su i miti d'oggi, la legge e la giustizia, l'educazione e la natura, le istituzioni e la libertà.

3. Richard Flanagan, La strada stretta verso il profondo Nord - La bella storia di un uomo, un medico e soldato fatto prigioniero durante la seconda guerra mondiale, che si rifiuta di smettere di aiutare la gente a vivere: non è un buon chirurgo, né una bella persona, ma non smette di fare ciò che può e deve.

4. Julia Kristeva, I samuraiUna sorta di sequel de I mandarini di Simone de Beauvoir: la generazione degli intellettuali francesi tra gli anni Sessanta e Ottanta non sono tanto detentori del sapere e del potere culturale entusiasti del loro impegno quanto piuttosto guerrieri che considerano la vita come un'arte marziale, la scrittura come un atto di piacere e di guerra insieme: poesia, gioco di sciabole o calligrafia, ogni arte è un'arte marziale in cui ci si mette a morte per rifarsi un nuovo corpo, una nuova forma. Bellissimo romanzo, e romanzo d'amore: "Sono insieme perché sono separati. Chiamano amore questa mutua adesione alla propria rispettiva indipendenza. Questo li ringiovanisce, sembrano adolescenti: addirittura bambini. Che cosa vogliono? Essere soli insieme. Giocare da soli insieme, e a volte passarsi la palla, tanto per dimostrare che in quella solitudine non c'è dolore".

5. J.K. Rowling/Robert Galbraith, La via del male - Si conferma ottima la lettura delle indagini di Cormoran Strike, il nuovo splendido personaggio - e notevole anche la caratterizzazione degli altri protagonisti, comprimari e comparse di questa serie di thriller - di J.K. Rowling (o Robert Galbraith che dir si voglia), che anche con La via del male si è dimostrata veramente e sorprendentemente capace di reinventarsi e trovare nuove strade di scrittura, evitando di rimanere prigioniera di quel capolavoro che è stata la saga di Harry Potter.

mercoledì 14 dicembre 2016

nietzsche filosofo

Alla morte di Nietzsche, avvenuta all’aprirsi del secolo Novecento, D’Annunzio scrisse un poemetto (poi raccolto in Maia) intitolato “A un distruttore” e Claudio Treves in un articolo di fondo dell'”Avanti!”, allora da lui diretto, lo celebrò come il “distruttore della morale borghese”.
Alla sua figura teorica e letteraria e alla sua fortuna successiva è dedicato l’appuntamento di venerdì 16 dicembre 2016, dalle ore 17 alle 19, organizzato dalla sezione pratese della SFI presso la Sala Conferenze della Biblioteca Lazzerini di Prato.
Gli interventi saranno a cura di Stefano Berni (docente del Cicognini-Rodari), sul rapporto Nietzsche-Foucault in merito alla questione del corpo; di Silverio Zanobetti, su Nietzsche e Schopenhauer come educatore; di Giuseppe Panella, intorno a Nietzsche e Leopardi; e di Stefano Petruccioli, su un reboot di Nietzsche, sottotitolo del suo recente libro Filosofare con la katana.

sabato 3 dicembre 2016

letture di novembre

Si conferma ottima la lettura delle indagini di Cormoran Strike, il nuovo splendido personaggio - e notevole anche la caratterizzazione degli altri protagonisti, comprimari e comparse di questa serie di thriller - di J.K. Rowling (o Robert Galbraith che dir si voglia), che anche con La via del male si è dimostrata veramente e sorprendentemente capace di reinventarsi e trovare nuove strade di scrittura, evitando di rimanere prigioniera di quel capolavoro che è stata la saga di Harry Potter.

Finalmente portata a conclusione anche la lettura dell'ultimo grande romanzo di Murakami Haruki che mi mancava, L'uccello che girava le viti del mondo, e il suo surrealismo kafkiano in cui tutto è insieme assolutamente improbabile e perfettamente coerente ha sempre il suo fascino.

Interessante sia sotto il profilo letterario sia sotto quello storico l'immersione nelle vie e tra la gente della città partenopea proposta da Matilde Serao ne Il ventre di Napoli.

Non entusiasmante il romanzo breve o racconto lungo di Valerio Evangelisti Gocce nere.

Per un aggiornamento didattico, qualche spunto di riflessione e operativo interessante lo offre il volumetto Storytelling digitale a scuola di Nicoletta Di Blas, per uno disciplinare, invece, Il mercante dall'antichità al Medioevo di Andrea GiardinaAron Jakovlevic Gurevic.

lunedì 31 ottobre 2016

letture di ottobre

Ogni tanto ritorno a Dave Eggers, questa volta con il bel Conoscerete la nostra velocità, struggente e ironico, geniale e irriverente. Un po' piatto ed eccessivamente cronachistico il romanzo su Alessandro Magno di Klaus Mann.
Arriva al 6° volume e continua a essere appassionante e graficamente esaltante la Saga fumettistica di Brian K. Vaughan, di cui - letto in prospettiva cinematografica - ho molto gradito anche l'avventura del Dottor Strange Il giuramento.
Per la saggistica, interessanti alcuni contributi della fenomenologia curata da Matteo Pellone di un mito (post)moderno quale James Bond, così come il saggio di Giuseppe Panella sulla scrittura di Curzio Malaparte L'estetica dello choc. Sempre piacevoli e ricchi anche i brevi saggi di Alain Badiou, come quest'ultimo appello alla corruzione della gioventù e invita a La vera vita.
Continuando le letture nietzschiane, il bel confronto tra Nietzsche e Foucault sui temi della corporeità e del potere svolto da Stefano Berni nell'ottica di una critica radicale della modernità, la biografia intellettuale di Friedrich Nietzsche scritta da Lou Andreas-Salomé, il noioso Atlante della sua vita e del suo pensiero curato da Giorgio Penzo, il mal scritto - come tutti i libri di Salvatore Natoli, secondo me e al di là dell'interesse dell'argomento - Nietzsche e il teatro della filosofia, il percorso su Il nichilismo di Franco Volpi.

domenica 9 ottobre 2016

appello alla corruzione dei giovani

Con il suo ultimo La vera vita - espressione di Rimbaud che rappresenta il tema della filosofia - il francese Alain Badiou, uno dei massimi filosofi viventi, si rivolge ai giovani al riguardo di quel che la vita può offrire, delle ragioni per le quali occorre assolutamente cambiare il mondo, ragioni che, per ciò stesso, impongono di assumersi dei rischi. 
Questo rivolgersi ai giovani diviene un appello alla loro corruzione, nel senso di tentare di dimostrarle che esiste una falsa vita, una vita devastata, ridotta con ogni mezzo alla pura e semplice soddisfazione delle pulsioni immediate, e che, invece, per conquistare la vera vita bisogna lottare contro le prevenzioni, i preconcetti, l'obbedienza cieca, le consuetudini ingiustificate. 

