Pages

giovedì 30 gennaio 2014

letture di gennaio (IV)

Il classico della fantascienza Starship Troopers si è rivelato ben altro e ben più che un romanzo sci-fi. Il libro di Robert A. Heinlein è la lettura non di un racconto di guerra tra le stelle e le galassie ma di un'iniziazione, di un addestramento - ben più che militare e marziale - alle lacrime, al sudore, alla devozione, alla fatica e all'agonia che sono il prezzo necessariamente richiesto per ottenere qualcosa di valore, che veramente valga, "e il prezzo richiesto per la più preziosa di tutte le cose della vita è la vita stessa, costo ultimo per un valore assoluto"; è una narrazione sulla violenza indirizzata e mirata, sulla moralità e l'inconsistenza di diritti senza il dovere, sulla polarità tra autorità e responsabilità, quasi un libro di etica e filosofia morale, insomma. Un'ottima e sorprendente esperienza di lettura.

Dopo aver adorato La fortezza della solitudine e letto con passione i saggi de L'estasi dell'influenza e poi ancora, invece, aver un po' sofferto nel leggere Non mi ami ancora fino ad arrivare a mettere in dubbio cosa dovevo veramente pensare di Jonathan Lethem, con Brooklyn senza madre mi sono convinto del valore straordinario di questo autore. Non solo Lethem gioca con incredibile sapienza e maestria con gli stilemi e gli archetipi del genere hard-boiled scrivendo una storia poliziesca avvincente, intrigante e coinvolgente, non solo ha uno stile ironico e accattivante, ma soprattutto crea e inserisce in questa trama, in questo contesto, un protagonista assolutamente atipico, incredibile (ma niente affatto non credibile) e straordinario: un orfano, affetto dalla sindrome di Tourette, "allevato" da un pesce piccolo della malavita newyorkese, spinto dagli eventi ad essere un investigatore privato. Davvero un bellissimo romanzo. Sullo stesso stile e atmosfere, anche se riuscite in tono decisamente minore, ho letto anche Concerto per archi e canguro.

Non è affatto brutto, anzi è una gradevolissima lettura, il romanzo di Julian Barnes Il senso di una fine. E però qualcosa non è riuscito a convincermi fino in fondo, fino a farmelo giudicare bellissimo. Le meditazioni sul tempo della vita, sulla memoria, sui ricordi, il modo in cui è descritta la loro persistenza, durata, il loro essere vissuti, è decisamente riuscito. Quello che non mi ha totalmente convinto e coinvolto, forse, è che l'autore sembra dare un eccessivo credito di sorpresa, trovata, colpo di scena alle vicende che narra, quando a me, in realtà, il contenuto e i fatti della storia sembravano grosso modo scontati e prevedibili. Comunque un bel libro davvero.

Meno positiva, invece, l'esperienza di lettura del romanzo di John Williams Stoner. Anche in questo caso, non che il libro sia brutto, davvero, ma almeno per me è stato decisamente lento nella partenza, non riuscendo a coinvolgermi dall'inizio, ed è proseguito meglio ma non certo in maniera eclatante, straordinaria. Ben scritto, con pacatezza e sensibilità adatte alla vicenda di una storia ordinaria di un uomo comune, ma, non potendo certo essere avvincente, il libro non è riuscito però neanche ad essere commovente, toccante o altro.

lunedì 27 gennaio 2014

in segreto trema l'identità dell'io - kill matsu'o (II)

Il filosofo francese Jacques Derrida collega l'impossibile, paradossale, aporetica, eccessiva, esagerata – che passa la misura e si espone alla dismisura – esperienza del (per)dono, la follia del (per)dono, che «mette in crisi logos e nomos, ma forse anche topos» – ed è, quindi, atopos, che «significa ciò che non è nel suo luogo e al suo posto (“mezzodì alle quattordici”), ed è dunque lo straordinario, l’insolito, lo strano, lo stravagante, l’assurdo» (uncanny) –, al costituirsi del soggetto: «La semplice intenzione di donare, in quanto comporta il senso intenzionale del dono, basta a ripagarsi. La semplice coscienza del dono si rinvia subito l’immagine gratificante della bontà o della generosità, dell’essere-donante che, sapendosi tale, si riconosce circolarmente, specularmente, in una sorta di auto-riconoscimento, di approvazione di se stesso e di gratitudine narcisistica. E ciò si produce dal momento in cui c’è un soggetto. Il divenire-soggetto tiene allora conto di se stesso, entra come soggetto nel regno del calcolabile. Lì dove ci sono soggetto e oggetto, il dono sarebbe escluso. Un soggetto non donerà mai un oggetto a un altro soggetto. Ma il soggetto e l’oggetto sono effetti arrestati del dono: arresti del dono. Alla velocità nulla o infinita del circolo» (Donare il tempo).


Il soggetto sarebbe un effetto arrestato del dono, si auto-riconoscerebbe circolarmente, sarebbe una pausa, una stasi, un arresto, ma la alla velocità nulla o infinita del circolo che «non lascia riprendere il respiro, né riposo. Può sempre sconvolgere, almeno, il ritmo istituito di tutte le pause (e il soggetto è una pausa, una stasi [stance], l’arresto stabilizzatore, la tesi o piuttosto l’ipotesi di cui si avrà sempre bisogno), può sempre perturbare i sabati, le domeniche… e i venerdì» («Il faut bien manger» o il calcolo del soggetto). Senza pause – né sabati, né domeniche, né venerdì – e «in segreto trema l’identità dell’“io”» (Donare la morte). Questo tremore derridiano presenta una evidente differenza rispetto alla formazione del soggetto per come è presentata da Hegel. La lezione hegeliana ci insegna che il soggetto, nella qualità di autocoscienza, «consiste nel mostrarsi come negazione pura della propria modalità oggettiva, cioè nel mostrare di non essere legato a nessuna esistenza determinata» – anche mettendo alla prova la propria libertà e a rischio la propria vita, arrivando a dimostrare di non tenere alla vita, di disprezzarla in un certo senso, a «dar prova di sé, a se stesso e all’altro, mediante la lotta per la vita e la morte» –, così che in esso «la coscienza è stata intimamente dissolta, ha tremato fin nel suo più remoto recesso, e tutto quanto c’era in essa di fisso è stato scosso», è stato fatto vacillare, tanto che l’essenza stessa dell’autocoscienza è «questo assoluto divenire-fluida di ogni sussistenza», il lavorio di un «dileguare trattenuto» (Fenomenologia dello Spirito). Ma le vicende dei mutanti e la filosofia di Derrida ci insegnano che la questione della costituzione del soggetto non si arresta ad una lotta a morte in cui «un trionfo conserva in sé le tracce di una battaglia» o «una vittoria viene strappata nel corso di una guerra tra due avversari al fondo inseparabili» (Donare la morte) per cui di tale guerra conserva la memoria.

La vera questione del soggetto non è nell’autonomia e nella libertà, quanto piuttosto «nell’eteronomia del «ciò mi (ri)guarda» anche laddove io non vedo niente, non so niente, non ho l’iniziativa, laddove non ho l’iniziativa su ciò che mi ingiunge di prendere delle decisioni – che nondimeno saranno le mie, e che dovrò assumermi da solo» (Donare la morte). Psylocke si chiede il perché della sua pulsione a fermare Wolverine, il cosa le importasse di Matsu’o, cosa ciò le (ri)guardasse, cosa stava facendo; confessa di aver visto se stessa nella mente di Wolverine e che i ricordi di lui le dissero chi era, ed anche in questa avventura è proprio dalle parole di Matsu’o che è determinata quella pausa, quell’arresto, quella stasi che è il soggetto, quando egli le rivela: «Sapevo che saresti stata tu, Elizabeth. Gli inglesi sono sempre affidabili». Non solo per queste parole, ma per quello che ha fatto e fa del corpo e dei resti di Psylocke, Matsu’o è per la mutante degli X-Men l’altro per eccellenza. L’altro dispone di me, di un io senza difese, e proprio questo sarebbe l’io, sarei io: vulnerabilità, esposizione incondizionale all’altro, quasi impotente, disarmata, senza protezione alcuna. Il soggetto non è sovrano, non è indipendente, autonomo, pienamente presente a sé, ma quello del godimento pieno e puro di sé non sarebbe altro che un sogno, una fantasia, un fantasma. La sovranità del soggetto libero – nel suo concetto più e meglio accreditato –, autodeterminato, emancipato, affrancato, dall’illimitato potere, onnipotente, è decostruita.

