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martedì 31 dicembre 2013

letture di dicembre (II)

Tre libri della ISBN Edizioni, entrambi acquistati durante l'ultima fiera romana della piccola e media editoria (insomma, Più libri più liberi): Il libro segreto delle cose sacre e L'isola dei pinguini, Dio odia il Giappone.
Dopo aver molto apprezzato Callisto, di Torsten Krol ho letto Il libro segreto delle cose sacre, romanzo meno originale e divertente del precedente ma comunque godibile e più che gradevole. Niente di più, però, nessun particolare entusiasmo. L'impatto di una "grande pietra" ha sconvolto, per non dire quasi estinto, la vita umana sulla Terra  e ha portato alla fondazione di un nuovo stile di vita, dove a controllare e dominare la società umana sono le donne (visto che è colpa degli uomini se è successo quello che è successo), la religiosa sorellanza di Selene (perché è solo grazie alla Luna, che ha "assorbito" l'impatto di questo corpo celeste, che qualche comunità è sopravvissuta). Ma questa nuova utopia sembra già destinata a naufragare: la stessa Luna sembra minacciare ora la Terra con periodici lunamoti e non tutti gli uomini sembrano aver preso bene il cambiamento.

Un pio monaco cieco, naufragato su un'isola lontana, scambiandoli per uomini di piccola statura battezza i pinguini che colonizzano il luogo. Per rimediare all'errore del sant'uomo, Dio è convinto, dopo l'ampia discussione di un'assemblea del Paradiso, a donare un'anima a quegli uccelli e trasformarli in uomini. Da questa premessa inizia la storia de L'isola dei Pinguini, che Anatole France narra con estrema ironia e cinismo ma anche con dettagliato e critico spirito storiografico. Pinguinia attraversa tutte le figure e le tappe della storia dell'umanità, dal Medioevo superstizioso al Rinascimento delle arti e della cultura, dall'epoca moderna - con i suoi intrighi e cospirazioni, rivoluzioni e reazioni, casi giudiziari, trasformismi, sobillazioni dell'opinione pubblica, intrecci di politica ed economia, piani ideologici - ai tempi futuri - in cui tutto cambia ma, forse, per poi ricominciare daccapo con i cicli, corsi e ricorsi storici che riporteranno ancora una volta all'arricchimento e all'espansione della capitale in maniera smisurata, alla necessità di sopraelevare di continuo le case costruendovi sopra trenta o quaranta piani - dove accatastare uffici, depositi, succursali di banche, sedi di società -, allo scavo sempre più profondo nel sottosuolo, tutto senza apparentemente aver imparato nulla, senza che la processualità storica abbia portato l'uomo all'autocoscienza, la realtà alla consapevolezza del concetto.  
"Visto che la ricchezza e la civiltà sono fonti di guerre, non meno della povertà e delle barbarie, visto che la follia e la cattiveria degli uomini sono inguaribili, rimane solo una buona azione da compiere. Il saggio ammucchierà tanta dinamite quanto basta a far saltare in aria questo pianeta. Quando volerà in pezzi nello spazio, un miglioramento impercettibile si sarà verificato nell'universo e sarà concessa una soddisfazione alla coscienza universale, che d'altra parte non esiste". 

Non mi è sembrato né un romanzo d'amore né da fine del mondo - come invece recita il sottotitolo italiano - quello di Douglas Coupland Dio odia il Giappone, ma un romanzo che vorrebbe essere di formazione in anni difficili (Ottanta e Novanta del secolo scorso) e in un paese peculiare (il Giappone), senza riuscire ad esserlo. "Spero che tu viva quello che ho vissuto io", scrive il protagonista Hiro al suo ipotetico clone del futuro, "quel tipo di esperienze che ti trasformano da pani di ghisa in acciaio temprato, da feccia stagnante su una pozza d'acqua a libellule e fiori di loto", ma poi non sembra esserci nulla di ciò nel romanzo, nessuna esperienza temprante, solo rare immagini meglio riuscite di una generazione che vive lo sgretolarsi delle tradizioni passate: "Secondo me la gente della mia non-generazione, in sostanza, è la versione corrotta di un sistema più vecchio dalla purezza indiscussa: un sistema semplice, come i Lego. Siamo mattoncini personalizzati e deformati e non ci incastriamo su nessuna piattaforma; presi in gruppo, non ci possono assemblare per costruire nessun oggetto particolare".  Non c'è traccia nella storia neanche di quel presunto coraggio che il protagonista si attribuisce di dire no e contrastare gli standard consolidati, di quel presunto grande impegno per rifiutare le cose che ti hanno insegnato a venerare, sembra esserci, invece, rassegnazione, passività, attesa, immobilismo. A parte l'incongruenza tra come l'io narrante si racconta e quello che racconta, i capitoli scorrono sufficientemente gradevoli, anche grazie alle illustrazioni di Michael Howatson.

venerdì 27 dicembre 2013

letture di dicembre (I)

Il romanzo di A.S. Byatt Ragnarök, prendendo le mosse dalla lettura da parte di una bambina magra dei miti nordici durante la sua forzosa ma relativamente sicura vita in campagna, mentre Londra e il resto del mondo affrontano la seconda guerra mondiale - pretesto in realtà piuttosto labile, visto che questa vicenda si limita a fare da inconsistente cornice che non riesce a interagire con il vero nucleo della narrazione -, ci riracconta le leggende di Asgard, del suo mondo che è "un cadavere in boccio" e del suo cielo che è "la scodella di un teschio", tra descrizioni che hanno il fascino della vertiginosa lista infinita e dell'elenco classificatorio di manuali di biologia e narrazioni di gesta eroiche, ma di un eroismo già in piena decostruzione visto che gli dèi nordici sono piuttosto umani,  "umani in quanto limitati e stupidi", avidi e crudeli, impegnati "a combattere e giocare, a cacciare e fare scherzi". Quelli narrati dalla Byatt sono dèi che "sanno che verrà il Ragnarök, ma sono incapaci di immaginare un modo di evitarlo, o di cambiare la storia. Sanno morire valorosamente ma non sono capaci di creare un mondo migliore. Di fatto, il mondo finisce perché né gli dèi troppo umani, con i loro eserciti e i loro dissidi, né il focoso pensatore [Loki - la distaccata intelligenza scientifica capace di salvare la terra o di accelerarne la distruzione -], sanno come salvarlo". Questi dèi dovrebbero essere i ceppi e le catene "che tengono insieme il mondo, entro limiti dati, impedendo il dilagare di caos e disordine", ma tutto l'ordine che riescono a imporre ("il movimento di luce e buio, il succedersi del giorno e della notte e delle stagioni") non è, in realtà, che  il "prodotto della paura, dei lupi mentali":  "L'ordine veniva dai vincoli e da zanne e artigli minacciosi". Un ordine altamente instabile, dunque, e la fine degli dèi non ne è che l'inevitabile esito.