«Fondamentalmente, corrompere la gioventù significa una cosa sola: tentare di fare in modo che la gioventù non ripercorra i sentieri già tracciati, che non sia semplicemente votata a obbedire ai costumi della città, che possa inventare qualcosa, proporre un altro orientamento per quel che riguarda la vita.
La gioventù ha due nemici interioriIl primo nemico è quella che potremmo chiamare la passione per la vita immediata, per il piacere, per l'istante. Quando questa passione organizza una vita intorno al singolo giorno, una vita appesa all'immediato del tempo, una vita in cui il futuro è invisibile o comunque del tutto oscuro, allora si viene indotti a una forma di nichilismo, una forma di concezione dell'esistenza che non ha alcun senso unificato. Una vita privata di significato, e dunque incapace di durare nel modo in cui dura una vita vera e propria. Quello che allora si chiama "vita" è un tempo ritagliato in istanti più o meno buoni, più o meno cattivi, e in fin dei conti avere più istanti possibili che siano pressappoco accettabili è tutto quello che si può sperare dalla vita. In definitiva, questa concezione smembra l'idea stessa della vita, la disperde, ed è il motivo per cui questa visione della vita è anche una visione della morte. La morte afferra la vita e la decompone, la strappa al suo significato possibile.
Dall'altro lato, la seconda minaccia interiore di un giovane è apparentemente opposta. Ovvero la passione per la riuscita, l'idea di diventare ricchi, potenti, di avere successo. L'idea non già di consumarsi nella vita immediata ma al contrario di trovare un posto al sole nell'ordine sociale esistente. La vita diviene allora la somma degli stratagemmi utili al successo, a costo, per riuscirci, di sottomettersi meglio di ogni altro all'ordine vigente. Non è il regime della soddisfazione immediata, del godimento, è il regime del progetto ben costruito, efficace.
In fondo, quando si è giovani, senza saperlo chiaramente si è preda di due possibili orientamenti dell'esistenza: la passione di bruciarsi la vita, la passione di costruirla. È perché esistono queste due passioni contrarie che i giudizi sulla giovinezza sono da lungo tempo così opposti. Giudizi in netto contrasto, fra l'idea che la giovinezza sia un momento meraviglioso e l'idea che la giovinezza sia un momento terribile dell'esistenza».

I giovani devono dunque accordare la propria soggettività a un compito completamente nuovo: l'invenzione di una nuova simbolizzazione.

«Nulla è più importante che fare attenzione ai segnali che indicano che potrebbe accadere altro da quel che accade. Esiste ciò di cui siete capaci, e allora si tratta della costruzione della vita, dell'utilizzo delle proprie capacità, ma esiste anche quello di cui ancora non sapete di essere capaci, ed è questa la cosa più importante: ciò che si scopre quando ci s'imbatte in qualcosa di imprevedibile. Ad esempio, quando ci si innamora sul serio, quando si partecipa a una sollevazione in favore di una nuova idea, quando cresce in voi una vocazione artistica, quando siete attratti da questioni scientifiche inedite. In tutti questi casi, si scopre in se stessi una capacità che si ignorava.
Si può dunque dire che esiste quel che voi potete costruire, ma che esiste anche quel che vi fa andare più lontano; esiste quel che vi può "sistemare" ma esiste anche la vostra capacità di viaggio, d'esilio. Esiste quel che volete costruire, quello di cui siete capaci ma esistono anche i segni di ciò che vi chiama a partire, ad andare oltre quello che sapete fare, costruire, "sistemare". Costruire e partire, partire verso quel che possiamo essere, verso ciò che è la vostra autentica realtà. Bisogna scoprire ciò di cui si è capaci, per quel che riguarda una vera vita creatrice e intensa, bisogna risalire verso la propria capacità».

La funzione del filosofo, da sempre, è quella di corrompere il giovane, di invitarlo a scoprire il soggetto di cui è capace, a trovare la "violenza nuova" attraverso la quale affermare, per la gioia dei veri padri, il mondo nuovo che intende creare.

venerdì 30 settembre 2016

letture di settembre

Veramente poche pagine lette questo mese.

Glamorama, ultimo romanzo che mi mancava di Bret Easton Ellis

Per la saggistica filosofica, lo scritto sull'insegnamento di Nietzsche e la politica del nome proprio Otobiographies di Jacques DerridaLa creazione del mondo di Jean-Luc Nancy, Il nodo di Gordio che raccoglie i due testi di un dialogo indiretto tra Ernst Jünger e Carl Schmitt su Oriente e Occidente nella storia del mondo.

Ancora un volume, L'attacco dei mostri di neve mutanti, con le strisce di Calvin & Hobbes realizzate da Bill Watterson.

mercoledì 31 agosto 2016

letture di agosto

La strada stretta verso il profondo Nord, di Richard Flanagan, è la bella storia di un uomo, un medico e soldato fatto prigioniero durante la seconda guerra mondiale, che si rifiuta di smettere di aiutare la gente a vivere: non è un buon chirurgo, né una bella persona, ma non smette di fare ciò che può e deve.
Due ottime conferme sono il secondo romanzo sherlockiano di Anthony Horowitz, Moriarty, e gli interrogatori filosofici di Dave Eggers su i miti d'oggi, la legge e la giustizia, l'educazione e la natura, le istituzioni e la libertà I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?
Sempre una gradevole lettura quella di Stephen King, Chi perde paga.
Molto deludente La sostanza del male di Luca D'Andrea: trama inconsistente e diluita, accozzaglia incapace di decidersi tra thriller, horror e dramma.
Interessante e suggestiva la filosofia in metafore e storie di Andrea Tagliapietra, Alfabeto delle proprietà.
Ancora su Nietzsche: Il soggetto e la maschera di Gianni VattimoIl culmine e il possibile di Georges BatailleArte e verità di Franco Rella e Susanna Mati, Il politeismo e la parodia di Pierre Klossowski, Guerra alla guerra di Jean-Pierre Faye, Le lacrime di Nietzsche di Irvin D. Yalom.

domenica 31 luglio 2016

letture di luglio

Come il precedente e come i seguenti, mese le cui letture - e riletture - girano fortemente intorno e vicino a Nietzsche: Sproni di Jacques DerridaDivenire molteplice di Gilles Deleuze, Nietzsche e l'eterno ritorno di Karl LöwithLa filosofia di Nietzsche di Eugen FinkCaratteri filosofici di Peter Sloterdijk, L'essenza della filosofia di Wilhelm Dilthey, Cultura e critica di Jurgen Habermas,  Filosofia contro Accademia di Fernando Savater, Krisis Pensiero negativo e razionalizzazione di Massimo CacciariIl doppio cervello di Nietzsche di Roberto Dionigi, Nietzsche e l'Aurora della misura di Benedetta Giovanola, L'inattuale, idea pedagogica di Giovanni Maria Bertin, Ermeneutica e genealogia di Salvatore Natoli, Lettere e note su Nietzsche di Paul Valéry.