Ciò significa aprire la possibilità di pensare in maniera diversa il sé. Oltre ad essere la storia di una furiosa ricerca di vendetta, Kill Matsu’o è anche la ricerca di un nuovo soggetto, della natura dell’identità. «Ora so chi sono»: sul flash-forward, che anticipa la fine del fumetto, di queste parole interiori che Psylocke dice a se stessa, intese senza alcun apparente rumore, articolate senza movimento apparente, come nel circuito chiuso di un serpente che si morde la coda, tutta la vicenda che viene a spiegarsi e dibattersi si apre e si chiude allo stesso tempo ma con stacco e non senza danni. E la tavola finale dell’ultimo capitolo del fumetto mostra la mutante intenta a spazzolarsi i capelli e bere una tazza di tè: «il tè non ha l’arroganza del vino, né la supponenza del caffè, e neppure la leziosa innocenza del cacao», e rappresenta «una gradita opportunità di tregua a fieri guerrieri», che entrano nella stanza del tè solo dopo aver lasciato «la spada nella rastrelliera»  – come l’immagine mostra aver fatto anche Psylocke –, giacché tale luogo è sopra ogni altra cosa la Dimora della Pace, oltre che della Fantasia, del Vuoto e dell’Asimmetrico (in quanto consacrata al culto dell’Imperfetto, e perciò si lascia in essa volutamente qualcosa di incompiuto). Deposta, dunque, la katana dell’hegeliana lotta a morte per il desiderio di riconoscimento e di signoria, di sovranità, Psylocke si mostra esposta alla decostruzione del proprio io, dell’assolutamente se stessa. Ora sa chi è, cos’è l’io, che l’io è questa pausa, questa stasi nella stanza del tè, è il perenne mutamento che ritorna su se stesso come un serpente che si morde la coda, che «si ritorce su se stesso come il drago» o «si addensa e si squarcia come fanno le nuvole» (Kakuzo Okakura, Lo zen e la cerimonia del tè) – «il fiume scorre, e l'acqua non è mai identica a se stessa. Anche le nuvole sono in continuo movimento; e il sole e la luna sono eterni viaggiatori», puoi leggere nel capitolo intitolato Drago di nuvola, tigre di vento del manga scritto da Kazuo Koike e disegnato da Goseki Kojima Lone Wolf & Cub (Lupo solitario e il suo cucciolo). Ora sa che l’io è ospitalità incondizionata all’altro da sé, che l’io trema, si ritorce, si squarcia, affetto da un fattore di mutazione che non è assoluta, libera, sovrana, autonoma, ma piuttosto eteronoma, guidata e diretta come da un gene X, da una “cosa” se non sconosciuta certo mal conosciuta dal cosiddetto io. L’uomo sarebbe, quindi, l’essere più perturbante, «il più unheimlich», afferma Derrida, perché «qualcosa che ci espelle dall’Heimliche, dalla tranquillità rassicurante del domestico. Il proprio dell’uomo sarebbe insomma quel modo di non essere a casa propria con sicurezza (heimisch), fosse anche presso di sé nel senso della propria essenza» (La Bestia e il Sovrano. Volume I).

giovedì 23 gennaio 2014

(per)donare la morte - kill matsu'o (I)

La ninja e telepate X-Men nota come Psylocke è la protagonista della miniserie Kill Matsu'o. Se fin dal titolo l’avventura sembra una citazione del film del 2003 di Quentin Tarantino Kill Bill, questo omaggio citazionista è ulteriormente confermato e rafforzato all’interno della storia, che si presenta anch’essa come una furiosa ricerca di vendetta da parte di una donna armata di katana (Psylocke) nei confronti di un uomo per cui ha lavorato come assassina (Matsu’o Tsurayaba), e che ha tra i suoi momenti uno scontro “una contro molti” nel Club 77 di Tokyo (come La Sposa affronta in un locale giapponese gli 88 folli della Yakuza). Uno degli eventi che fa della vita di Psylocke qualcosa di spettacolare e terribile è l’essersi ritrovata «in un altro corpo. Con un’altra faccia»: cercando di salvare gli X-Men dai cyborg Reavers – che, come forse nessun altro mai, si sono avvicinati allo sterminio del gruppo mutante, tra l'altro crocifiggendo Wolverine – Psylocke ha attraversato quel Seggio Periglioso (di ispirazione arturiana) oltre il quale, finita su una spiaggia giapponese e lì trovata dall’organizzazione criminale – e secolare setta ninja legata al mondo dell’occulto – della Mano e prelevata da Matsu’o Tsurayaba, è stata trasformata da quest’ultimo – grazie all’unione di chirurgia, tecnologia e magia e nel tentativo di riportare in vita la donna che amava (Kwannon) – in una ninja killer, con tanto di cambiamento di corpo e riprogrammazione mentale, arrivando quindi a perdere quasi tutto ciò che era. Per un po’ Psylocke è stata Kwannon – o meglio Lady Mandarin, assassina del Mandarino –, poi Wolverine l’ha riportata “indietro”: «Ho visto me stessa nella sua mente… e i suoi ricordi mi dissero chi ero».

La vicenda della miniserie dedicata a Psylocke prende avvio dalla decisione della mutante su «come disporre del proprio cadavere», ma non in vista di una futura morte, bensì nell’attualità inquietante di un cadavere su un tavolo di obitorio: «su quel tavolo c’è il mio vecchio corpo». Psylocke deve decidere cosa fare del suo corpo originale, quello che ha attraversato il Seggio Periglioso, quello che ora non è più il suo corpo, quello che ora non è più lei. Partita per il Giappone per inumarlo, la telepate viene però attaccata dai ninja della Mano che, su mandato di Matsu’o, inceneriscono il corpo, il suo cadavere, davanti a lei. Ciò che era, l’ultimo legame con la sua vita precedente, incenerito, andato, dissolto. Psylocke aveva fatto pace e perdonato Matsu’o per ciò che le aveva fatto, nonostante ciò che le aveva fatto, prenderle il corpo e l’anima era stato un gesto empio ma compiuto per amore, ma adesso? Adesso sembra non esserci possibilità di perdono, ma solo per lo scatenarsi di una furiosa vendetta: Matsu’o deve morire. Fra Psylocke e Matsu’o, però, si frappone un inaspettato ostacolo: Wolverine. Anch’egli ha ottimi motivi per odiare e vendicarsi di Matsu’o, essendo il responsabile della morte di Mariko Yashida, donna che è stata uno dei più profondi amori del mutante, ma la sua maniera di fare i conti con il capo della Mano non ne prevede la morte, bensì la lenta, continua, cerimoniale mutilazione: «Matsu’o non ha finito di pagare e quindi non deve morire. Mai»; «ogni goccia di sangue ripaga ciò che mi ha portato via. E non sarà mai abbastanza». Questo calcolo della vendetta e dell’imperdonabile è ben raffigurata da un poster che Wolverine tiene nella sua stanza, manifesto che riporta una citazione da Archiloco sull’arte di ricambiare il male a chi ci ha ferito: «Una sola cosa so, importante: ricambiare con mali terribili chi mi fa del male [I have a high art. I hurt with cruelty those who would damage me]».