Assolutamente deludente il contributo popfilosofico di Francesca Rigotti sulla filosofia di una soap opera come Un posto al sole. L'analisi proposta non è per nulla seria ma neanche divulgativa o di puro intrattenimento. Illustrati i motivi idiosincratici che hanno portato la filosofa ad essere una affezionata spettatrice della saga nazional-popolare italiana, affrontato il breve excursus sul titolo - a ritroso dallo spirito imperial-colonialista tedesco primo e fascista poi, ai pensieri di Pascal (ripresi da Rousseau) sull'origine della proprietà dalla dichiarazione "questo è il mio posto al sole", alla richiesta di Diogene il cinico ad Alessandro Magno di spostarsi perché "gli toglieva il sole" -, non rimane che una serie di chiacchiere da bar indegne di un festival della filosofia. La popsophia è altro.
Decisamente migliore, più appagante e interessante, l'esperienza di lettura del saggio di Andrea Tagliapietra Non ci resta che ridere, di cui ho già scritto.

giovedì 26 dicembre 2013

il sorriso e l'enigma

Nel suo saggio Non ci resta che ridere, Andrea Tagliapietra affronta l'epoca della massa ridente, quell'epoca (la nostra) che segue alle età antica e medioevale (in cui il riso era rispettivamente divino e diabolico, ma comunque sempre trascendente) e radicalizza quella moderna (il cui riso immanente fonda la serietà che modella la struttura della realtà, la sua presa in carico se non la sua docile e acritica accettazione) scivolando "verso la banalità e la grigia quotidianità delle passioni tristi, verso la noia e il trastullo" del riso inautentico, anonimo, finto (Heidegger) dell'ultimo uomo - che "soffre così profondamente da aver dovuto inventare il riso" (Nietzsche) -, quel riso registrato e confezionato delle sit-com, quel riso delle pubblicità e del consumo. 
Un'epoca che rischia la "fine del riso" ha bisogno di ridestare il senso autentico del ridere, di quel "proprio" dell'uomo - come volevano Aristotele ("l'uomo soltanto, fra tutti gli animali, ride") e Porfirio - che è il ridere, diaframmatica e liminare piega tra la ragione e il sentimento, la mente e il corpo, l'interno e l'esterno, il sé e l'altro, che mette profondamente in crisi ogni concezione dualistica di ascendenza cartesiana. Ha bisogno di riconoscere che la drammaturgia del riso mette in atto un perturbante e socratico moto centrifugo che finisce per far riconoscere allo spettatore della scena comica di essere "decentrato rispetto a se stesso, alla sua singolarità e alla presunta stabilità delle sue convinzioni, perché il ridicolo e il comico sostituiscono alla figura della necessità la categoria del caso, dell'accidentalità e della casualità". E ridere per il gioco del caso significa perdere la propria presunta padronanza e mettersi in gioco, relativizzare la realtà mettendola in rapporto di continuità con la possibilità, con il forse potrebbe essere che guasta l'intrasformabilità del reale sostenuta dagli accademici e parlamentari agelasti ("coloro che non ridono", secondo Rabelais) e preserva la ricchezza dell'esperienza umana.
Se ormai "il riso della massa ridente è un'arma spuntata che riconosce la propria debolezza e trasforma la protesta in autoderisione e, quindi, in beffarda e amara rassegnazione", il riso autentico, comico, eversivo, invece, rende percepibile "una frattura, una soluzione di continuità, una sospensione della quotidianità e delle norme logiche" all'interno dell'esperienza della realtà, permettendo di intravedere un'altra dimensione: riconoscendo e cogliendo l'accidentalità e il caso, il riso mette in fibrillazione la realtà, ne destabilizza il significato ideologico come ciò a cui ci si deve adeguare, come ordine costituito cui obbedire, riapre invece i giochi della realtà e permette di pensare la possibilità al posto della necessità e dell'assolutismo. 
E permette di pensarlo non come problema da risolvere, bensì come "enigma che,come tutti i veri enigmi, non chiede soluzione, ma la risoluzione di esserne all'altezza e di saperlo sopportare": il sorriso e l'enigma è il binomio con cui si conclude il saggio di Tagliapietra. "Il sorriso accoglie l'enigma in sé e vi risponde nell'unico modo consentito, ossia dimostrando di esserne all'altezza", di saper sopportare la struttura paradossale della condizione dell'essere umano, la duplicità e l'ambivalenza di chi "luccica di guizzanti enigmi e risate" (Nietzsche).

mercoledì 25 dicembre 2013

il perturbante

Quello di perturbante è un concetto al quale Sigmund Freud ha dedicato nel 1919 un breve saggio – Das Unheimliche, appunto –, in cui si inizia da un’indagine etimologica della parola. Il significato di perturbante «si riallaccia indubbiamente a ciò che è spaventoso, che suscita terrore e orrore» e, più in generale, «tende a coincidere con ciò che suscita paura», con lo strano, il fantastico, l’ignoto. Più nello specifico, continua Freud, è «un genere di spavento che si riferisce a cose da lungo tempo conosciute e familiari», ma che, in determinate occasioni, diventano inquietanti e spaventose. Nonostante la parola tedesca unheimlich sia l’opposto di heimlich e di heimisch, che hanno il senso di casalingo, familiare, nativo, abituale, è lo stesso termine heimlich a possedere una certa ambiguità di significato, riferendosi a due ordini di idee assai diversi se non proprio opposti: «da una parte ciò che è familiare e piacevole e, dall’altra, ciò che è nascosto e tenuto celato».
A questo punto Freud dapprima chiama in causa Schelling, nel tentativo di sciogliere l’enigma: secondo il filosofo tedesco, il senso di perturbante è riferibile a «tutto ciò che doveva rimanere segreto ma è venuto alla luce», come se dall’idea di casalingo, appartenente alla casa, nascesse l’idea di qualcosa sottratto alla vista degli estranei, nascosto e segreto. Successivamente, comincia la sua analisi più propriamente psicoanalitica, collegando quest’idea del “segreto venuto alla luce”, inaspettatamente, involontariamente, con la possibilità che qualcosa di analogo avvenga anche nell’attività della psiche umana: «l’elemento spaventoso», allora, sarebbe «costituito da qualcosa di rimosso che si ripresenta», non, in realtà, da qualcosa di nuovo o estraneo, ma da «un elemento ben noto e impiantato da lungo tempo nella psiche, che solo il processo di rimozione poteva rendere estraneo». Così, secondo Freud, il perturbante sarebbe un fatto intimamente familiare che riemergerebbe dopo essere stato sottoposto a un processo di rimozione, un residuo di attività psichica riportato alla luce.
Per illustrare questa sua analisi con un esempio, Freud affronta, tra gli altri, il tema del “doppio”:

«Il “doppio” era, all’origine, un’assicurazione contro la distruzione dell’Io, “un’energica negazione del potere della morte”, come dice Rank, e, probabilmente, l’anima “immortale” fu il primo “doppio” del corpo. Tali idee sono nate dal terreno di un illimitato egoismo, dal narcisismo primario che domina la mente del fanciullo e del primitivo. Ma quando questo stadio sia superato, il “doppio” inverte il suo aspetto. Da assicurazione contro la morte diventa il perturbante annunciatore di morte».

Il “doppio”, da assicurazione contro la morte e garanzia di immortalità concepite e prodotte da un pensiero ancora infantile e primitivo, oltre che primariamente egoistico e narcisistico, capovolge il suo senso in quello di perturbante messaggero di morte. Questo prodotto psichico, però, può successivamente, con nuovi stadi di sviluppo dell’Io, ricevere ancora ulteriori e nuovi significati, quali quello di funzione di auto-osservazione e autocritica:

«Può ricevere nuovi significati dai successivi stadi di sviluppo dell’Io. In esso si viene lentamente formando uno speciale ente, atto a sovrastare al resto dell’Io, la cui funzione consiste nell’osservare e criticare la personalità, esercitando una censura nell’ambito della mente, censura della quale noi siamo consapevoli e che chiamiamo “coscienza”».