Unici romanzi, La moglie perfetta di Roberto CostantiniI figli della mezzanotte di Salman Rushdie.

giovedì 30 giugno 2016

letture di giugno

In preparazione del prossimo mese, che da un po' di anni è quello del festival del contemporaneo PopSophia - dove la filosofia indaga il pop e il pop racconta la filosofia -, un po' di letture in cui filosofia e cultura popolare si ibridano, si affrontano e si scoprono. Ovviamente si inizia dal tema di quest'anno del festival, Il Ritorno della Forza, con Star Wars and Philosophy: libertà e predestinazione nella famiglia Skywalker, stoicismo e filosofie orientali nel culto Jedi, ambiguità morali, il problema del male e della sua giustificazione, l'etica della guerra, la questione della tecnica, i dilemmi dell'intelligenza artificiale, la dialettica hegeliana, interrogativi politici su tirannide, democrazia e repubblica.
Due letture per Sherlock Holmes - tema anche dei buoni apocrifi di Luca Martinelli Il palio di Sherlock Holmes e Sherlock Holmes e la morte del cardinale Tosca - con il mediocre The Philosophy of Sherlock Holmes e con il migliore Sherlock Holmes and Philosophy: Holmes come lo spinoziano uomo saggio capace di non essere affetto dalle passioni che rendono schiavi - modello che pone le basi per eroi moderni come Dr. House, Bones, Spock -, le regole del ragionamento logico deduttivo, induttivo e abduttivo, uno studio sull'amicizia, il tema della noia, i rapporti con la fortuna, l'azione, l'immaginazione, l'inganno e la menzogna.
Ancora filosofia e letteratura con il bel Stephen King and Philosophy: Dio e il male, la costruzione dell'identità femminile in un confronto tra Carrie e Simon de Beauvoir, la sfida tra transumanismo e bioconservatorismo, Roland della serie La Torre Nera e il nicciano eterno ritorno - ma anche l'etica utilitaristica -, l'analisi aristotelica dell'amicizia e i racconti di Stagioni diverse, l'Overlock Hotel di Shining come foucaultiana eterotopia, utopia e distopia in L'uomo che corre e La lunga marcia, il genere horror e la compassione schopenhaueriana, viaggi nel tempo e preveggenza. 
Passando ai fumetti, Batman Unauthorized: il realismo e il grottesco, sovversione e conservatorismo, l'essenza del Joker, la figura paterna di Ra's al Ghul, la (im)possibilità di un ritiro per Bruce Wayne, la follia di Arkham.

In Deadpool Killustrated il mercenario chiacchierone dei fumetti Marvel, consapevole di essere solo un personaggio dei comics e di vivere in una dimensione perciò fittizia, e vista l'impossibilità di liberarsi e di liberare gli altri da tale realtà di finzione perché gli autori continuano a riscriverli, decide di andare alla fonte del problema, a quella realtà prima e ideale da cui il suo mondo finto deriva, cioè la letteratura classica e si mette a ucciderne tutti i protagonisti (Moby Dick, Don Chisciotte, Dracula, etc.) cosicché il mondo dei fumetti non possa più essere riscritto perché ne è venuto a mancare il modello, l'archetipo, l'idea. Deadpool uccide i classici per porre fine a quel mondo falso, di favola, di finzione, che sa essere la sua realtà. Più che un fumetto un saggio filosofico.

Da aggiungere: il non splendido ma lunghissimo romanzo di Yehoshua Kenaz Non temere e non sperare, sul servizio militare nello Stato di Israele; il thriller Un finale perfetto del sempre affidabile John Katzenbachfinito il seminario a scuola sulle Meditazioni metafisiche di Cartesio; molto interessante e ricco di spunti, suggestioni e temi da approfondire il saggio di David Graeber sul perché ci perseguita e insieme ci rende felici la Burocrazia; i saggi di Gianni Vattimo raccolti in Le avventure della differenzaquelli di Carlo Sini su semiotica e filosofia di Eracle al bivio, quelli di Claudio Magris sul "grande stile" nella letteratura moderna in L'anello di Clarisse.

Inizia, infine, un periodo di letture su Nietzsche con la biografia di un'apolide dell'esistenza scritta da Massimo Fini, l'introduzione di Gianni Vattimo e uno dei primi saggi critici sul filosofo, Il culto di Nietzsche di Ferdinand Tönnies.

giovedì 23 giugno 2016

infilzato dall'allievo

Dal considerare un maestro come una meta, un fine, un arrivo, si deve essere preservati dalla sequenza di tre termini, gesti, momenti, che nelle arti giapponesi tracciano il cammino dall’apprendistato alla maestria.
Shu, difendere, proteggere, custodire: osservare, conoscere, amare i modelli espressi dal maestro. 
Ha, rompere, spezzare, distruggere: colpire con il martello, tagliare con la katana.
Ri, lasciare, abbandonare, liberare: separazione ingrata, dare nuova forma e nuovo stile. 
La dinamica dell’apprendere è quella di un duello: il maestro deve essere affrontato, unico motore possibile per la crescita dell’allievo. L’allievo deve essere in tensione verso la formazione di sé, verso la costruzione di un suo proprio stile. Solo quando è infilzato dall’allievo il maestro ha avuto successo. Il maestro non deve essere pastore, né l’allievo gregge, ma qualcosa di diverso, totalmente.

(Filosofare con la katana. Nietzsche reboot)

martedì 14 giugno 2016

tre competenze per cui si ha bisogno di educatori

A scuola è tempo di imparare a programmare per competenze, ecco allora le tre competenze per insegnare le quali si ha bisogno di educatori: allargare il buco del culo, danzare, forgiare. 
Sembra che nel linguaggio tipico delle canaglie giapponesi su due ruote – che possono rivelarsi grandi insegnanti – avere il buco del culo piccolo sia un modo di dire, forse crudo, che significa essere meschino. Quindi la prima competenza è la generosità, la nobiltà del disinteresse e dell’ospitalità: sospendere il giudizio, che discrimina l’ostile, l’estraneo, il nuovo, imparare a aprirsi alla conoscenza, alla comprensione, all’assenso. Questa generosità riempie, colma il fondo degli occhi di unicorni e draghi di fuoco, castelli e isole. Questa generosità restituisce futuri più ricchi, garantisce un vero avvenire, eventi a venire.
Seconda competenza, insegnare a danzare, e che i fremiti dei piedi leggeri si riversino e diffondano per tutti i muscoli, sciogliendone la rigida imbranataggine, fino anche a quella di una goffa mano, fino a avere dita buone per le sfumature, per l’arte di piegare la carta e ottenere da un piano foglio gru che sbattono le ali distese e rane pronte al salto – ancora, unicorni e draghi. Insegnare a danzare con i piedi, con le idee, con le parole, con la scrittura. Danzare, finché c’è musica, senza fermarsi né chiedersi perché o che significhi, senza bloccare i piedi – piedi leggeri, nudi, sciolti, liberi. Senza fermarsi, danzare anche se si può sembrare stupidi, un passo dopo l’altro continuare a danzare, senza avere paura, finché i piedi non siano più leggeri e sicuri. Danzare, danzare, danzare – e bene, con maestria, con grande stile. 
Terza competenza, forgiarsi un’arma o un’armatura: colpisce forte il martello, risuona limpido l’acciaio, rosso e ardente, sempre più duro. Di esso fare la corazza della propria marca e la katana rifinita con la bellezza e l’eleganza di uno stile singolare.

(Filosofare con la katana. Nietzsche reboot)

lunedì 6 giugno 2016

il beccarsi il colpo migliore dell’altro

Il modo in cui affrontare il pensiero filosofico è la lotta, la pulsione agonistica. Non si ha bisogno solo di amici ma anche di rivali. Il pensiero è un agone più che un’infinita conversazione, una discussione seduti intorno a un tavolo – o peggio una comunicazione da dietro una cattedra, da sopra un rialzo. Nel pensiero si ha bisogno di atleti: che cos’è la filosofia se non un esercizio pericoloso, lo scivolare su nuovi piani come su un’onda il surfista, il beccarsi il colpo migliore dell’altro e rimanere ancora in piedi come un boxer, il contrattaccare a un fiero servizio come un tennista? Si ha bisogno di guerrieri: che cos’è la filosofia se non lo sfrontato fiondare pietre creandone meteoriti, il forsennato fondere vecchi concetti come si può fare con un cannone per ricavarne nuove armi, proiettili con cui a forza forare le assuefatte opinioni? Non ci si può, non ci si deve, limitare a rimestare concetti antichi e, soprattutto, già belli e pronti, a ripulire scheletri o rosicchiare ossi.
Nell’agone tra atleti rivali che è il pensiero, a chi pratica la lotta senza avere una preparazione apposita, a quelli che se ne vanno intorno dando colpi fiacchi, loffi, e credendosi ingannevolmente padroni del campo, si deve saper rispondere, con argomenti insoliti nelle diatribe accademiche ma filosoficamente del tutto leciti. 