Psylocke più di chiunque altro, probabilmente, può comprendere la decisione di Wolverine, la volontà di ricambiare con mali terribili chi ci ha fatto del male, di ferire crudelmente chi ci ha danneggiato, ma gli si oppone, lo affronta: «Matsu’o si è portato via la vita di Logan. Capisco la sua rabbia. Perché fermarlo? Cosa mi importa di Matsu’o Tsurayaba? Cosa sto facendo?». Non c’è anche in Psylocke la stessa volontà di vendetta e la stessa impossibilità di perdono presenti in Wolverine? «Ho distrutto la tua vita. E ora anche le tue ultime vestigia. C’è perdono nel tuo cuore? O solo vendetta?», domanda lo stesso Matsu’o. Uccidere i propri avversari è un comportamento che non ha mai fatto parte dell’etica degli X-Men. Non lo fa Tempesta, leader degli X-Men, con Magneto, eppure quello di Tempesta è un eroismo certo degno del nuovo eroe, dell'eroe non classico ma contemporaneo, dell'eroe postmoderno comico, gaudente, nichilista, singolare, criminale – insomma, sporco come l'ispettore Callaghan di Clint Eastwood e oscuro come il Batman di Frank Miller – di cui Simone Regazzoni traccia i caratteri nel suo saggio Sfortunato il paese che non ha eroi: Tempesta, eroe dalle infinite sfumature, è quello che è perché ha abbracciato il suo lato oscuro, la sua natura più cupa. Eppure c’è perdono nel suo cuore e non solo vendetta. Così è per Psylocke davanti a Matsu’o, sembra. Le due mutanti riconoscono – come Jacques Derrida – che quella del perdono è «un’esperienza estranea al regno del diritto, del castigo o della pena, dell’istituzione pubblica, del calcolo giudiziario ecc.», insomma, rappresenta «una sfida alla logica penale» che richiede una rottura di ogni possibile reciprocità o simmetria – quelle che, invece, inutilmente cerca Wolverine – e che «esige che il perdono sia accordato, se può esserlo, perfino a qualcuno che non lo domanda, che non si pente né si confessa, né rende migliore se stesso o si riscatta: al di là, pertanto, di ogni economia, al di là perfino di ogni espiazione» (Perdonare).


Il perdono, se ce n’è, ha senso e possibilità solo laddove esso è chiamato a fare l’im-possibile, cioè a perdonare l’imperdonabile, l’inespiabile, secondo Derrida, per non correre il rischio di essere contaminato da un calcolo che lo corrompe, prima colpa di ogni perdono che voglia essere veramente tale. Il perdono, come il dono, non vuole gratitudine: «Non devi ringraziarmi», dice infatti Psylocke a Matsu’o, perché il (per)dono non deve apparire come tale, né al donatario né al donatore. Sempre secondo Derrida «Nemmeno colui che dona deve vederlo o saperlo, altrimenti comincia, fin dall’inizio, fin dal momento in cui ha l’intenzione di donare, a ripagarsi di un riconoscimento simbolico, a felicitarsi, ad approvarsi, a gratificarsi, a congratularsi, a restituirsi simbolicamente il valore di ciò che ha appena donato, di ciò che crede di aver donato, di ciò che si appresta a donare» (Donare il tempo).

martedì 21 gennaio 2014

uccidere i propri avversari?

Uccidere i propri avversari è un comportamento che non ha mai fatto parte dell’etica degli X-Men. Ecco la tavola di una scena classica da fumetto degli eroi mutanti della Marvel. Nella camera di un addormentato Magneto, Tempesta, altro leader degli X-Men, medita e dubita sull’azione da compiere.

«Nonostante i crimini e i delitti commessi, Magneto non ha un animo malvagio. In circostanze diverse, avrebbe potuto essere come noi… o noi come lui. Ma per realizzare i suoi sogni è pronto a ucciderci tutti. Più rimango qui… più il rischio aumenta. Sul vassoio… un coltello. Posso usarlo per eliminare la sua minaccia… per sempre. È affilato. Potrei tagliargli la gola. So come fare. L’ho già fatto. Da bambina, per autodifesa. L’ho fatto allora. Potrei rifarlo! Ho giurato di non uccidere più. Ma Magneto è pronto a sterminare il mondo intero. Ha già ucciso. Devo agire, devo colpire. Che la Dea mi perdoni, io… non posso».

Tempesta non può uccidere Magneto, nonostante i crimini e i delitti già commessi, nonostante sia sicuramente pronto a uccidere tutti gli X-Men pur di realizzare i suoi sogni, i suoi piani, i suoi progetti, nonostante rappresenti senz’altro un pericolo e una minaccia crescenti, nonostante abbia già ucciso e sia capace di sterminare il mondo intero. Tempesta non può tagliargli la gola con il coltello che è lì, a portata di mano.


domenica 19 gennaio 2014

letture di gennaio (III)

Che il romanzo di Anthony Burgess da cui Kubrick aveva tratto uno spettacolare film fosse un capolavoro me lo potevo anche aspettare, in realtà. E invece Arancia meccanica mi ha stupito, in positivo. Immergersi ed entrare nel gergo privato della voce narrante di Alex è tanto ostico (almeno all'inizio) quanto affascinante e coinvolgente, e la difesa contro "il tentativo d'imporre all'uomo, una creatura capace di sviluppo e di dolcezza, capace alla fine di attingere il succo delle barbute labbra di Dio, di cercare d'imporre leggi e condizioni appropriate a una creazione meccanica" - che è ciò contro cui si alza la penna-spada dell'autore - è tanto poco retorica da risultare credibile ed efficace. La questione della scelta - etica e politica, individuale e collettiva - tra libertà e sicurezza, tra io e Stato, è posta, ragionata, vissuta, argomentata, combattuta tra le pieghe della narrazione in maniera esplicita e profonda: ci si può ridurre, o si può essere ridotti, ad "essere soltanto un'arancia meccanica", a orologeria, ma anche - dimensione che forse nella trasposizione cinematografica non emerge altrettanto chiaramente - si può all'opposto non essere soltanto "dei piccoli martini fatti di latta e con una molla dentro e una chiavetta fuori"? Da individuale l'alternativa tra meccanicismo e libertà si fa cosmica: possibile che "sarebbe andata avanti così fino alla fine del mondo, gira e rigira, come un tamagno martino gigantesco tipo Zio in Persona che girava e rigirava tra le granfie gigantesche una lezzosa arancia saloppa"?


Altro classico, e dai classici qualcosa di buono non può che derivarne sempre e comunque, anche inaspettatamente: Il libro della giungla di Rudyard Kipling. Divertente e interessante leggere le avventure e le vicende di Mowgli, cucciolo d'uomo allevato dal popolo libero dei lupi, come una messa in scena e decostruzione della classica dicotomia tra natura e cultura. Mowgli è un lupo? - "Io sono nato nella Giungla; io ho obbedito alla Legge della Giungla e non c'è lupo dei nostri al quale non abbia levato qualche spina dalle zampe. Essi sono i miei fratelli, non c'è dubbio!" -.Oppure è un uomo? - "Tu sei un piccolo uomo e dovrai tornare fra gli uomini, fra gli uomini che sono i tuoi fratelli. Gli altri ti odiano, perché i loro occhi non possono sostenere il tuo sguardo, perché tu sei scaltro, perché hai levato le spine dai loro piedi, perché sei un uomo" -. Ma se i lupi non lo vogliono più tra loro perché è un uomo, neanche gli uomini, tra i quali per breve tempo farà ritorno, lo vorranno a lungo con loro perché è un lupo. Così a Mowgli - scacciato tanto dal branco degli uomini quanto da quello dei lupi, a cui sono chiuse tanto la giungla quanto le barriere del villaggio - non resterà che cantare: "Come Mang vola tra le belve e gli uccelli, così io fuggo tra il villaggio e la giungla". Come Mang, il pipistrello, non è belva perché vola ma non è uccello perché ha i denti, così Mowgli non è lupo e non è uomo, ma è definito solo dalle sue azioni - "Tutta la giungla sa che io ho ucciso Shere Khan" - e in lui, nel suo cuore, convivono ambigui e contrastanti sentimenti che "si combattono come i serpenti in primavera": danza sulla pelle della tigre e ride, e insieme piange ed è ferito. Mowgli è il solo - eccezzionale vincitore della feroce mangiatrice di buoi e uomini - ed è solo - solitario, privo di fratelli, di compagnia, di appartenenza.