Oltre che come “coscienza” osservatrice, critica e censoria, il “doppio” può anche assumere l’aspetto di immagine di un Io ideale, possibile, alternativo, sostenuto dall’idea della nostra sostanziale libertà di scelta:

«I futuri non adempiuti, ma possibili, cui ci piace ancora attaccarci nella nostra fantasia, tutti gli sforzi dell’Io che circostanze esteriori avverse hanno reso vani, tutte le azioni volitive soppresse».

Un Io incompiuto ma, forse, ancora possibile, rimasto pura fantasia solo per contingenti e contrarie situazioni. Ma, continua Freud, un impulso difensivo sembra aver «obbligato l’Io a proiettare all’esterno detto materiale, quasi si trattasse di qualcosa di estraneo. A conti fatti, l’aspetto perturbante del “doppio” non può derivare da altro se non dal fatto che esso è una creazione che risale a uno stadio mentale molto primitivo, da lungo tempo superato, durante il quale, sia detto tra parentesi, il “doppio” appariva sotto un aspetto più amichevole».
Proiettato all’esterno perché ormai prodotto psichico superato, che, in un certo senso, ha fatto il suo tempo, questo “doppio” inizialmente familiare, intimo e amichevole può ripresentarsi, improvvisamente, come qualcosa di ormai apparentemente estraneo, insolito, inquietante. Una regressione, quindi, il ritorno di complessi infantili o primitivi rimossi, sono la fonte da cui scaturirebbe il senso del perturbante: «Si ha una sensazione perturbante quando una data impressione riporta a nuova vita complessi infantili rimossi, oppure quando credenze primitive e superate sembrano trovare una conferma», conclude esplicitamente Freud.

«Prendiamo il perturbante legato all’onnipotenza del pensiero, all’esaudimento istantaneo dei desideri, ai poteri malefici occulti e al ritorno dei morti. Un tempo noi, o i nostri progenitori, credevamo che queste possibilità fossero realtà ed eravamo convinti che si realizzassero effettivamente. Oggi non ci crediamo più, avendo superato questo modo di pensare, ma non ci sentiamo assolutamente certi delle nostre nuove credenze e quelle vecchie esistono tuttora in noi, pronte ad approfittare di tutto ciò che possa dare loro conferma. Non appena nella vita ci succede effettivamente un fatto, che sembra confermare le vecchie, rigettate credenze, siamo presi da un senso di perturbamento».

Credenze infantili, primitive, superate e rimosse – nostre o dei nostri progenitori – possono tornare, approfittando prontamente di situazioni esterne che sembrano riconfermarle, e mettere quindi in crisi e in discussione le nuove credenze, che sembravano ormai acquisite, salde e sicure, ma di cui invece, evidentemente, non si è affatto assolutamente certi. Il sentimento che si prova in queste incredibili (uncanny) circostanze è il perturbante.



martedì 24 dicembre 2013

farò la mia felicità

I'll make my own happyness.

(Psylocke, da Uncanny X-Force #15 del dicembre 2013).

Qui disegnata da due autori che hanno segnato i due volumi di Uncanny X-Force di cui è stata protagonista negli ultimi anni: Phil Noto e Adrian Alphona.

 



domenica 22 dicembre 2013

un uomo ragno superiore

Dopo gli eventi di Amazing Spider-Man #700, ora abbiamo un Uomo Ragno "superiore", più severo, che lavora fuori dalla legge facendo del bene, che cura le cause della malattia e non si limita a trattarne i sintomi, simile a uno spietato vigilante alla Batman - o alla Moon Knight, per rimanere in casa Marvel e non scomodare la Distinta Concorrenza.

"Guardate: mentre Parker trattava i sintomi... io, Otto Octavius, eliminerò la malattia. Libererò la città dal crimine. Vi salverò tutti. D'ora in poi sarò un eroe migliore di quanto meritiate!".

(da Superior Spider-Man #10, del luglio 2013, in Italia Superior Spider-Man #4 del dicembre 2013)


sabato 30 novembre 2013

da benjamin a wall-e (letture di novembre III)

Dopo Gioco d'azzardo e Regno senza grazia, mi son dato alla lettura di un altro saggio di Gianluca Cuozzo sulla Filosofia delle cose ultime. I temi sono ancora una volta quelli della società dei rifiuti e di un mondo senza più grazia da salvare, ma qui trattati forse con un maggior spessore filosofico, perché "in un mondo sopraffatto dai rifiuti, la filosofia ha il compito di assumere come proprio oggetto di indagine anche questa realtà imbarazzante e pervasiva, capace di colonizzare l'immaginario umano con incubi i cui protagonisti sono 'ratti e paranoia'". Così l'incipit del saggio, in cui l'autore da sapiente straccivendolo e collezionista cammina e avanza tra le rovine della storia e della società accumulando sacri e profani rottami di ogni cosa, filosofia, letteratura, cinema, arte, pubblicità.
Con questi pezzi tagliati, Cuozzo compone un puzzle in cui la spazzatura fa da controcanto osceno della produzione e del consumo, rappresentando l'inadempiuta utopia della società, le attese e le aspirazioni da essa disattese e tradite, la sua promessa inappagata di felicità. Le marginali cose ultime costituiscono un universo di aspettative ancora pulsante, mai quieto, pronto a tendere degli agguati alla nostra rappresentazione ideologica, delle schegge messianiche, brani divelti del tempo che aspettano che qualcuno li raccolga - usandoli nel modo giusto - per realizzare nel presente il loro potenziale salvifico.
Il filosofo, come il robottino della Pixar Wall-E - a sua volta versione post-moderna e tecnologica dell'angelo della storia di Walter Benjamin - ha il compito di (r)accogliere questa protesta caparbia e sovversiva contro ciò che è tipico, ordinario, classificabile secondo le convenzioni stabilite di ciò che è stato scartato e che potenzialmente insorge in una forma di contestazione - a un tempo anarchica e messianica - capace di liberare l'uomo dalla schiavitù nei confronti delle merci e dei beni di consumo, annunciando un possibile altro, un mondo diverso a venire.


domenica 24 novembre 2013

letture di novembre (II)

Ancora Euripide, con la tragedia Supplici: senso del dovere, legami verso ciò che è giusto, azioni eroiche al di là della legge e pene da far pagare ("La giustizia chiede giustizia e il sangue altro sangue"); ma anche riflessione politica sulla democrazia e la libertà, sul rapporto tra democrazia e libertà di parola ("Questa è la libertà: 'qualcuno vuole dare qualche consiglio utile alla città?'. Allora chi lo desidera si conquista la fama, e chi non vuole tace. Quale uguaglianza è migliore di questa per una città?").
Sempre in tema "mondo antico" e "cultura classica", i due saggi per una nuova lettura del poema del filosofo di Elea che costituiscono La porta di Parmenide di Antonio Capizzi. Grazie alle scoperte archeologiche degli scavi di Velia è possibile cogliere nel poema dottrinale parmenideo i contenuti realistici accanto a quelli poetici e mitologizzanti, riconoscere i luoghi del proemio in quelli dell'antica città della Magna Grecia, imparare a vedere nel filosofo dell'essere anche un prestante auriga di "famose cavalle" e un valente governante politico. Inoltre è possibile collocare storicamente la figura di Parmenide filosofo e politico nelle trame delle vicende storiche dell'epoca, tra aggressività ed espansionismo siracusano, necessità di unità e forza dei Velini, e la "terza via" ingannevole dei mendaci Fenici.