(Filosofare con la katana. Nietzsche reboot)

martedì 31 maggio 2016

letture di maggio

Deludente il romanzo di Aleksandar Hemon L'arte della guerra zombi, in cui la simultanea presenza di katane e sceneggiature di invasioni di morti viventi non basta a garantire una lettura piacevole e godibile: più intenzione che realizzazione.

Della raccolta curata da Cateno Tempio Critica dei morti viventi e del saggio sull'hipster The White Negro di Norman Mailer ho già scritto. Tra la saggistica va aggiunto l'interessante raccolta di riflessioni, ricostruzioni e decostruzioni sugli immaginari del genocidio ebraico curata da Francesca R. Recchia Luciani e Claudio Vercelli in Pop Shoah?

Molti fumetti questo mese. Oltre alle seriali letture supereroistiche dell'universo Marvel (Deadpool, Wolverine, Capitan Marvel, etc.), Lo scontro quotidiano di Manu Larcenet, del quale dovrò ora recuperare Blast che mi si dice essere ancora meglio, il secondo volume di Deadly Class di Rick Remender, due nuovi volumi di avventure di Calvin & Hobbes - C'è un tesoro in ogni dove ed È un magico mondo - realizzate da Bill Watterson.

martedì 24 maggio 2016

critica dei morti viventi

La bella raccolta di saggi curata da Cateno Tempio, Critica dei morti viventi, indaga e racconta il fenomeno zombie tra cinema, videogiochi, fumetti e filosofia. I morti viventi siamo noi, inutile nasconder la nostra condizione ontologica che è la progressiva decomposizione, il disfacimento vivente. Figura perturbante e filosofica, lo zombie cammina senza trucchi, rifiuta l'imbellettamento e le maschere del vivere comune, svela la morte.
Rocco Ronchi ritiene che più dei moderni - che da Cartesio in poi pongono tra il vivente e il suo cadavere una relazione sinonimica, di contrari ma in un genere comune (ontologia della morte di un materialismo meccanicista che ha nei gabinetti di anatomo-patologia la sua origine) - siano gli antichi - che con Aristotele pongono un'omonimia tra il vivente e il cadavere, il cui nome è comune ma la cui essenza è differente - a permetterci di cogliere cosa siano i living dead: essi affermano una differenza pura, infinita, senza identità, la differenza a monte della vita e della morte (Jacques Derrida), una soglia che non appartiene né alla prima né alla seconda. Gli zombi portano a espressione quanto vi è di liminare nell'esperienza umana, l'esperienza pura, anonima e universale del trauma, familiare e perturbante.
Per Tommaso Ariemma quella del morto vivente è una figura di lunga tradizione che si riallaccia alle due distinte forme di "morte in vita" che gli antichi filosofi riconoscevano: la vita contemplativa e la vita quotidiana. Da Platone a Fichte la vita contemplativa, l'ideale della conoscenza separata dai disturbi e dai fastidi del corpo, uno stato di morte apparente, inventa la morte vivente degli altri, dei non contemplativi, come stato catatonico, inautentico e ferino, proprio di chi non si è convertito alla vita per la teoria. La figura degli zombi va allora messa in relazione alla sua origine metafisica, ovvero alla particolare forma di vita che l'Occidente ha scelto come ideale.
Antonio Lucci vede nell'origine haitiana dello zombie l'orrore infinito di una società soggiogata da un regime schiavista potenzialmente eterno e infinito, al di là del tempo e della morte: lo zombie quale paradossale controfigura dell'oppresso, grado zero della vita, dell'umanità, della morte e del proletariato. Pura morte, nuda morte che cammina, lo zombi si vendica di questa schiavitù nelle sue incarnazioni successive, che da un lato lo rendono un emblema della critica al capitalismo, mentre dall'altro esso diventa una macchina da riproduzione, un proletario nel senso letterale del termine, quale ente nel cui essere ne va della propria produzione e riproduzione: l'oppresso nel momento della sua rivolta e propagazione è lo zombi che crea altri, potenzialmente infiniti, seguaci, massa che da asservita diventa soggiogante, movimento acefalo, collettivo e organizzato dal basso nella propria assenza di opera. Nelle sue ultime figurazioni, invece, lo zombie sembra essere la molla d'innesco per narrazioni che hanno al proprio centro un'antropologia pessimistica: in una società resettata, in cui le istituzioni collassano, l'essere umano è il vero mostro, animale crudele allo stato di natura.
Tommaso Moscati evidenzia come lo zombie sia fra le figure orrorifiche quella che maggiormente è in grado di problematizzare la questione della diversità e dell'anticonformismo, essendo un concentrato di eccentricità e deformità.
Livio Marchese parla di "complesso dello zombie" per indicare la malattia che affligge l'umanità del terzo millennio, malattia prodotta dalle spore delle immagini in movimento di quell'arte potentissima e arte patogena che è il cinema che, meraviglioso e pericoloso, agendo sugli stati psichici più profondi può liberare e prolungare lo sguardo quanto condizionarlo e obnubilarlo fino allo stupore catatonico. Tra gli anni Sessanta e Ottanta la natura del miglior cinema zombie è stata quella rivoluzionaria di critica nei confronti della società, del nuovo tipo umano e delle nuove relazioni tra esseri umani, mentre ora esso sembrerebbe non andare oltre l'ambizione di soddisfare il bisogno di forzare sempre di più i limiti della rappresentazione dell'orrore, garantendo sfogo catartico e compiacimento.

giovedì 19 maggio 2016

presentazione allo sparwasser di roma

Sabato 21 maggio, alle ore 19:30, presso il circolo Sparwasser di Roma (via del Pigneto, 215), presentazione del libro Filosofare con la katana. Nietzsche reboot.


sabato 14 maggio 2016

la solitudine dell'hipster

Nel breve saggio The White Negro, Norman Mailer analizza il fenomeno del giovane americano ribelle degli anni Cinquanta: l'hipster. L'hipster è l'esistenzialista americano che, rendendosi conto di come la collettiva condizione umana sia quella di vivere sotto la costante minaccia di una morte istantanea - per guerra atomica o per conformismo che soffoca ogni istinto di creazione e di rivolta -, ritiene l'unica risposta vitale sia quella di accettare i termini della morte, convivere con essa come pericolo immediato, ed estraniarsi dalla società, esistere senza radici, avventurarsi in itinerari inesplorati all'interno degli imperativi ribelli del proprio essere: incoraggiare le tendenze psicopatiche che sono in noi ed esplorare quelle forme di esperienza in cui sicurezza equivale a noia e malessere. Un individuo è hip o square, è un ribelle o un conformista, un pioniere nel selvaggio West della vita notturna o una cellula intrappolata nei tessuti totalitari della società. 