Non pienamente bella l'esperienza di lettura de La strada di Cormac McCarthy. La narrazione delle vicende di padre e figlio in marcia con un carrello del supermercato verso sud attraverso territori e scenari post-apocalittici - in cui non puoi mai sapere cosa la strada ti riserva e in cui l'atto più coraggioso è svegliarsi la mattina, in cui sembra discesa una inspiegabile (e inspiegata)pestilenza e in cui i rifiuti, le marginali cose ultime, sono testimonianze di un mondo in dissolvimento, che sta cancellando i referenti di un linguaggio che presto potrebbe perdere di significato, e dell'inadempiuta utopia della società, delle attese e delle aspirazioni da essa disattese e tradite, della sua promessa inappagata di felicità, costituendo un universo di aspettative ancora pulsante - procede avvincente e ben ritmata, ma la conclusione è eccessivamente improvvisa e, secondo me, incoerente rispetto alla costruzione della storia portata avanti fino ad allora. Mi attendevo e auspicavo un finale diverso, insomma. Peccato non poter giudicare il romanzo come più che discreto.

venerdì 17 gennaio 2014

la fortezza della solitudine


In ambito di romanzi, di racconti di formazione e di fumetti, Jonathan Lethem ne La fortezza della solitudine (2003) racconta la storia della crescita e dell’amicizia di due ragazzi, Dylan e Mingus, uno bianco e uno nero, negli Stati Uniti tra gli anni Settanta e Novanta, accomunati, tra le altre cose, da una grandissima passione per i fumetti (elemento vero anche per l’autore del libro). Fin dal titolo, emerge chiaramente come uno dei fattori che maggiormente caratterizza l’adolescenza dei protagonisti, soprattutto di Dylan, sia la solitudine: l’auto-esilio nella propria stanza, il «ripiegamento sul segreto potere dei suoi libri e delle sue matite», che fa sì che Dylan «conosceva la Londra di David Copperfield, conosceva persino Narnia meglio di quanto avrebbe mai conosciuto Brooklyn a nord di Flatbush Avenue». Ma ancor più della solitudine, un altro è l’elemento che accomuna tutti i ragazzi, tutti gli adolescenti, ma anche tutti gli adulti incontrati da Dylan nel suo percorso di crescita e formazione: «Non incontrò mai nessuno che non fosse sul punto di trasformarsi in qualcun altro. Era una sua specialità incontrare persone pronte a disfarsi di un’identità o di un travestimento per assumerne un altro».

È il continuo e costante cambiamento, il fattore mutante, il proprio dell’uomo, tanto che non è possibile incontrarne uno che non sia sul punto di trasformarsi, di disfarsi della sua data e passata identità. Questo fattore è più marcato ed evidente, certamente, nell’adolescente, ma mai comunque sopito o superato. Da ragazzo «evolvevi alla luce del sole e segretamente al tempo stesso», continuamente, ma soprattutto d’estate, quando i ragazzi «sono liberi dalla pagina ‘colora-secondo-i-numeri’ dei loro giorni di scuola, dai loro ruoli prestabiliti di carnefici o vittime, pronti per un’estate incontaminata, quel terreno invitante per crogiolarsi nell’autotrasformazione. Chissà come finirà, a che cosa assomiglieranno quando sarà finita? Dylan sa solo che è in preda alla vertigine, sciolto, in volo».

Nel caldo crogiolo estivo, quando è la temperatura esterna stessa ad invitare a fondersi, a disciogliersi, a liquefarsi e ad auto-trasformarsi, l’organismo e l’identità dell’adolescente, più predisposta, cede in preda alla vertigine di possibilità e libertà che la sua esistenza gli presenta e, tra angoscia ed esaltazione, tra paura ed eccitamento, spicca il suo volo di ri-creazione. L’adolescente è innanzitutto un mutante.

«L’adolescenza era innanzitutto un’identità segreta. A tredici anni si cominciava a lasciare tracce, nomi arcani e segni proliferanti, lenzuola che ti ostinavi a volerti lavare da solo. Come una rotella dello Spirograph, la tua traiettoria incerta combinava casini. Aeroman era una via più audace, solo che sembrava restio a uscire dal guscio di felpa». 

A tredici anni l’identità è un segreto, da custodire e da svelare insieme, e in questo incerto tentare, provare, saggiare – folle e incasinato come la traiettoria della rotella di uno spirografo – si produce un proliferare di tracce, segni, resti, residui, fluidi, e si inventano e lasciano nomi. 

«”Non hai ancora un tag, tu? Inventatene uno.”
I fumetti Marvel avevano ragione, il mondo era fatto di nomi segreti, tu dovevi solo scoprire il tuo».


Aeroman, l’uomo volante, è il nome, l’identità segreta, che Dylan, imparando dai fumetti Marvel, inventa per sé e che si cuce addosso. Che letteralmente si cuce, visto che crea questa identità nuova e segreta – che vorrebbe audacemente emergere e differenziarsi dalla massa degli altri adolescenti, ma allo stesso tempo teme ed è restia ad uscire dal protettivo guscio dell’uniformante e anonima felpa – realizzando per sé un costume da supereroe dei fumetti. 

«Dylan, il ragazzino volante. Si sarebbe cucito un costume e sarebbe andato sui tetti, per piombare addosso al crimine. Per quel giorno la cosa doveva essere camuffata: la Scoperta del Volo, proprio sotto il loro naso. Al suo balzo inaugurale, però, lui sentiva già amore e simpatia per tutti mentre nuotava nell’aria, il suo orizzonte riorganizzato».

«Il mantello, ritagliato da un logoro lenzuolo del Dr. Seuss con il leone che lecca un lecca-lecca al limone, era attaccato in due punti del collo della maglietta celeste che formava il corpo del costume. Dylan aveva fatto in modo di collocare il leone, logo adeguatamente enigmatico, quanto più possibile al centro del mantello. Le maniche della maglietta le aveva prolungate con le gambe a strisce sgargianti tagliate da un paio di pantaloni a zampa abbandonati da sua madre, trafugati dalla cima del mucchio sul fondo del suo armadio dove solo Dylan era mai andato a guardare. Pendevano maestose, le mani di Dylan che sbucavano tra le frange di fili come il batacchio di una campana. Era poco pratico, ma quello era solo un prototipo. Un pezzo da esposizione. Il petto della maglietta l’aveva teso su un cartone e decorato con lo Spirograph, le punte arrugginite, le ruote recalcitranti, un lavoro maldestro dagli esiti imperfetti. L’emblema era un cerchio oscillato, la traiettoria sempre più ampia di un atomo tracciata un migliaio di volte nello spazio a formare fasci di energia. Da una qualche distanza, però, sfumava in uno zero un po’ ciccione». 