Delusioni dal saggio popfilosofico di Luca Bandirali ed Enrico Terrone sulla Filosofia delle serie TV. L'analisi dei due autori sulla nuova serialità televisiva - da CSI a Trono di Spade, come recita il sottotitolo del volume - è ovviamente condivisibile: gli spettatori somigliano più al pubblico dei lettori di romanzi e la serie tv stessa è epopea e drammaturgia del nostro tempo e che proprio con la temporalità intrattiene rapporti inediti rispetto ad altri prodotti televisivi o al cinema stesso, e non è solo questo che fa delle serie tv dei "degni" oggetti di indagine filosofica. Ma poi il volume sembra ridursi a una enciclopedica raccolta, ricca ma un po' superficiale, di queste stesse serie tv, un'antologia di riassunti e passi scelti con scarni commenti, analisi e critiche. 
Qualche spunto indubbiamente c'è: Jack Bauer, il protagonista di 24, definisce (o decostruisce?) una serie di dualismi fondamentali - pubblico e privato, legge e violenza, necessità e libertà - ed è l'eroe che si fa carico dell'inestricabilità di queste antinomie e della possibilità della loro risoluzione. Glee è una riflessione teorica sui principi essenziali del pop, sull'idea che la pop music sia qualcosa che si può anche suonare da soli, ma che trova il suo senso compiuto soltanto all'interno di un gruppo; che non serva soltanto a esprimere emozioni e sentimenti che già abbiamo in noi, ma anche a costruirne di nuovi; che le canzoni pop non sono cose appese al muro come i quadri in un museo, ma esistono perché le si possa re-interpretare a piacimento, senza nessun reato di lesa maestà. Heroes e Flashforward con i loro viaggi nel tempo dalla minima plausibilità metafisica - e nulla plausibilità scientifica - filosoficamente rappresentano una comunità che si interroga sulla propria natura storica e che esamina una varietà di scenari possibili per decidere verso quale di questi, nell'interesse collettivo, sia opportuno che la storia faccia rotta. 
Tante serie tv, infine, da Trono di Spade a Deadwood e Lost, mostrano come fissando e presidiando le proprie frontiere un'aggregazione si munisca di un'identità (i confini del territorio separino noi dagli altri) e di una proprietà (distinguono ciò che è nostro da ciò che appartiene agli altri), così che una frontiera non ha soltanto un valore spaziale e topologico ma anche etnografico ed economico; ma mostrano anche come questa frontiera non sia qualcosa di assolutamente definito, ma presenti zone di indeterminazione e di permeabilità che ne rendono possibile non solo l'evoluzione storica ma anche il ripensamento metafisico. Insomma, queste serie tv mettono in scena quell'atto definito dal filosofo francese Jacques Derrida di ex-appropriation, atto di fondazione che nel costituire una comunità (identità, proprietà, territorio) al tempo stesso ne intacca originariamente, fin da subito, la frontiera che la delimita, esponendo l'appropriazione già da sempre alla possibilità dell'espropriazione, facendo della frontiera fin dalla sua definizione originaria un limite instabile, che si presta ad essere varcato tanto dall'interno quanto dall'esterno.
Ecco, materiale sufficiente per un post, e poco più, però, questo è il limite del volume.

domenica 10 novembre 2013

letture di novembre (I)

Chi ha dato fuoco a La biblioteca scomparsa di Alessandria? Cesare, quando per rompere l'assedio in cui era stretto diede fuoco alle navi nel porto e l'incendio divampò anche nei magazzini limitrofi e in depositi di libri? Il vescovo Teofilo, in uno di quei roghi di libri pagani che erano parte della cristianizzazione? L'emiro inviato dal califfo Omar, obbedendo all'ordine per cui se i libri della biblioteca si accordano con il libro di Allah se ne può fare a meno, mentre se sono ad esso difformi non c'è bisogno di conservarli, così che essi furono distrutti bruciandoli - e vi occorsero sei mesi - per riscaldare i bagni pubblici della città? E poi, dove era collocata in realtà questa biblioteca? Luciano Canfora conduce il lettore attraverso la storia e le testimonianze della regia biblioteca di Alessandria, con uno stile chiaro e semplice ma forse un po' carente dal punto di vista narrativo e romanzesco.

Meno brillante delle precedenti produzioni, sia per trama narrativa che per inventiva grafica, ma comunque più che gradevole, Dodici di Zerocalcare.

L'immersione nella cultura classica antica continua con due tragedie di Euripide: l'Ippolito, antisocratica tragedia in cui il ragionamento non ha efficacia quale farmaco e rimedio per gli affanni degli uomini, che possono anche sapere e conoscere il bene, ma a volte non si sforzano di farlo; lo Ione, drammone a lieto fine tutto orchestrato dall'Ambiguo dio Apollo e dai suoi responsi oracolari veri ma affatto chiari, necessariamente enigmatici messaggi e tempestosi suoni fraintendibili dall'uomo perché il dio non può apparire ad egli in tutto il suo fulgore, sarebbe pericoloso guardarlo o ascoltarlo, non è concesso ai mortali farlo.
Legata alla cultura classica è in realtà anche la lettura di Prolegomeni per una popsophia, visto che in questo breve pamphlet Umberto Curi deduce la legittimità di diritto della fattuale commistione tra filosofia e cultura popolare dalle origini stesse della filosofia, che nasce pop perché si sviluppa nella relazione vitale con i problemi presenti nella comunità, dalla vita trae alimento e alla vita costantemente ritorna; perché è affine e non opposta al mythos, al raccontare dalla risonanza emotiva e sentimentale e dall'indubbio e gratuito piacere; perché nasce (secondo Platone e Aristotele) dalla meraviglia e dallo sgomento, come risposta a un'inquietudine sentita e patita dall'uomo; perché non c'è cosa più filosofica e seria della poesia, che permette di procurarsi le prime nozioni, di imparare e di ragionare mentre, allo stesso tempo, si prova piacere.

lunedì 4 novembre 2013

nel riflesso della mia lama

Nelle tavole del fumetto Uncanny X-Force, nelle storie pubblicate in questi ultimi mesi, ancora una conferma dell'eroismo sporco e oscuro dell'eroe moderno che ha imparato ad abbracciare e a giocare con la propria Cosa oscura e disumana, con il proprio lato oscuro, la propria natura più cupa
In questa occasione ce ne danno prova Psylocke e Spirale poste faccia a faccia con lo spettro del loro lato oscuro: Psylocke è in pieno possesso della propria oscurità, e il suo spettro è dunque debole. Spirale non può temere la vista del proprio lato oscuro, poiché ce l'ha costantemente davanti nel riflesso della propria lama.