venerdì 13 maggio 2016

come nietzsche finì per brandire una katana

La storia di un armamento con cui il mio Nietzsche "riavviato" finisce per brandire una katana ha come evidente modello di riferimento - amiamo il citazionismo - la scena del film di Quentin Tarantino Pulp Fiction in cui Butch, interpretato da Bruce Willis, soppesa diverse possibili armi prima di andare a salvare Marsellus: prima un martello, l'arma filosofica con cui porre domande a quegli idoli che avrebbero voluto rimanere in silenzio costringendoli, invece, a risuonare fragorosamente rivelando il proprio inganno, il proprio vuoto; poi una mazza da baseball, pronta a una poderosa opera di pestaggio che spacchi tutto, che tutto faccia esplodere; una sega elettrica, sfogo e divertimento dell'abietto schizzare di brandelli che sfronda, pota, ringiovanisce; e infine la katana, la spada da samurai, gioiosa serenità di uno sfregiare che non si lascia terminare, di uno sfrontato affrontare e recare affronto.
Katana o pugnale, arco lungo o balestra, .44 magnum o mitragliatrice a canne rotanti, mazza chiodata o alabarda, artigli da mustelide o dito medio alzato: dare uno stile, una forma, alla totalità focalizzata della propria forza.

martedì 10 maggio 2016

la filosofia in giappone

Dopo l'Africa e le realtà asiatiche di Cina e India, per Filosofie nel mondo è il turno del Giappone. Per comprendere il pensiero giapponese è necessario prendere in considerazione tre fattori: la visione religiosa buddhista, l'etica sociale confuciana, la sensibilità naturale shintoista.
La forma religiosa autoctona è costituita da una concezione della natura in cui l'essere umano è compreso come elemento naturale situato fra infiniti altri elementi naturali che interagiscono fra di loro: ogni aspetto della vita quotidiana è caratterizzato dalla presenza e dal rapporto con un numero incommensurabile di divinità dette kami. L'ideogramma kami si legge anche shin che univo a to, cioè via, compone la parola shinto, la via dei kami, degli dei, nome che questa religiosità autoctona, conosciuta in Occidente come shintoismo, assume nell'VIII secolo. I kami non sono spiriti che abitano le cose né divinità preposte a una funzione generica, ma sono proprio determinate cose in quanto realtà spirituali animate, dotate di vita individuale propria: un particolare animale, un singolo essere del mondo vegetale, una forma o fenomeno naturale, un particolare oggetto; è perciò improprio parlare di animismo perché non c'è dualismo fra lo spirito di una cosa e la cosa stessa, il sacro è totalmente immanente al mondo materiale quotidiano in continuità ontologica con quello divino. I kami proteggono una determinata famiglia o un'intera collettività e l'unità di base dell'organizzazione socio-politica (clan) è proprio definita dalla fedeltà di tutti i suoi membri al medesimo kami.
Nel VI secolo avviene in Giappone l'introduzione di apporti ed elementi cinesi, ma questa influenza estera  viene rielaborata con una certa originalità: l'ideale sociale confuciano e la pratica individuale di ispirazione buddhista sono fusi con la compenetrazione armonica con le leggi naturali propria dello shintoismo. Del confucianesimo viene colto soprattutto l'aspetto pragmatico mentre se ne ignorò quasi del tutto la visione cosmologica e l'elaborazione filosofica: vengono acquisiti l'importanza del mantenimento dell'armonia nella vita individuale e collettiva, il modello gerarchico che specchiandosi nella relazione originaria cielo-terra è il fondamento relazionale interpersonale di ogni rapporto umano e sociale in cui il superiore ha cura e responsabilità verso l'inferiore e l'inferiore ha rispetto e attenzione verso il superiore.
Del buddhismo, rielaborato in chiave autonoma tra il IX e il XII secolo, vengono assunte le considerazioni sull'impermanenza e la fragilità della vita umana e sulla necessità di evitare ogni forma di egocentrismo. Inizialmente vengono soprattutto messe in opera le pratiche buddhiste quali i mantra (canto delle sillabe sacre) che rappresentano  risonanze microcosmiche e stati vibranti della materia-energia che costituisce gli elementi basilari di tutta la realtà, i mandala (visualizzazione delle forme geometriche simboliche) che sono le strutture essenziali e forme archetipiche della realtà, i mudra (pratica delle posture del corpo e dei gesti delle mani) che sono i modelli e le configurazioni dei cambiamenti e mutamenti della realtà. Il risveglio, l'illuminazione, non può essere di natura solo mentale o intellettuale ma può essere compreso solo dalla globalità di una prassi unificata che riguardi l'interezza della realtà che si manifesta non solo nel pensiero (struttura) ma anche nella parola (vibrazione) e nell'azione (mutamento). Questa forma di buddhismo è pero elitaria e aristocratica, la più popolare e a tutt'oggi la più diffusa in Giappone è l'amidismo, pratica buddhista alla portata di chiunque secondo cui chiunque proclami il nome di Amida (luce infinita o vita infinita) con mente sincera, fede serena e desiderio di rinascere senz'altro rinascerà: si evidenzia, infatti, una contraddizione nel modo in cui la maggior parte delle scuole buddhiste concepisce la pratica religiosa, perché credere di poter sciogliere l'illusione fondamentale dell'esistenza ontologica di un io dotato di sostanza autonoma grazie ai propri sforzi e ai meriti acquisiti con la propria pratica individuale è esso stesso causa del radicamento della concezione illusoria dell'io; l'amidismo sposta così l'enfasi dalla pratica all'affidare completamente se stesso alla fede. Più tarda, nata tra il XII e il XIII secolo ma diffusasi soprattutto dal XVIII, è la scuola buddhista zen, che riafferma come preponderante l'aspetto della non continuità ontologica dell'io, la sua non-entità ipostatizzabile, separabile dalla realtà relazionale che lo fa essere quello che è: l'impermanenza dell'io non è una condizione instabile da cui liberarsi ma la modalità definitiva della realttà, il funzionamento totale di cui ogni cosa è intessuta, non è assenza o privazione di qualcosa.
Un elemento ricorrente dello sviluppo culturale giapponese è il suo sincretismo, la sua capacità di accogliere novità di pensiero e di comprensione della realtà provenienti da altre culture in modo quasi integrale, senza però permettere che queste entrino in conflitto con la sensibilità e la visione indigene che le ricevono, servendosi anzi delle nuove concezioni per confermare e consolidare la visione tradizionale: il pensiero cinese costituisce lo sfondo filosofico metafisico, una raffinata base teorica, per le credenze arcaiche.

sabato 30 aprile 2016

letture di aprile

Continuano le letture di Igort con i noir Alligatore. Dimmi che non vuoi morire, realizzato con Massimo Carlotto, e 5 è il numero perfetto, la dimenticata guerra del Caucaso dei Quaderni russi; poi, agli antipodi tra di loro, ci sono lo straordinario Kobane Calling di Zerocalcare e il pretestuoso e vuoto La bambina filosofica. No future di Vanna Vinci.

L'esperienza di lettura del primo volume - La morte del padre - dei sei che costituiscono La mia battaglia, dello scandinavo Karl Ove Knausgård, non mi ha dato validi motivi per avvertire il bisogno di continuare con gli altri libri.