Un primo tentativo, una prova, un (as)saggio. Un esperimento forse maldestro e dall’esito ancora imperfetto, quasi uno zero, ma simbolico ed emblematico. Un individuo traccia la propria personale, incerta e oscillante traiettoria di crescita nello spazio che lo circonda, come un atomo o un fascio di energia. Cucito il costume, creata la propria nuova, vera, identità, questa va inizialmente camuffata, celata, nascosta proprio sotto il naso degli altri, di chi ci circonda. Ma è pronto il balzo inaugurale di questa nuova creatura: riorganizzato il proprio orizzonte, un nuovo essere è pronto a spiccare il volo. Il tema del cucirsi o comunque prepararsi il proprio costume, soprattutto legato a figure di adolescenti, è piuttosto un luogo comune dei fumetti: giusto due esempi, particolarmente significativi sia in sé sia per le opere da cui sono tratti.
In The Dark Knight Returns (1986) di Frank Miller, la giovanissima Carrie spende due settimane della propria paga per potersi permettere il vestito che le consenta di essere un buon nuovo Robin, che affianchi il Cavaliere Oscuro sulle strade di Gotham City. In una tavola del secondo capitolo del suo graphic novel, Miller ce la mostra mentre lo indossa e lo prova davanti allo specchio prima del suo “balzo inaugurale”, del primo volo di questo piccolo pettirosso. 
In Kick-Ass (2008), Mark Millar sceglie come protagonista un ragazzo a cui non servono traumi personali (l’omicidio dei genitori, come nel caso di Batman), raggi cosmici o anelli di potere per decidere di realizzare e indossare un costume che davanti allo specchio lo faccia sentire «davvero fighissimo» e che gli faccia passare le sere «a pensare a qualche nome figo da supereroe», tanto da sentirsi così bene da non guardare «porno su internet per quasi sette settimane». A muovere David “Dave” Lizewski che, «come la maggior parte della gente» della sua età – né atleta, né nerd, né buffone della sua classe –, esiste e basta, è «una perfetta combinazione di solitudine e disperazione».

lunedì 13 gennaio 2014

i primi veli

I pinguini appena battezzati - per errore - e perciò dotati di anima e trasformati in uomini da Dio, hanno ora bisogno di essere vestiti.

"- Allora, padre, volete vestire questi pinguini?
- È indispensabile, figliolo. Da quando sono stati incorporati nella famiglia di Abramo su di loro ricade la maledizione di Eva e hanno perciò coscienza di essere nudi, mentre prima l'ignoravano. 
- Non credete, padre, che sarebbe meglio lasciarli così? Perché vestirli? Quando porteranno abiti e saranno sottoposti alla legge morale, acquisteranno orgoglio smodato, volgare ipocrisia e crudeltà superflua. La legge morale obbliga gli uomini che sono bestie a vivere diversamente dalle bestie, cosa senz'altro scomoda ma che li lusinga e li rassicura. Vestire i pinguini può comportare gravi conseguenze! Adesso, quando un pinguino desidera una pinguina, sa ciò che vuole e la sua bramosia è limitata dalla conoscenza esatta dell'oggetto bramato. In questo momento, sulla spiaggia, due o tre coppie di pinguini fanno all'amore sotto il sole. Osservate con quanta naturalezza! Nessuno li sta a guardare e anche quelli che lo fanno non sembrano molto interessati. Ma quando le pinguine saranno velate, il pinguino non si renderà più conto esattamente di ciò che lo attirava verso di loro. I suoi desideri indeterminati daranno origine a tutta una serie di sogni e di illusioni. E intanto le pinguine, abbassando gli occhi e stringendo le labbra, daranno l'impressione di nascondere sotto quei veli un tesoro! Prendiamo a caso una di quelle pinguine. Eccone una che viene verso di noi. Non è né più bella né più brutta delle altre. Nessuno la guarda. Cammina indolentemente sulla spiaggia con un dito nel naso, grattandosi la schiena. Ha le spalle strette, il seno pesante, il ventre grosso e giallo, le gambe corte. Le sue ginocchia, di colore rossiccio, si raggrinzano a ogni passo, sembra che per ogni articolazione delle gambe abbia una piccola testa di scimmia. I piedi larghi e venosi si appigliano alla roccia con quattro dita adunche, gli alluci si drizzano sul terreno come le teste di due serpenti. Mentre cammina, tutti i suoi muscoli sono intenti alla fatica; vedendoli funzionare allo scoperto ci fanno pensare più a una macchina per camminare che a una macchina per fare l'amore. Ebbene, venerabile apostolo, osservate come si trasformerà. Stretti dai lacci di lana, i piedi sembrano più piccoli. Le suole, alte due dita, allungheranno elegantemente le sue gambe e la figura che sorreggono risulterà più armoniosa. 
Il monaco le intrecciò i capelli sulla nuca e le pose in capo un cappello di fiori. Le cinse i polsi con cerchi d'oro e le passò sotto il seno e sul ventre una lunga fascia di lino, in modo che il petto acquistasse maggior fierezza e i fianchi si appiattissero per dar risalto alle anche. 
- Potete stringere di più, disse la pinguina.
Rivestì il corpo di una tunica rosa che la modellava elegantemente. Le domandò se la gonna non le sembrasse un po' lunga, ma lei rispose che andava bene così: l'avrebbe sollevata.
Si allontanò quindi a piccoli passi, ancheggiando.
Un pinguino, incontrandola per caso, si arrestò sorpreso e, invertendo il cammino, si mise a seguirla. Alcuni pinguini che tornavano dalla pesca si avvicinarono e, dopo aver contemplato la pinguina, le si accodarono. Quelli che erano sdraiati sulla sabbia si alzarono e si unirono agli altri. Immancabilmente, al suo sopraggiungere, altri pinguini, scendendo dai sentieri della montagna, uscendo dai pertugi delle rocce, emergendo dal fondo delle acque, infoltivano via via il corteo, emanando un odore acre ed emettendo suoni gutturali.
- Osservate, padre, come tutti camminano con gli occhi puntati sul centro sferico di quella ragazza, ora che il centro è velato di rosa. Perché l'interesse di questa figura fosse pienamente rivelato ai pinguini, è stato necessario che, anziché vederla distintamente con i loro occhi, fossero costretti a rappresentarla in spirito. Io stesso provo in questo momento un'attrazione irresistibile per quella pinguina. Forse perché la gonna ha reso essenziale il suo culo e, semplificandolo con magnificenza, lo riveste di un carattere sintetico e generale e ne lascia trasparire soltanto l'idea pura, il principio divino.
Così dicendo, sollevatasi la veste, si lanciò sulla scia dei pinguini, li spintonò, li buttò a terra, li superò, li calpestò, li schiacciò, raggiunse la pinguina, l'afferrò a piene mani per la tunica rosa che un popolo intero crivellava di sguardi e desideri e che improvvisamente sparì, tra le braccia del monaco, dentro una grotta."