- La tua lama è sottile perché sei debole. E sei debole perché sei forte solo quanto io ti ho lasciato esserlo. Ho pieno possesso del mio posto nel mondo. Ho pieno possesso della mia oscurità. Ho pieno possesso di te. E non sono spaventata da te.

(da Uncanny X-Force #11, del settembre 2013).




- Unisciti a noi. Lascia che convochi il tuo spettro. Non sei neanche un po' curiosa di vedere che aspetto ha il tuo lato oscuro?
- Fronteggio il mio lato oscuro ogni giorno. Nel riflesso della mia lama. Sentirai quanto è oscuro.

(da Uncanny X-Force #12, dell'ottobre 2013).



venerdì 1 novembre 2013

letture di ottobre (III)

Un po' di saggistica in questo mese di nuovo inizio universitario.
Un primo, brevissimo e in definitiva trascurabile, Sono uno spettro ma non lo so di Sergio Benvenuto, un testo senza particolari ed evidenti difetti ma anche un'esperienza di lettura né particolarmente interessante né esteticamente gradevole sulla figura filosofica, simbolica e cinematografica del fantasma e del non morto. Peccato, speravo in qualcosa di più. 
Il secondo è, invece, l'ultimo lavoro di Umberto Curi, L'apparire del bello. Il bello nell'antichità classica (da Omero e i lirici ai filosofi quali Platone, Aristotele e Plotino) è, più che un valore estetico e l'oggetto quindi di una specialistica disciplina, un complesso, non univoco, ossimorico e paradossale ideale di eccedenza più che di presenza, di esperienza straordinaria, di chiamata a valicare un limite, di convocazione oltre le mura di "casa" delle condizioni materiali di vita, di itinerario di mutamento in cui si fondono al bello anche il vero e il virtuoso, di improvviso lampeggiamento e irruzione di un orizzonte altro e meraviglioso/traumatizzante cioè tremendo.

Nell'antichità, del resto, mi ci sono iniziato a (re)immergere parecchio in questo mese, e non potrà che continuare così. 
Due "scurrili" commedie di Aristofane, Gli Acarnesi e Le vespe, contro la guerra e contro il potere fintamente democratico che facendo sgranocchiare briciole al popolo lo rende contento e non solo si conserva ma lo asserve. 
Il dialogo di Platone Gorgia, con il fantastico multiplo parallelismo tra legislazione e giustizia (che politicamente mantengono il benessere dell'anima e ne correggono i mali) e sofistica e retorica, che rispetto alle prime sono come le seduttive e adulatorie cosmesi e culinaria rispetto alla reale e positiva cura del corpo che compete a ginnastica e medicina; ma anche con la straordinaria figura di Callicle, la sua moderna teoria della naturale morale dei forti e migliori piegata dalla legge della moltitudine dei deboli, il suo spiattellare in faccia al solito Socrate i suoi volgari sofismi efficaci solo perché chi dialoga con lui si vergogna di dire ciò che pensa e perciò cade in contraddizione.
Su Socrate e Platone, e proprio sul Gorgia e il Protagora, il saggio di Georgia Zeami e Francesca Presti Daimonicità del lògos, che presenta la mostruosa e demoniaca figura di Socrate, insieme e a un tempo educatore, amante, aperto dialogante, ma anche sapiente e rigido maestro di virtù, nel quale quindi aleggia lo spettro dell'intellettualismo e del moralismo. 

giovedì 31 ottobre 2013

letture di ottobre (II)

Mi ci sono voluti due mesi per completare la lettura del romanzo di Louis-Ferdinand  Céline Viaggio al termine della notte. Certo non consecutivi, un periodo di lettura comprendente anche pause, a volte brevi e frequenti, altre lunghe, quasi da sembrare una lettura abbandonata. E pause durante le quali il libro non mi è mancato, durante le quali non ho provato l'urgenza di tornare a leggerlo o sofferto la sua mancanza. Eppure tutto ciò non è affatto segno di una negativa esperienza di lettura. Certo questa di Céline non è una lettura facile, semplice, scorrevole, e oserei dire neanche forse propriamente gradevole: il linguaggio è ostico, il lessico gergale, la grammatica rotta, spezzata, inusuale, e anche i temi e la visione del mondo attraverso cui sono percepiti e narrati non rendono certo il romanzo una comoda e poco impegnativa lettura. Critico ma non rivoluzionario, nichilista certo non attivo ma nemmeno disperato, scettico e cinico ma anche stoico e forse pure un po' epicureo, il protagonista e io narrante più che "fare cose" per le quasi 500 pagine del romanzo vive continui cambiamenti di scene, sfugge e migra da un'ambientazione all'altra della sua vita: la guerra ("Sì, assolutamente vigliacco, Lola, rifiuto la guerra e tutto quel che c'è dentro... Non la deploro, io... Non mi rassegno, io... Non mi piagnucolo addosso, io... La rifiuto recisamente, con tutti gli uomini che contiene, voglio averci niente a che fare con loro, con lei"), le colonie africane, gli Stati Uniti con l'alienante lavoro in fabbrica ("Tremava tutto nell'immenso edificio e tu anche dalle orecchie ai piedi posseduto dal tremore, veniva dai vetri e dal pavimento e dalla ferraglia, a scossoni, vibrato dall'alto in basso. Diventi macchina per forza anche tu e con tutta la tua carne tremolante. Ci si arrende al rumore come ci si arrende alla guerra"), i sobborghi parigini con la loro "festa ingannapopolo di fine settimana", la clinica psichiatrica. Arrivato al fondo della notte, di "una notte enorme che si mangiava la strada", dopo che "ti sei mangiato tutta la poesia" e che forse in gioventù potevi ancora avere e "non si ha più molta musica in sé per far ballare la vita", "a 37° tutto diventa banale" e si ha coscienza che "non si può spiegare nulla", che "il mondo sa solo ucciderti come un dormiente quando si gira, il mondo, su di te, come un dormiente uccide le sue pulci". Che la nostra più autentica possibilità è la morte, ma anche se ciò rende la vita una "farsa atroce del durare", fa di "questa ostinazione a perseverare nel nostro stato un'incredibile tortura", anche se si arriva a dichiarare "io non credo all'avvenire" (non c'è impegno, passione, fede, amore, progresso che tenga), comunque "non c'è che la vita che conta".