Finiti un po' di saggi: l'Astrologia per intellettuali di Marco Pesatori, l'idea di progresso e le arti meccaniche nella filosofia del Seicento raccontate da Paolo Rossi in I filosofi e le macchine, i sette principi del genio che Michael J. Gelb illustra in Pensare come Leonardo, ma soprattutto lo scritto di Paul Veyne sul pensiero e l'uomo che è stato Foucault.

martedì 19 aprile 2016

un nuovo canto di guerra

Conservare la propria allegria in mezzo alla responsabilità per il crepuscolo di un racconto, di cui si stanno radendo al suolo le radici, e alla tracotanza di dargli una nuova aurora, reinventandolo, riscrivendolo, non è cosa dappoco. Ma niente accade, nessun evento ha luogo, senza un atto di forza – una prova di generosità e di gioiosa, serena forza. Il compito di riavviare le condizioni per una trasvalutazione di tutti i valori, di rimettere in atto, in scena, un pensiero così inattuale, costringe a abbandonare ogni grave serietà, ogni distesa pesantezza, per forgiare invece nuove armi e intonare un nuovo canto di guerra. La guerra e le sue ferite sono il nascimento e l’etica della filosofia. Già da tempo una freccia, di cui tengo celato l’arciere all’erudizione intellettuale, ha prodotto la ferita intorno a cui mi sono dato uno stile:

Si è fecondi soltanto a prezzo d’essere ricchi di contrasti; si resta giovani soltanto se si presuppone che l’anima non si distenda, non brami la pace.

Nessuna distensione dell’anima, quindi, nessuna brama di pace, ma un grido di battaglia prima dello scontro, una grande dichiarazione di guerra contro quegli idoli già auscultati, cui già son state poste domande con il martello, cui già si è imposto di risuonare fragorosamente laddove essi avrebbero voluto rimanere in silenzio. Ma le orecchie dei più devono essere state cattive e devono non aver colto quel suono cavo emesso dalle interiora dei gonfi idoli.
Idoli vecchi e nuovi, idoli boriosi di eternità, sono ancora incredibilmente creduti. Questo scritto – piccolo svago – vuole osare un riavvio del loro crepuscolo, vuole di nuovo colpirli e auscultarli con il martello, vuole questa volta tagliarli ed esporne i visceri con la katana.

Questa la premessa, la dichiarazione di intenti, dell’esercizio di riscrittura dell’opera di Friedrich Nietzsche Il crepuscolo degli idoli. Come si filosofa con il martello. Filosofare con la katana non è il solito saggio, introduzione, guida alla lettura con oggetto il filosofo tedesco, il suo pensiero o una sua specifica opera, ma l’impegno a farne fruttare l’eredità, a rispondere all’appello della sua filosofia, a mettere alla prova i denti del tempo attuale sulla nuova forma data alla forza di un pensiero inattuale per la sua epoca. Questo reboot del testo nietzschiano ricalca la sua struttura, riscrive le sue forme stilistiche e i suoi materiali concettuali, fa convivere la fedeltà all’originale con la messa in moto di un suo riavvio e rilancio. Il pensiero di Nietzsche è una sfida che coinvolge tutto il mondo degli uomini e ogni tempo, sfida degna di essere eternamente accettata, sfida che ha un’azione illimitata in lontananza e che impone anche all’uomo contemporaneo di partecipare alla gara proposta dal filosofo, provando a impugnare un martello o brandire una katana e darsi uno stile che spacca.

giovedì 31 marzo 2016

letture di marzo

Il romanzo di Julia Kristeva I samurai è una sorta di sequel de I mandarini di Simone de Beauvoir: la generazione degli intellettuali francesi tra gli anni Sessanta e Ottanta non sono tanto detentori del sapere e del potere culturale entusiasti del loro impegno quanto piuttosto guerrieri che considerano la vita come un'arte marziale, la scrittura come un atto di piacere e di guerra insieme: poesia, gioco di sciabole o calligrafia, ogni arte è un'arte marziale in cui ci si mette a morte per rifarsi un nuovo corpo, una nuova forma. Bellissimo romanzo, e romanzo d'amore: "Sono insieme perché sono separati. Chiamano amore questa mutua adesione alla propria rispettiva indipendenza. Questo li ringiovanisce, sembrano adolescenti: addirittura bambini. Che cosa vogliono? Essere soli insieme. Giocare da soli insieme, e a volte passarsi la palla, tanto per dimostrare che in quella solitudine non c'è dolore".

I quattro racconti di Wu Ming che compongono L'invisibile ovunque raccontano, con stili di scrittura diversi, quattro diversi modi di sfuggire alla guerra, alla Grande guerra: da ardito che le corre incontro, da finto folle col rischio di rimanere vittima della propria finzione, da artista surrealista, da maestro del camouflage mimetico.  
Letture rapide, e assai poco significative, per la storia di un serial killer malato di Alzheimer narrata dal coreano Kim Young-Ha in Memorie di un assassino, e per i micro racconti raccolti in La vendetta di Agota Kristof.
Finito il romanzo di Charles Dickens La piccola Dorrit.

Poco filosofici i percorsi tracciati ne I mondi di Miyazaki dai contributi raccolti a cura di Matteo BoscarolConcluso il viaggio tra le Filosofie nel mondo, così come i saggi di Salvatore Natoli Soggetto e fondamento, la storia del volo ricostruita da Mirko Molteni ne Le ali di Icaro e  quella delle macchine, dalla loro infanzia alle moderne e inutili, raccontata in Tecnica curiosa da Paolo PortoghesiDella non convenzionale introduzione alla filosofia di Tommaso Ariemma, Niente resterà intatto, della Filosofia dell'umorismo di Lucrezia Ercoli, ho già scritto. Delle ottime storie incredibili dei meravigliosi materiali di cui è fatto il mondo raccontate con gran stile da Mark Miodownik in La sostanza delle cose scriverò magari più in là.

Molto belli il viaggi raccontati e disegnati da Igort nell'impero dei segni nei suoi Quaderni giapponesi e tra le memorie dai tempi dell'URSS nei suoi Quaderni ucraini. Dopo Golem, un altro graphic novel di LRNZ, Astrogamma, sempre con una grande capacità grafica, superiore a quella di scrittura della storia. Non particolarmente originale ma comunque gradevoli nella loro classicità le storie di samurai scritte da Roberto Recchioni e ben disegnate da Andrea Accardi in Chanbara. Ispirato all'omonimo racconto di Edgar Allan Poe, La maschera della Morte Rossa, graphic novel che ai temi della vanitas umana e dell'ineluttabilità della morte unisce quello sui vizi e peccati capitali e una storia di vendetta, è invece banalmente scritto da Marco Rocchi e non brillantemente illustrato da Giuseppe Dell'Olio.
Altri primi cicli narrativi dell'universo Marvel che arrivano a conclusione sono i superiori e più minacciosi - adatti a più minacciose minacce - oltre che incredibili X-Men guidati da Magneto e scritti da Cullen Bunn, l'ottima possente Thor - nelle cui vene scorre il tuono - scritta da Jason Aaron, il nuovamente in nero Daredevil di Charles Soule, i migliorabili nuovissimi e completamente differenti Avengers di Mark Waidla nuova Wolverine e le sue cloni/sorelle di Tom Taylor, la quanto meno originale squadra di mostri gestita dallo SHIELD e allestita in Howling Commandos da Al Ewing, autore anche dei cosmici Ultimates impegnati a cominciare con l'impossibile, l'eccezionale Hulk di Greg Pakgli Illuminati di Joshua Williamson con la loro vita criminale, gli incredibili Avengers pessimamente assemblati da Gerry Duggan in una nuova squadra unione, i nuovi X-Men originali, adolescenti e venuti dal passato cui Dennis Hopeless fa affrontare i fantasmi di Ciclope ma di cui si poteva francamente fare a meno, come si potevano evitare i nuovi Inumani impegnati da James Asmus in una reazione globale al loro proliferare.