(Anatole France, L'isola dei pinguini)

domenica 12 gennaio 2014

letture di gennaio (II)

Due saggi che non ho potuto apprezzare a pieno perché troppo e palesemente "di parte": non che io sia un sostenitore di uno sguardo, e quindi di un'analisi, puri, oggettivi, disinteressati, "da nessun luogo", ma di un certo rigore e precisione argomentativi sì.
Già avevo abbandonato e non finito il suo Shakespeare filosofo dell'essere, anche interessante ma decisamente - per me - lento, ma le riflessioni sulla Filosofia del bacio mi sembravano una lettura più completabile. E infatti, in poche ore, ho letto il breve saggio di Franco Ricordi, rimanendone però alquanto deluso. Anche interessante la distinzione tra tre epoche del bacio: quella antica e tragica dell'uomo colpevole di fronte al fato, in cui il bacio, come e simmetricamente alla morte, è pressoché irrappresentato e irrappresentabile; quella medioevale e cristiana dell'uomo peccatore di fronte a Dio, in cui il peccaminoso bacio è però anche atto di libertà; quella moderna e atea dell'uomo debitore davanti al mercato globalizzato e universalizzato, al dio-denaro, in cui il bacio è desacralizzato ma anche svilito e degradato, in cui la filosofia e la teologia sono sostituite dall'economia. E condivisibile l'idea del bacio come autentica possibilità di una dimensione etica. Ma le riflessioni di Ricordi conducono a una tesi, o meglio a un'argomentazione, che mostra al suo fondo una moralistica nostalgia del passato e una trita critica del presente, dell'attuale società che spettacolarizza tutto (parole che già Orazio scriveva all'imperatore Augusto per biasimare il cattivo gusto del pubblico romano): lo evidenzia bene, ad esempio, la ripetizione della locuzione "è evidente" ben sette volte solo nelle ultime quattro pagine, dove essa regge e porta avanti un discorso che pretende di spacciare per ovvia, lapalissiana, scontata, quella che è la tesi dell'autore e che questi vuole (o presuppone) il lettore condivida. Questo proprio non mi è piaciuto.


Con ammirevole onestà l'analisi storica di Stefano Jossa nell'Italia da Jacopo Ortis a Montalbano, in quello che l'autore definisce Un paese senza eroi, parte dall'esplicitazione di alcune tesi, come quella per cui gli eroi non farebbero bene alla politica (per cui, col Galileo di Brecht, "sventurata la terra che ha bisogno di eroi"). Ma dato che sembra che la letteratura italiana tra Otto e Novecento sia attraversata, come da un filo rosso, dalla riflessione sull'eroe e sull'eroismo in una prospettiva nazionale, "che ciò non abbia portato alla nascita di un eroe nazionale è il problema che [è] al centro di questo libro": perché l'Italia non ha il suo Robin Hood o D'Artagnan, insomma? La risposta, per Jossa, risulterebbe essere che "i personaggi più famosi della letteratura italiana abbiano una dose di realismo e individualismo che ne ha impedito la modellizzazione simbolica".
Così, lo Jacopo Ortis Di Foscolo bandisce l'eroismo come ambizione disumana, cui contrappone un'umana e non eroica virtù; gli eroi risorgimentali alla Ettore Fieromosca sono, invece, totalmente idealizzati e irreali, maschere retoriche che suscitano emozioni ma prive di spessore umano e che non offrono una possibilità d'identificazione come, invece, il "vero" Don Abbondio; il protagonista delle Confessioni d'un italiano di Nievo è un antieroe antiromantico, "consapevole dell'impossibilità di dominare, dirigere e controllare la storia, 'da eroe', a Carlino non resta che sviluppare un punto di vista personale, 'da porco', nelle contraddizioni che lo rendono umano"; i superuomini di D'Annunzio riducono l'ambito eroico a quello del seduttore e finiscono per essere o immorali o banali; Pinocchio, l'Enrico del libro Cuore e Gian Burrasca sono forse eroi in potenza, ma ancora troppo piccoli e coinvolti nell'universo emotivo della crescita per poter essere eroi freddi e impassibili; gli inetti di Pirandello e Svevo sono troppo immersi nel flusso costante della vita, nelle pieghe della storia, e risultano antieroi della condizione umana impossibilitati a ergersi a mito; i partigiani e militanti di Calvino (Il sentiero dei nidi di ragno), Pratolini (Metello) e Fenoglio (Partigiano Johnny) sono compagni di strada più che modelli da imitare, sono esseri umani sessuati, affamati, infreddoliti, spaventati o aggressivi e non eroi, e respirano l'atmosfera antieroica della cultura italiana postfascista e neorepubblicana.
Seppur interessante, l'analisi di Jossa appare troppo soddisfatta nel suo procedere attraverso il suo percorso letterario a dimostrare la tesi di partenza e troppo caricata ideologicamente nel suo sostenere il non bisogno di eroi, tanto da non risultare veramente critica. Sembra che il saggio si chiuda, compiaciuto, con un "così dovevasi dimostrare".

venerdì 10 gennaio 2014

un po' del tuo sangue

Dopo More Than Human, Theodor Sturgeon offre, in un altro suo romanzo, ancora un esempio di apparente – o comunque solo statistica – mostruosità. In Un po’ del tuo sangue (1961) viene presentato il caso di un uomo che, in determinati momenti della sua vita, in circostanze di particolare crisi, sente il bisogno di nutrirsi di un po’ di sangue. Certo, quest’individuo è particolare, del tutto singolare per questa sua caratteristica. Sicuramente strano e inquietante. Ma, a ben rifletterci, sembrerebbe in fondo non troppo dissimile dagli altri uomini.


«R. Ho sempre pensato di averne bisogno e di essere l'unico. 
D. È che guardi la cosa dal lato sbagliato. Forse non sono in molti ad aver bisogno di succhiare il sangue, ma sono milioni, anzi miliardi, quelli che provano la stessa cosa che spinge te a succhiare il sangue. 
R. Non capisco. 
D. Tutti sulla terra a volte si sentono soli, smarriti. Proprio come te. Ognuno ha il suo modo di affrontare la cosa, così come ce l'hai tu». 

Sicuramente egli è l’unico – o comunque uno dei non molti individui – ad aver bisogno di succhiare il sangue, ma probabilmente a tutti gli uomini sulla terra capita di sentirsi soli e smarriti, e ognuno è spinto da questa provata solitudine ad affrontare la cosa a modo suo. Per quanto lo faccia in modo diverso, «tutto ciò che vive nel mondo assimila delle cose in sé poi le elabora e poi elimina quello che non gli serve. Qualunque cosa stia facendo, un essere vivente si mantiene in vita grazie a questo processo. Assimilare e poi elaborare e poi eliminare gli scarti. È per questo che vive e cresce ed è in questo modo che cresce. Il processo primario, l'assimilare, provoca appagamento, mentre il processo secondario, l'eliminare, provoca sollievo».
Tutto ciò che vive, ogni essere vivente, si mantiene in vita e cresce assimilando, elaborando ed eliminando, scartando ciò che trova intorno a sé. È nato un superuomo, un essere più che umano, che forse ha bisogno di un po’ del tuo sangue o forse troverà un altro modo per affrontare le sue crisi di solitudine, le stesse che hanno molti; un individuo che con appagamento assimila e con sollievo elimina la realtà esterna che lo circonda, la nega, la trasforma; spinto all’azione da un umanissimo desiderio di riconoscimento, mosso dal bisogno di creare la propria autentica libertà, un angelo ha spiccato il volo. Umano, più che umano, oppure umano, troppo umano?

martedì 7 gennaio 2014

more than human

Il romanzo More Than Human (in italiano tradotto come Più che umano o anche Nascita del superuomo) di Theodor Sturgeon, pubblicato per la prima volta nel 1953 (esattamente dieci anni prima dell’uscita del fumetto Uncanny X-Men), «narra la storia - ci dice Slavoj Žižek in Vivere alla fine dei tempi - dell’incontro di sei persone straordinarie con strani poteri, che sono in grado di “blesh” (blend-mesh, miscelare-intrecciare) le loro capacità e, in questo modo, agiscono come un solo organismo e raggiungono l’homo gestalt, il prossimo passo dell’evoluzione umana». Queste sei straordinarie persone dagli strani poteri, miscelando e intrecciando le proprie capacità risultano «più strambi e “individualistici” degli uomini ordinari – il loro riunirsi in un nuovo Uno crea le condizioni perché le loro peculiarità fioriscano. Questo bizzarro collettivo non ricorda la tesi di Marx che in una società comunista la libertà di tutti sarà fondata nella libertà di ogni individuo?». 
Qualche brano scelto dal testo di Sturgeon:

«"Ascolta," disse lei con passione, "noi non siamo un fenomeno da baraccone. Siamo l'Homo Gestalt, capisci? Siamo un'entità unica, un nuovo tipo di essere umano. Non siamo stati inventati. Ci siamo evoluti. Siamo lo stadio successivo. Siamo soli; non c'è nessun altro come noi. Non viviamo nel genere di mondo in cui vivi tu, con dei sistemi morali o dei codici etici a guidarci. Viviamo su un'isola deserta insieme a un gregge di capre!"
"Io sono la capra."
"Sì, sì, lo sei, non lo vedi? Ma noi siamo nati sull'isola senza nessuno che potesse esserci di insegnamento, dirci come comportarci. Possiamo imparare dalle capre tutto ciò che rende una capra una buona capra, ma questo non cambierà mai il fatto che noi non siamo capre! Non puoi applicare a noi lo stesso insieme di regole che valgono per gli esseri umani qualunque; noi non siamo la stessa cosa!"
Stava per interromperla, ma lei gli fece cenno di aspettare: "Ascolta, hai mai visto uno di quei musei che espongono una fila di scheletri, poniamo di cavalli, a partire dal piccolo Eohippus fino ad arrivare, dopo altri diciannove o venti, allo scheletro di un Percheron? C'è una differenza enorme tra il numero uno e il numero diciannove. Ma che differenza c'è tra il numero quindici e il numero sedici? Una differenza minima!"».

L’Homo Gestalt si presenta come un’entità unica e nuova, non certo un banale fenomeno da baraccone, non il prodotto o l’invenzione di qualcuno, ma lo stadio successivo dell’evoluzione, un essere più che umano. Ma per questo si sente solo, come su un’isola deserta abitata solo da capre, da esseri con cui di certo non può condividere niente di simile a un senso di appartenenza e di comunità. Tra due stadi successivi dell’evoluzione, due stadi prossimi e vicini, certo non c’è tutta la differenza che passa tra un piccolo Eohippus e un Percheron, è riscontrabile una differenza minima. Però non sono la stessa cosa. L’uomo sull’isola deserta potrà imparare dalle capre, forse, come fare ad essere una buona capra, ma questo non cambierà mai la circostanza che egli non è una capra, non farà mai di lui una capra. Straordinari questi sei individui, più che umani, ma anche strani e soli, non c’è nessun altro come loro. Come dovrebbero comportarsi? Come regolare la loro condotta di vita, lo loro esistenza?

«Janie dice che hai bisogno di una morale. Sai cos'è una morale? La morale è l'obbedienza a regole che le persone stabiliscono per aiutarti a vivere tra loro. Tu non hai bisogno di una morale. Nessun sistema di regole morali può valere per te. Tu non puoi obbedire a regole stabilite da quelli della tua specie, perché non esiste nessuno della tua specie. Tu non sei una persona qualunque, perciò la morale delle persone qualunque non ti servirebbe più di quanto potrebbe servire a me la morale di un formicaio. Perciò nessuno ti vuole e tu sei un mostro. Ma Gerry, c'è un altro tipo di codice a tua disposizione. È un codice che richiede fede più che obbedienza. Si chiama ethos. Anche l'ethos ti fornirà un codice per la sopravvivenza. Ma si tratta di una sopravvivenza più generale di quella della tua persona, della mia specie o della tua specie. Si tratta del rispetto delle tue origini e della tua posterità. Si tratta di riflettere sulla corrente principale che ti ha creato e in cui quando verrà il momento tu creerai qualcosa di ancora più grande. Aiuta l'umanità, Gerry, perché ora l'umanità è tua madre e tuo padre; tu non li hai mai avuti prima. E l'umanità aiuterà te producendo altri esseri come te, così che non sarai più solo. Aiutali a crescere. Aiutali ad aiutare l'umanità e a ottenere molti altri come te. Perché tu sei immortale, Gerry. Tu ora sei immortale. E quando la tua specie sarà abbastanza numerosa, il tuo ethos diventerà la loro morale. E quando la loro morale non sarà più adatta alla specie, tu o qualche altro essere etico ne creerete una nuova capace di fare un ulteriore balzo in avanti lungo la corrente principale, senza dimenticare il rispetto per te, il rispetto per coloro che ti hanno dato alla luce e per coloro che hanno dato alla luce loro, sempre più indietro fino alla prima creatura selvaggia, che era diversa perché il suo cuore sussultava quando vedeva una stella. Io sono stato un mostro e ho scoperto questo ethos. Tu sei un mostro. Ora tocca a te».


Nessun sistema di regole morali umane, troppo umane, potrebbe essere semplicemente seguita da questo nuovo essere come cui non c’è nessuno al mondo. Sarebbe come pretendere che un uomo obbedisse al comportamento delle capre o alle regole di un formicaio. Questo fa dei sei straordinari individui dei mostri, dei reietti, dei mutanti, perseguitati e temuti. Ma c’è speranza anche per un mostro. O meglio, bisogna un po’ riconsiderare il concetto di “mostro”. Per come è presentato qui da Sturgeon, il termine mostro sembra indicare qualsiasi essere nuovo e diverso che si presenti come creatore e portatore di un nuovo ethos, inadatto alle normali regole morali del mondo in cui nasce. Ma compito del mostro è aiutare l’umanità in cui vive a crescere, proprio creando nuovi modi di vita, mostrando nuove possibilità esistenziali e potenzialità d’essere. La differenza tra umanità e normalità da una parte, e mostruosità dall’altra, sembra essere una questione solo numerica, descrittiva e non prescrittiva. Questi mostri più che umani non sono fenomeni da baraccone, non sono errori o incidenti della vita, ma rappresentano, invece, una possibilità positiva per l’umanità. Piuttosto che un rischio per l’uomo, questi esseri nuovi, strani, diversi, straordinari, costituiscono un faro per i momenti di difficoltà e pericolo dell’umanità stessa.

«Ed ecco, anche, la guida, il faro per i momenti in cui l'umanità poteva trovarsi in pericolo; ecco il Custode che ogni uomo conosceva – non una forza esteriore e neppure un terrificante Occhio nel cielo, ma una cosa ridente con un cuore umano e un grande rispetto per le proprie origini, odorante di sudore e di terra appena arata, e non soffusa dal pallido odore della santità».

Non inviati da una qualche divinità o provvidenza trascendente, da una qualche forza esterna, celeste, pallida e terrificante, questi esseri più che umani sono il risultato di un fattore tutto umano, di uno spirito ridente e profondamente rispettoso della sua natura immanente e umana, e che odora di sudore e terra. 

lunedì 6 gennaio 2014

letture di gennaio (I)

Finiti in rapida successione i tre brevi saggi iniziati a leggere negli ultimi giorni del 2013, allettato dal mal di schiena.
Interessanti i dialoghi con Habermas e Derrida di Giovanna Borradori sulla Filosofia del terrore, riflessioni sul traumatico evento dell'11 settembre, del 9/11, che - secondo Derrida - rimane terribile e ferita "infinita" perché non si sa che cosa sia, perché destabilizza lo stesso "sistema di interpretazione, l'assiomatica, la logica, la retorica, i concetti e le valutazioni che si crede permettano di comprendere e di spiegare" la realtà, visto che - dalla fine della Guerra fredda - l'apparato concettuale, semantico, ermeneutico che avrebbe dovuto neutralizzare il trauma e così attenuarlo attraverso l'elaborazione del lutto, dipende con tutto quello che possiamo chiamare l'ordine mondiale in larga parte dalla stessa solidità degli Stati Uniti. La ferita è "infinita" anche perché mantenuta aperta sull'avvenire, segno premonitore "di ciò che potrebbe ancora accadere e che sarà peggio di tutto ciò che è successo", male assoluto e minaccia assoluta che è un terrificante rimettere in gioco niente di meno che l'esistenza del mondo.