La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer è una splendida saga di tre generazioni di ebrei polacco/tedeschi che si dipana dagli inizi del Novecento all'avvento del potere nazista e la conseguente emigrazione negli Stati Uniti. Straordinario il modo in cui la Storia dell'uomo e le storie degli uomini, il destino e le vite, si intreccino a costituire la trama di questo romanzo. Straordinaria la coralità e la polifonia della narrazione, nonostante l'assoluta centralità dei tre protagonisti delle diverse generazioni della famiglia Karnowski, ogni individuo che compare nel testo è ben designato, presentato, caratterizzato a tutto tondo. Straordinario il modo di rendere emozionante e convincente la classica complementarietà filosofica e storica tra la banalità del male e la fragilità del bene: "Strade che portavano i nomi di Kant e Leibniz vedevano sfilare giovani non privi di istruzione che brandivano randelli e inneggiavano alla violenza e all'assassinio. David Karnowski si sentiva ingannato dalla città del suo maestro Mendelssohn". 

sabato 12 ottobre 2013

letture di ottobre (I)

Ancora il corso su moderno e postmoderno, e la tappa di questa parte riguarda Horkheimer, Adorno e Foucault.
Di Michel Foucault mi è toccata una doppia razione. Prima, la lettura di Che cos'è l'illuminismo?, un breve articolo in cui il filosofo francese rileva l'importanza dell'omonimo scritto di Kant nel suo essere - con il suo riflettere sul proprio presente, sulla pura attualità, sul momento singolare in cui si scrive e a causa del quale si scrive, sull'oggi quale motivo per un compito filosofico particolare - l'abbozzo di ciò che si può chiamare l'atteggiamento moderno, consistente nell'assumere se stessi come oggetto di un'elaborazione complessa e ostica, in un'indagare archeologico e genealogico le contingenze che ci hanno fatto essere quello che siamo e la possibilità di non esserlo, farlo o pensarlo più, rilanciando un indefinito lavoro di libertà. Allo stesso tempo, l'articolo di Kant è la giustificazione della più vasta e complessa elaborazione filosofica sviluppata nelle tre Critiche: esse hanno il compito di definire le condizioni di possibilità in cui l'uso della ragione è legittimo per determinare ciò che si può conoscere, che si deve fare, che è permesso sperare, nel momento in cui la ragione, con l'illuminismo, è divenuta "maggiorenne". Seconda, quella di Storia della follia nell'età classica, nella sua parte iniziale sul "grande internamento": la tracciatura di una linea di separazione ben marcata tra ragione e follia che passa per l'istituzione delle grandi case di internamento per poveri, disoccupati, corrigendi e insensati - a un tempo luoghi di assistenza e repressione, beneficio e punizione, ma legati a nessuna idea medica quanto piuttosto a un'istanza di ordine e a un esercizio di riforma e coercizione morale (stupefacente sintesi di obbligo morale e legge civile, morale impartita per via d'assegnazione amministrativa)  -, assecondando l'idea borghese secondo cui la virtù è un affare di Stato e la repubblica del bene va imposta con la forza a tutti quelli sospettati di appartenere al male. Insomma, prigioni dell'ordine morale fondate sull'idea che se si è riusciti a sottomettere al giogo taluni animali feroci, non si deve disperare di correggere l'uomo che si è fuorviato.

Per Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, invece, la lettura è stata quella di Dialettica dell'illuminismo. "La terra interamente illuminata splende all'insegna di trionfale sventura" che irradia da una ragione che ha divorziato dalla verità per l'operatività e il procedimento efficace, che ha rinunciato al significato e sostituito il concetto con la formula, la causa con la regola e la probabilità. Per i due filosofi della Scuola di Francoforte "l'illuminismo è totalitario", impone un dominio integrale, patriarcale e livellatore (dell'astratto e dell'industria) che segna il trionfo dell'uguaglianza repressiva, il dispiegarsi dell'uguaglianza giuridica in ingiustizia inflitta, dispiegarsi che è una degenerazione che ha luogo quando "la giustizia si perde nel diritto". L'umanità moderna e illuminata ha dovuto sottoporsi a una serie di spaventosi trattamenti perché nascesse e si consolidasse "il Sé, il carattere identico, pratico, virile dell'uomo". Il risultato, però, è stato quello di un pensiero reificato e trasformato in un processo automatico, dell'accantonamento dell'esigenza classica di "pensare il pensiero", quest'ultimo ridotto, invece, in cosa e strumento, limitato a compiti organizzativi e amministrativi degni di ottusi e ingenui direttori generali.

venerdì 4 ottobre 2013

la filosofia della guerra al terrorismo

Con Stato di legittima difesa, Simone Regazzoni prova a pensare la politica di Obama e la guerra al terrorismo al di là di ogni sterile panico libertario e di ogni critica alla guerra mossa da astratte posizioni pacifiste, riconoscendo al Presidente statunitense la capacità di "agire politicamente misurandosi con il reale del momento storico presente", di "rispondere a ciò che accade" anche a costo di dover "rompere con un certo orizzonte di sapere, di norme e di valori" decostruendo l'abituale discorso progressista e reinventando la democrazia. Questa reinvenzione passa attraverso l'elaborazione di un nuovo paradigma politico, giuridico e militare che l'autore chiama, appunto, stato di legittima difesa e che la cui articolazione comprende la dichiarazione di uno stato di emergenza, il rafforzamento del potere esecutivo, l'uso della forza letale (nella forma privilegiata dell'omicidio mirato, eventualmente anche preventivo) contro un nemico assoluto (Carl Schmitt) che deve essere annientato in una guerra apparentemente permanente.
A meno di non giudicare il terrorismo una strategia di lotta legittima, argomenta Regazzoni, non è possibile attribuire al terrorista la qualifica di combattente per la libertà (freedom fighter); gli spetta, piuttosto, quella di nemico combattente (enemy combatant) o combattente illegittimo (unlawful combatant) o ancora nemico combattente non privilegiato (unprivileged enemy belligerant), designando in ogni caso il suo statuto come al di là del civile e del militare. È necessario, invece, abbandonare una certa cultura delle scusanti e delle giustificazioni tipica degli anni Sessanti e Settanta e riconoscere il terrorista quale "minaccia assoluta" e "male assoluto", quale "nemico trascendentale della democrazia", perché "incorpora in sé lo spettro del weapons of mass destruction", dell'arma terrificante che viene dall'avvenire, lo spettro del peggio a venire (Jacques Derrida), perché "minaccia la democrazia in quanto spazio di apertura all'Altro". Per annientare un tale nemico assoluto occorre "una guerra legittima di difesa ossessionata dallo spettro della distruzione totale a venire" (ossessione e forse una certa paranoia che non sono mali ma spinte immunitarie della democrazia); guerra che possiede la qualità ideale di essere perpetua, di non poter essere vinta e perciò di non dover essere mai terminata (Peter Sloterdijk), così da decostruire l'opposizione tra guerra e pace.
La forza letale-vitale di legittima difesa che tale guerra dispiega dispone di non convenzionali ma necessarie e appropriate strategie quali la prevenzione contro minacce imminenti e future (pre-emption e prevention), l'attacco anticipato (strike first, anticipatory attack), la pianificazione su larga scala e lungo periodo delle operazioni di omicidio mirato (targeted killing, kill list).
Ora che la banalità del male di cui parlava Hannah Arendt appare come nuovamente invertita (Slavoj Žižek), Obama per Regazzoni è quindi "il nome di questa forza letale-vitale di legittima difesa della democrazia, di questa forza della democrazia che dà il meglio di sé facendo appello al proprio rimosso" (cioè l'uso della forza letale, una forza crudele e disumana ma al contempo giusta), di questa forza che non è "un fenomeno transitorio legato a una situazione di emergenza ma l'invenzione di un nuovo paradigma della democrazia".
Il rimosso che ritorna con Obama è anche quello della giustizia come vendetta, riparazione di un torto, momento catartico: torna quello "spettro che ossessiona il potere americano" che è la pulsione eroica che minaccerebbe la democrazia. Questa riattualizzazione "di una certa forma di violenza - al contempo assolutamente crudele e giusta - incarnata nella figura del giustiziere", porta Regazzoni a trattare nell'ultimo capitolo del suo saggio la trilogia che Christopher Nolan ha dedicato a Batman, il Cavaliere Oscuro (Dark Knight), saga cinematografica assillata proprio dallo spettro del peggio a venire, dell'imminenza "di un avvenire peggiore di tutto quello che è già accaduto". 
Le pellicole di Nolan rappresentano il montaggio e messa in scena della risposta attraverso una forza di legittima difesa a tale infestante spettro (dell'annientamento di Gotham attraverso armi di distruzione di massa), incorporato nel trauma dell'omicidio dei genitori del piccolo Bruce Wayne, e al contempo dei "rischi autoimmunitari di questo dispositivo eccezionale di difesa che rischia sempre di sopprimere ciò che vorrebbe salvare". Il corpo del Cavaliere Oscuro si presta quale trasfigurazione cinematografica di questo lavoro sul dark side della politica, di questa "pulsione eroica incriptata al cuore della democrazia" che non va esorcizzata come fascista (pur rimanendo "il fascismo una delle sue pericolose declinazioni possibili") ma pensata "in termini politici come forza, al di là della legge, di difesa della democrazia nel contesto di un nuovo tipo di guerra", come supplemento di forza insieme fuorilegge e al servizio della legge, che la sospende e conserva a un tempo, che la minaccia e protegge, come "una giustizia - al di là della legge - che coincide con la salvezza, con la salvezza della democrazia".
Il saggio di Regazzoni ha l'audacia di pensare tutto ciò, di non limitarsi a criticare la guerra. Regazzoni ha l'indubbio merito di non essere un pensatore pusillanime, di non cercare nel politicamente corretto l’alibi perfetto per nascondere l'assenza di coraggio necessario a farsi carico di pensare un fenomeno come la guerra al terrorismo nella sua dimensione perturbante.