sabato 19 marzo 2016

filosofia dell'umorismo

Qual è il rapporto tra ridere e filosofare? La storia che Lucrezia Ercoli percorre e ricostruisce nel suo Filosofia dell'umorismo mostra come l'opposizione tra serio e comico non sia altro che l'equivalente di altre contrapposizioni sedimentate nella cultura ufficiale, così che l'umorismo sembra destinato a riecheggiare fuori dalle mura della cultura rappresentando come un ospite poco gradito e un intruso sconveniente, da tenere a bada o ricacciare nelle basse cucine del palazzo. Un ospite inquietante, cui spesso è toccato subire il disinteresse teorico e la condanna morale. Così che sull'umorismo, dote in effetti piuttosto rara tra gli esseri umani, sono scivolati anche i più grandi pensatori che "sono riusciti a definire il pensiero, l'essere, Dio, ma quando sono arrivati a spiegarci perché un signore che scende dalle scale e improvvisamente scivola ci fa morire dal ridere, si sono avvolti in una serie di contraddizioni e ne sono usciti, dopo immensi sforzi, con risposte esilissime" (Umberto Eco).
Dalla serietà, sacralità e potenza ma anche violenza e aggressività che il mito classico riconosce al riso, al riso, nella filosofia antica, di Democrito - impietoso e anche crudele, non è quello della innocente spensieratezza ma quello distaccato e privo di compassione del sapiente che sa - e di Diogene - cinico, blasfemo, osceno, scandaloso e distruttore, dissacra ogni veneranda e terribile autorità; dalla distinzione operata da Aristotele tra un appropriato buon umore, una giudiziosa arguzia che non è né buffoneria né rusticità, e lo stigmatizzabile ridicolo che va tenuto sotto controllo (riconoscendogli così, però, il potere di trasformarsi in un grimaldello che porti alla luce un fondo indomabile che pur giace nel cuore dell'umano), all'ambiguità del riso carnascialesco che ha insieme un ruolo di liberazione ed emancipazione sociale ed esistenziale e anche uno di conservazione di quell'ordine che decostruisce ma di cui esorcizza la dissoluzione definitiva; dall'umorismo che per Baudelaire rappresenta i confini incerti dell'umano, una zona di confine tra la grandezza infinita del divino e l'infinita miseria della bestia, all'arguzia che per Schopenhauer è il godimento di scoprire l'insufficienza della ragione, il piacere della sua sconfitta, che mostra come l'infinita delicatezza delle sfumature dell'esperienza non si adatti alla vita astratta dell'intelletto; dall'umorismo di Jean Paul, che è una filosofia folle e forsennata dallo spirito poetico e libero, a  quello di Pirandello, che riflette sulle crudeli leggi sociali che imprigionano il fluire vitale in una serie infinita di forme fisse e maschere; dalla funzione sociale, di risanamento di una contraddizione e castigo di un comportamento, che ha il riso per Bergson, all'umorismo che per Ritter, quale profonda critica della ragione e della sua pretesa di limitare tramite i propri concetti finiti la forza dell'infinita pienezza della vita, è filosofia; dal riso con cui Nietzsche risponde alla morale e alla metafisica, danzando con lievità al di là di esse, a quello con cui Bataille si  affranca da ogni verità, distrugge ogni trascendenza, decostruisce ogni identità per aprirsi a un agire veramente libero.
Questa storia dell'umorismo ci insegna che è necessario ridere della verità, fare ridere la verità, perché l'unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità; che "il ridente altro non è che il maieuta di una diversa società possibile" (Umberto Eco); che umorismo e filosofia hanno lo stesso scopo di gettare un'ombra di diffidenza sulle ovvietà del senso comune, sulle premesse ideologiche, sui pregiudizi culturali. Ridere è filosofare.