Lo straordinario artista Pablo Echaurren omaggia il gruppo musicale, o meglio la happy family, dei Ramones con il suo imperativo Chiamatemi Pablo Ramone, non una cronaca o storia dei Fast Four (da non confondere con i Fab Four) ma con un personalissimo e idiosincratico tributo pagato alla propria passione musicale (che cerca, però, anche di concettualizzarsi e richiamarsi, così, a motivazioni universali e necessarie e non solo soggettive) e, insieme, un elogio della mazza da baseball, come recita il sottotitolo, del fare arte contro l'accademia: "quando sento Tommy o Marky stantuffare e picchiare come magli sulla batteria e sui miei più intimi frattagli con quella cadenza poderosa-cavernosa che pare scaturire da tamburi in vera cotenna d'elefante, mi chiedo come sia stato possibile che l'intero universo non abbia ancora recepito e di conseguenza non abbia ancora tributato la propria eterna riconoscenza a loro, ai Ramones. Per l'opera prestata e quella pestata. Con una mazza da baseball".

Purtroppo un po' deludente la lettura di Mostri, draghi e vampiri, analisi proposta da Emma Palese sul passaggio dal mostro come simbolo del meraviglioso totalizzante alla naturalizzazione delle differenze. Attraverso un processo di polarizzazione, il mostro gradualmente perde il proprio significato più primitivo e universale - il drago, guardiano di un tesoro o di un luogo sacro, simbolo del transito dall'uomo vecchio a quello nuovo, di slancio vitale ed energia che divora e rigenera insieme - e da tutto si fa parte, il cui grande corpo è razionalisticamente ridotto al diverso, al piccolo perverso - adottando una visione funzionale e organicistica/organica/organizzata del corpo -, finendo nel vaso dell'embiologo. Infine, ora che gli strumenti della tecnica permettono di agire sulla propria fisicità, tutti possono diventare mostri, cyborg - "emblema della perfettibilità umana e del desiderio di superamento di se stessi, ma presenta anche un triste schiacciamento da parte del potere, che si sostanzia nell'intuizione foucaltiana secondo cui i corpi si governano attraverso i loro desideri", perché l'uomo, essere dai desideri illimitati, è perciò stesso altamente vulnerabile - e vampiri - dal mancato appagamento, vittime e consumatori di se stessi, della propria fame e brama che rinasce e si moltiplica tormentandoli.

sabato 4 gennaio 2014

il drago e l'eroe

Il drago è l'archetipo del mostro: simbolo di totalità. La potenza di tale immagine primordiale risiede proprio nella sua sostanziale ambivalenza. Esso come yang è l'emblema della primavera e del tuono e si identifica col cavallo, il leone e la stessa spada. Come ying, invece, rimanda al simbolismo acquatico e lunare dove si lega alla figura del serpente e alla metamorfosi del pesce. Il drago è il custode per eccellenza, il guardiano del tesoro. Così come la sfinge, anche il drago è sia l'ostacolo e sia l'espressione negativa della madre divoratrice. E la sua duplicità si fa sempre più marcata nel rapporto che esso instaura con l'eroe. Il drago, infatti, può essere la bestia contro cui l'eroe lotta fino a vincere o a essere vinto. Però, il drago può anche accompagnare l'eroe, il quale ne assume le sembianze e le virtù divenendo "un'immagine - a lui speculare - che gli offre la forza, soccorrevole" (Bonvecchio, in La filosofia del Signore degli Anelli).
Come il serpente attorcigliato all'albero, il drago da simbolo di paura diviene custode del tesoro di vita poiché "il tesoro che l'eroe trae fuori dall'antro oscuro è la vita, è lui stesso rinato dall'oscuro antro del grembo materno. Considerato come colui che resta stretto alla madre, l'eroe è il drago; considerato come colui che rinasce dalla madre, è il vincitore del drago" (Jung, La libido. Simboli e trasformazioni).

(Emma Palese, Mostri, draghi e vampiri).


venerdì 3 gennaio 2014

angelo: rivelazioni

«Il mutante è un personaggio ideale per stimolare nel lettore adolescente un percorso di identificazione», si legge nell’introduzione ad una bella graphic novel che narra la prima manifestazione – in età adolescenziale, appunto – dei poteri mutanti di uno dei cinque membri originali degli X-Men, Angelo: il suo corpo cambia, come è normale che sia durante l’adolescenza, con la crescita e lo sviluppo, per forza e agilità, e alla fine sulla schiena del giovane spuntano due candide, enormi e pennute ali d’angelo. Il fumetto racconta soprattutto della lotta e della sofferenza del giovane mutante per accettare egli stesso e far accettare agli altri questa sua condizione unica e nuova. «Come il mutante, l’adolescente è “nuovo”, destinato a soppiantare quelli che c’erano prima di lui: gli adulti», continua l’introduzione, esplicitando e giustificando le potenzialità identificatrici della figura fumettistica del mutante per il lettore adolescente. L’adolescente «in realtà dentro di sé nasconde doni terrificanti» e «la storia di un angelo che spicca il volo», temuto e minacciato dagli altri, visto più come un diavolo che come un angelo, è, quindi, un po’ la sua.
La graphic novel in questione è Angelo. Rivelazioni, storia scritta da Roberto Aguirre-Sacasa e splendidamente disegnata da Adam Pollina, le cui tavole mostrano, a volte, dei chiari riferimenti all'arte di Klimt. Non è l'unico disegnatore di comics a fare proprio questo creare citando il pittore austriaco: basta pensare a Alex Maleev e a Giuseppe Camuncoli.


 



giovedì 2 gennaio 2014

fortuna o occasione

Dopo il ciclo The Prince (Il Principe), con tanto di espliciti riferimenti e citazioni all'opera e al pensiero di Niccolò Machiavelli, per Daken - l'Oscuro Vendicatore nonché figlio del mutante e X-Men Wolverine - è l'ora della saga Godlike (su Dark Wolverine #82-84), in cui fanno la loro comparsa le Parche/Norne/Fato, che il disegnatore Giuseppe Camuncoli realizza graficamente attraverso un esplicita citazione e ri-creazione dell'opera pittorica di Klimt.
Anche in questo caso, inoltre, sembra esserci un implicito rimando alla filosofia di Machiavelli e all'immagine dell'uomo moderno che traspare nel suo trattato politico, un uomo che si fa artefice del proprio destino, della propria stessa fortuna, non più ruota che gira e assegna una sorte ma occasione da acciuffare con costanza e virtù.

"Non mi è incognito come molti hanno avuto e hanno opinione che le cose del mondo sieno in modo governate dalla fortuna e da Dio, che li uomini con la prudenzia loro non possino correggerle, anzi non vi abbino remedio alcuno; e per questo potrebbero iudicare che non fussi da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare alla sorte. Questa opinione è suta piú creduta ne’ nostri tempi per la variazione grande delle cose che si son viste e veggonsi ogni dí fuora di ogni umana coniettura. A che pensando, io qualche volta mi sono in qualche parte inclinato nella opinione loro. 
Nondimeno, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà o presso a noi. E assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi, che quando s’adirano allagano e piani ruinano gli alberi e gli edifizii lievano da questa parte, terreno pongono da quell’altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro senza potervi in alcuna parte obstare. E benché sieno cosí fatti, non resta però che li uomini quando sono tempi quieti non vi potessino fare provvedimenti e con ripari e argini, in modo che crescendo, poi, o egli andrebbano per uno canale o l’impeto loro non sarebbe né sí licenzioso né sí dannoso. 
Similmente interviene della fortuna: la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtú a resisterle e quivi volta e sua impeti dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla". 

 






ShareThis