lunedì 30 settembre 2013

letture di settembre (III)

Bello il romanzo Sunset Park di Paul Auster. Bello, ma come incompiuto, dal finale che lascia un po' l'amaro in bocca o, forse meglio, lascia un po' a bocca asciutta. Interessanti e ben tratteggiati tutti i personaggi che compaiono e le cui vite sono intrecciate e si intrecciano nella fatiscente casa abusivamente occupata e abitata di Sunset Park e nel resto della città di New York. Coinvolgenti le storie e le vicende di questi personaggi, tutte colte in momenti come di svolta, decisivi, di decisioni da prendere, di scelte da fare, di opportunità da cogliere, di opzioni da valutare. Buono ed efficace lo stile di alternare il punto di vista con cui procede il romanzo tra i diversi personaggi, alcuni maggiormente e più a lungo focalizzati, altri meno e più passeggeri, ma tutti comunque incisivi, vividi, credibili. E però a me è mancato un finale, la conclusione mi è risultata troppo brusca, improvvisa, non tanto aperta e ambigua quanto proprio troncata, recisa, appunto incompiuta. Come si risolverà la storia d'amore tra Miles e l'ancora (per poco) minorenne Pilar? E come si aggiusteranno le relazioni tra lui e i suoi divorziati genitori, il piccolo editore Morris e l'attrice Mary-Lee? Che ne sarà di Bing, con la sua band e il suo Ospedale delle Cose Rotte? Alice finirà la sua tesi di dottorato? Ellen darà una svolta alla sua attività artistica e troverà l'amore? Ecco, io tutto questo, e altro, non lo saprò mai, non c'è una seconda stagione da attendere, e questo mi spiace e un po' mi urta, forse.

Per il mensile incontro di un gruppo di lettura è stato il turno de L'Avversario, del francese Emmanuel Carrère, ricostruzione della trama di eventi, accidenti, bugie, inganni che hanno condotto il protagonista a uccidere moglie, figli, genitori nel momento in cui era ormai divenuto insostenibile portare avanti la falsa vita che si era costruito. Egli è l'avversario, il male, o solo un povero diavolo, un dannato? La delusione che aveva caratterizzato questa esperienza di lettura era stata in parte risarcita da un piacevole e inatteso evento: l'autore e narratore del romanzo scrive che, all'epoca degli omicidi, stava scrivendo una biografia di Philip K. Dick e il giorno dopo aver finito tale romanzo, rimettendo a posto dei libri negli scaffali, mi imbatto in un dimenticato acquisto di oltre sei anni fa, proprio quella Philip Dick. Una biografia di Carrère, "previdentemente" comprato in una libreria dell'usato. L'impressione di questo presunto risarcimento, però, è durata ben poco. Anche questo scritto soffre di tutti i difetti dell'altro romanzo: piattezza stilistica, trama aneddotica, sciattezza. Insomma, sono mere biografie, nel senso più deteriore che al termine si può dare, cioè scritti privi di valore letterario e semplicemente informativi, come il bugiardino di un medicinale. Addirittura questa biografia dello scrittore statunitense ha corso il rischio di rendermelo antipatico, facendolo risultare un  mediocre scrittore autore pressoché sempre dello stesso libro su quel suo piccolo mondo fatto di totalitarismo, droghe psichedeliche, realtà ultima, Dio, un ossessionato religioso, paranoico, dipendente da farmaci e altro. Doppia delusione, quindi.

Continua sempre bene e piacevolmente l'immersione nella saga de Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin con il decimo volume, I guerrieri del ghiaccio.
Di Stato di legittima difesa di Simone Regazzoni scriverò in un prossimo post.

sabato 28 settembre 2013

letture di settembre (II)

Continua ancora il corso su Moderno e Postmoderno e si passa a saggi di Emerson e Wittgenstein.

Per il filosofo americano Ralph Waldo Emerson ho letto alcuni saggi, in particolare quello sulla fiducia in se stessi e quello sull'esperienza. Non tenendo in considerazione libri e tradizioni, tutto lo scintillio del firmamento della passata e dell'altrui arte e sapienza, bisognerebbe invece imparare a tener d'occhio il barlume di luce che guizza in ognuno di noi e imparare a comportarsi non da minorenni e invalidi e codardi, da "fanciulli che meccanicamente ripetono le frasi di nonne e tutori", da diperati e piagnoni cui sono stati strappati muscoli e cuore, da "soldatini da salotto", ma come chi non mostra mai "quell'umore d'incertezza e renitenza, quella sfiducia che s'impossessa di noi solo perché la nostra aritmetica ha calcolato le forze e i mezzi che si oppongono a un nostro proposito", come chi ha l'occhio ancora indomato e non si conforma a nessuno. L'opposto del conformismo - la virtù più ricercata dalla società, in quanto benda che tappa gli occhi, uniforme-prigione del partito cui si è aderito, graziosa espressione asinina, sciocco viso della lode - è la fiducia in se stessi, la capacità e il coraggio di ogni uomo di operare secondo le proprie originali, sincere, autentiche vedute. Così, "con l'esercitare la fiducia in se stessi, nuovi poteri verranno alla luce", "una possibilità di espressione ardita e grandiosa e tuttavia differente" da qualunque altra.