venerdì 18 marzo 2016

la filosofia indiana

Dopo Africa e Cina, con Filosofie nel mondo ho esplorato la filosofia dell'India. Matrice dell'Oriente, essa ha impregnato anche altre culture e irrorato zone sia prossime sia remotissime, e nella sua lunga e multiforme storia sono da sempre coesistiti interessi e costumi alquanto eterogenei e pensieri diversissimi, caratterizzando tale cultura con una propensione all'apertura e all'accettazione, all'eterodossia, al dissenso e al dialogo. Non è forse un caso che al centro della bandiera indiana vi sia un arcolaio, simbolo di come l'India sia una tessitura dinamica di fili diversi di pensieri, una continuità culturale ottenuta lasciando che aspetti di altre culture si sovrapponessero alla cultura originale, non minando la tradizione ma ampliandola sempre più e sviluppandola in direzioni nuove e inaspettate.
Il pensiero dominante è l'hinduismo, definizione di comodo che tenta di raccogliere un fenomeno estremamente complesso e articolato di diverse credenze e pratiche religiose, di esperienze spirituali e speculative, di norme etiche e rituali, di prescrizioni giuridiche e ordinamenti sociali, che caratterizza il modo di vivere indiano nei suoi vari periodi di sviluppo. Pur non avendo un fondatore e non essendo una religione del Libro, pur essendo il termine hindu coniato in senso etnico-geografico dai Persiani per indicare le tribù insediate a nord del fiume Indo (è con le invasioni musulmane del X-XI secolo che gli stessi Indiani cominciano a usarlo per designare gli autoctoni non musulmani e per distinguersi da moghul ed europei), tuttavia l'unità dell'hinduismo non è una finzione, tanto che gli stessi indiani ritengono che le varietà di speculazioni fiorite nel corso del tempo non siano altro che aspetti di ciò che è chiamato "Dharma perenne", un'oggettiva realtà spirituale atemporale, una verità metafisica unica e sempre identica nonostante i diversi idiomi e dottrine filosofiche con le quali parla. L'hinduismo può essere visto come il frutto di una lenta evoluzione, caratterizzata non da rotture o riforme ma da una tendenza alla continuità nel rinnovamento, transitata prima per il vedismo (1500-900 a.C.) e per il brahmanesimo (900 a.C-300 d.C.). 
La base del vedismo, pietra di fondamento dell'hinduismo, è costituita dai Veda (Sapienza), un corpus di scritture sacre, frutto diretto di una rivelazione ascoltata dai mistici veggenti, composte da mantra, ossia formule altamente condensate, inni dai poteri magici, in cui ogni lettera e sillaba hanno un senso simbolico multiplo che può essere interpretato con l'ausilio di determinate chiavi (spiegate in testi di ermeneutica) che variano a seconda dell'aspetto del mondo preso in considerazione, della scienza con cui si indagano le leggi cosmiche fondamentali. Le principali scienze vediche sono le quattro scienze applicate (la scienza della longevità cioè la medicina, quella del tiro con l'arco cioè l'arte militare, quella dei bardi celesti cioè la musica, quella della trama segreta delle cose cioè la magia), la filosofia (caratterizzata da punti di vista diversi, dotati di approcci e metodi distinti, attraverso cui cercare di comprendere e interpretare l'enigma dell'universo arrivando a risultati diversi e spesso contraddittori ma che proprio per questo consentono di formulare prospettive filosofiche al di là  dell'immagine limitata e tendenziosa che del mondo offrono le percezioni, perché verità relative, molteplici e contraddittorie coesistono), la storia (vista come filosofia della storia che cerca di ravvisare le leggi della sua evoluzione, della sua logica, dei suoi insegnamenti, al fine di trarne conclusioni etiche e politiche utili alla condotta degli uomini), la tradizione (i codici della morale, le norme legislative, le consuetudini, ancora utilizzate come base del diritto hindu), la scienza erotica (Kamasastra), l'architettura (scienza del costruire sulla base di complessi diagrammi simbolici), la filosofia ionica (il pensiero greco antico ma anche tutti i concetti filosofici stranieri), la scienza delle religioni. 
Il brahmanesimo si presenta come un'opera di ermeneutica vedica in cui emerge la nozione di brahman, l'Assoluto, principio e fondamento del mutevole succedersi dei fenomeni, segnando la transizione da una visione egocentrica come quella del vedismo a una cosmocentrica. Ai Veda nell'VIII-VII secolo a.C. si aggiungono nuovi testi sacri, le Upanisad, che approfondiscono le concezioni sull'unità soggiacente la molteplicità riconoscendo in un'essenza unica la vera realtà dell'universo. Di conseguenza i numerosi dèi vedici vengono a perdere di importanza e a essere considerati come null'altro che manifestazioni del principio cosmico unitario, supremo, immortale e incorporeo chiamato brahman che tutto ingloba. Tuttavia, i molteplici dèi della tradizione vedica non vengono semplicemente abbandonati ma subordinati all'Assoluto in un tentativo di conciliazione teologica. Dall'approfondimento brahmanico consegue la dottrina del tutto uno, per la quale l'atman (l'aspetto individuale e soggettivo) e il brahman sono una sola e medesima realtà, e quindi lo scopo della vita diviene quello di rifuggire dal transitorio per cercare rifugio nella realtà infinita, di assoluta coscienza e di pura beatitudine che, proprio per questo, può offrire una felicità imperitura. Appare, in tal senso, anche lo yoga, quale insieme di discipline psicofisiche, di controllo del respiro e di autodominio tese al distacco dalla personalità empirica per attingere quella presenza nel mondo dell'Uno supremo. Si attua così il passaggio da una concezione gioiosa quale era quella che si presentava negli inni vedici a una sostanzialmente disinteressata nei riguardi della vita mondana. Emerge, così, quel minimo comune denominatore di un coacervo di diverse credenze e pratiche e che è il fine ultimo a cui tutte tendono: la liberazione dalle catene del karman, dal continuo fluire ciclico di nascite e morti (samsara) a cui ogni esistenza fenomenica soggiace, tramite i tre sentieri di un'azione senza brama di guadagno o paura di perdita, appagata del proprio destino senza rimpiangere o godere di ciò che è, di una conoscenza della natura autentica della realtà, di una devozione e contemplazione meditativa che garantiscano l'autocontrollo libero dalle passioni e dai desideri per giungere a non essere più condizionati dal proprio io.
A partire dal VI secolo a.C. si assiste alla nascita e allo sviluppo di speculazioni eterodosse e di movimenti extravedici, delle quali quella storicamente più importante è il buddhismo. Nato dall'insegnamento di Siddharta Gautama, detto il Buddha (il Risvegliato), le sue quattro nobili verità consistono: nella transitorietà e inconsistenza della vita che provocano disagio, il quale nasce ogni volta che ci si oppone al fluire della vita e si cerca di attaccarsi strettamente a forme fisse illusorie (diagnosi); nel desiderio con cui l'uomo si aggrappa illusoriamente alla vita e all'io quale origine del disagio, perché l'uomo rimane così intrappolato in un circolo vizioso che è il ciclo delle rinascite (samsara) guidato dalla catena di causa ed effetto del karman (eziologia); nella cessazione del disagio (prognosi); nel sentiero che conduce alla cessazione del disagio tramite un graduale perfezionamento interiore (terapia). Altre correnti filosofico-religiose sono il jainismo (che a una forma di yoga che porta a livelli estremi l'ascetismo e la rinuncia a ogni possesso affianca una concezione multiprospettica della realtà in cui si mostra la possibilità di riconoscere una parte di verità in ogni idea, aprendo la mente all'accettazione delle differenze), il materialismo (antireligioso, edonistico e socialmente egalitario), l'ajivika (visione deterministica del ciclo delle rinascite per cui la liberazione è attinta automaticamente alla fine dell'attraversamento delle sfere d'esistenza, come un gomitolo di filo che scagliato in lontananza si smatassa definitivamente al termine della sua corsa).
L'hinduismo moderno si suddivide in tre principali correnti: il visnuismo, il sivaismo e il saktismo. Il visnuismo si ricollega alla divinità vedica Visnu, l'Onnipervasivo, la divina potenza che tutto pervade personificazione del Sole, il principio Conservatore del mondo, che insieme a Brahma il Manifestatore e a Siva il Trasformatore costituisce la triplice immagine hindu, un singolo corpo spartito in tre forme ove ciascuno può essere il cadetto o il primogenito rispetto agli altri. Per il visnuismo l'universo esiste come sogno di Visnu, e le sue discese (avatara: due di esse sono Rama e Krsna) nel mondo sono forme di soccorso e protezione per gli individui in difficoltà. Una delle correnti del visnuismo è il sikhismo, fondato nel XVI secolo dal poeta e mistico Kabir che, disgustato dal formalismo religioso sia dei musulmani sia degli hindu, considerò il cuore la vera dimora in cui alberga l'assoluto operando una sintesi tra visnuismo e mistica islamica e approdando a un monoteismo nel quale l'Assoluto onnipervadente, indifferentemente chiamato Visnu o Allah, è insito in tutti gli esseri e trascende tutte le forme. Il sivaismo vede in Siva l'aspetto fausto della divinità hindu, il cui antecedente vedico è Rudra, signore delle vittime sacrificali la cui funzione è catalizzare le impurità. Selvaggio e indomabile, Rudra-Siva designa l'ambigua unità degli opposti e l'aspetto terribile della realtà, rappresenta l'aspetto trasformatore: è il signore della danza, la cui danza terribile e affascinante fa sbocciare le forme del mondo così come le fa appassire, è colui al cui schiudere e chiudere di ciglia il mondo nasce e si dissolve. Il saktismo (o tantrismo) vede in Sakti la componente femminile della divinità, la sua forza creatrice. La devozione e il culto della Grande Dea prende forma in una modalità di yoga non unicamente rinunciataria ma di fruizione estesa di tutte quelle esperienze che la morale ascetica tradizionale aveva bandito.
La società indiana è gerarchicamente divisa in quattro caste (rango sociale basato sulla discendenza) con proprie rispettive norme e interdizioni: sacerdoti, guerrieri e governanti, produttori (allevatori, contadini, artigiani), servitori. Quattro sono anche i periodi dell'esistenza individuale, ciascuno con uno stile di vita che gli è adatto: l'infanzia è l'epoca dello studio, la gioventù quella della famiglia, la maturità quella della riflessione solitaria, la vecchiezza quella della serena rinuncia a ogni legame con il mondo terreno e della scelta di condurre una vita distaccata e contemplativa. Quattro, infine, gli scopi e le necessità della vita: la virtù che realizza l'uomo sul piano etico (il dovere di conformarsi all'ordine che regge l'universo e sostiene la struttura sociale), la ricchezza che realizza l'uomo sul piano sociale (gli interessi economici e i successi materiali), il piacere che realizza l'uomo sul piano corporeo, la liberazione (dal mondo terreno e dal ciclo delle rinascite) che realizza l'uomo sul piano spirituale.

ShareThis