Con invidiabile chiarezza, distinzione e precisione Ludwig Wittgenstein conduce le sue Ricerche filosofiche nel tentativo di superare un modello e una rappresentazione classici ma primitivi del modo e della maniera in cui funziona il linguaggio, che non è un mero sistema di comunicazione ma un gioco linguistico costituito e intessuto da un'insieme di attività imparentate, legate da affinità e somiglianze di famiglia, come gli strumenti che si trovano in una cassetta di utensili, come nel tessere un filo si intreccia fibra con fibra così che esso è l'ininterrotto sovrapporsi di queste. Un gioco e una famiglia dai contorni forse sfocati, irregolari, ma la purezza cristallina della logica, il suo rigore, sono esigenze che minacciano di trasformarsi in qualcosa di vacuo: "non c'è alcun fuori; fuori manca l'aria per respirare" e si finisce "su una lastra di ghiaccio dove manca l'attrito e perciò le condizioni sono in un certo senso ideali, ma appunto per questo non possiamo muoverci. Vogliamo camminare; dunque abbiamo bisogno dell'attrito. Torniamo sul terreno scabro!" 
Il testo prova anche a dare una risposta alla domanda 'che cos'è la filosofia'. Su questo 'terreno scabro' dove camminiamo incontrando 'attrito', "la filosofia è una battaglia contro l'incantamento del nostro intelletto, per mezzo del nostro linguaggio", contro i pregiudizi, le forme e le immagini che ci tengono prigionieri e attraverso cui ripetutamente e inesorabilmente - "come un paio di occhiali posati sul naso" - seguiamo e guardiamo la natura. La filosofia lascia dietro di sé "rottami e calcinacci" degli "edifici di cartapesta" che ha distrutto, e su di noi lascia gli schietti "bernoccoli" che ci siamo fatti cozzando contro i limiti e gli errori in cui eravamo impigliati quando non ci raccapezzavamo. Lo scopo della filosofia, insomma, è "indicare alla mosca la via d'uscita dalla trappola".

lunedì 23 settembre 2013

fiducia in se stessi

Il potere che è in lui è qualcosa di nuovo in natura, e nessuno, eccetto lui stesso, può sapere che cosa sia quello che egli può fare, né può mai saperlo finché non ha provato.

Essi non hanno quell'umore d'incertezza e renitenza, quella sfiducia che s'impossessa di noi solo perché la nostra aritmetica ha calcolato le forze e i mezzi che si oppongono a un nostro proposito.

L'uomo è timido e sta troppo a scusarsi; non sta più saldo e dritto; non osa dire "io penso", "io sono", ma passa a citare qualche santo o qualche filosofo. Si vergogna di fronte a un filo d'erba o a una rosa che sboccia. Queste rose sotto la mia finestra non stanno a far riferimenti a precedenti o a migliori rose; sono ciò che sono; esistono insieme con Dio nell'oggi. Il tempo non esiste per loro. Vi è semplicemente la rosa: perfetta in ogni momento del suo esistere.

Con l'esercitare la fiducia in se stessi, nuovi poteri verranno alla luce.

(Ralph Waldo Emerson, Fiducia in se stessi).

Ad accompagnare questi frammenti del filosofo americano, alcune immagini del supereroe Marvel Capitan Bretagna, i cui poteri dipendono (per manifestazione e intensità) proprio dalla fiducia in se stesso.

domenica 22 settembre 2013

letture di settembre (I)

Il corso on line su Moderno e Postmoderno continua con due saggi di Nietzsche e Freud -completando così, dopo Marx, la cosiddetta triade del sospetto - e un romanzo della Woolf. 

Di Friedrich Nietzsche ho letto la Genealogia della morale. Forse questo scritto polemico è il peggiore Nietzsche che io abbia letto, ma questo non gli impedisce di essere un gran bel libro: sicuramente la forma, la sperimentazione stilistica, non è ai vertici caratteristici del filosofo tedesco, ma non per questo il testo non è al solito dinamite, un far filosofia martellando contro idoli, luoghi comuni, presunte certezze, metafisiche verità, rovesciati valori. 
La genealogica scoperta dell'origine dell'opposizione tra "buono" e "cattivo" e la distinzione tra quest'ultimo e "malvagio", l'identificazione dell'immeschinirsi e del livellarsi dell'uomo europeo come il massimo dei pericoli, quello della stanchezza, del passivo nichilismo, della mancanza di voglia di divenire più grande, di essere - come un arco - teso, pronto al nuovo, al più difficile ancora, al più lontano ancora, minaccia peggiore di ogni presunta barbarie. Lo smascheramento del risentimento quale origine del senso di colpa e della cattiva coscienza, della crudeltà nascosta dietro ogni morale (perfino nel vecchio Kant l'imperativo categorico puzza di crudeltà, di un certo lezzo di sangue e di tortura) e interiorizzata in aggressività contro l'uomo stesso. La trasformazione di questa malattia - che poteva essere come una gravidanza o un orrendamente gioioso travaglio, un'avventura, un disprezzo per nuove sorprendenti bellezze e affermazioni, un supplizio ed esercizio da artisti - in ideali ascetici castranti, venefici, avvilenti, dall'effetto insomma simile a un'intossicazione alcolica o alla sifilide. 
Questi i temi delle tre trattazioni del saggio nietzschiano.

Di Sigmund Freud, invece, mi è toccato Il disagio della civiltà. Per esprimere la mia delusione derivante da questa lettura uso (parafrasandole solo un po') le stesse parole scritte dallo psicoanalista all'inizio del sesto paragrafo di questo suo saggio: leggendo questo lavoro ho avuto la sensazione di ascoltare la descrizione di una materia universalmente nota, l'impressione che siano stati consumati carta e inchiostro e si sia dato tanto da fare al compositore e allo stampatore del libro solo per esporre cose risapute. La mia personale impressione di aver a che fare con nient'altro che senso comune - il rapporto tra incivilimento e senso di colpa, il prezzo in termini di perdita di felicità che è necessario pagare quale debito per il progresso civile, etc. - è forse ancora più intensa dati gli oltre ottant'anni passati dalla stesura dell'opera e dallo stile freudiano che a me sembra piuttosto arido e piatto.


Gita al faro è stata, invece, l'opera di Virginia Woolf che ho letto per il corso. Il romanzo è una sorta di fenomenologia della coscienza post-cartesiana. Persa la sicurezza, la fiducia, la sovranità, la padronanza, l'autonomia, l'io (post)moderno si ritrova in una condizione tale che "seguire il suo pensiero era come seguire una voce che parla troppo in fretta perché sia possibile trascrivere a matita quel che dice, e la voce era la sua stessa voce che diceva senza alcun suggerimento cose innegabili, permanenti, contraddittorie". Se ancora la voce dell'io è la sua stessa, non ancora quella dell'altro, essa però inizia a sfuggirsi, a "danza[re] su e giù, come uno sciame di zanzare, ognuna separata dall'altra ma tutte mirabilmente trattenute in una invisibile rete elastica", a tessersi sempre più velocemente. Non si disfa, non si è decostruito fino allo sgretolamento, un "nucleo di oscurità in forma di cuneo", dilatato, insondabile, profondo, sembra permanere anche se quasi come un estraneo in casa, un perturbante segreto familiare e incredibile insieme, ma non ha, non può avere, "la dignità degli alberi immobili". "Aereo e evanescente, un colore che sfuma nell'altro come i colori sulle ali di una farfalla", è l'io, "ma sotto la costruzione [è] saldamente tenuta insieme da sbarre di ferro", si può "increspare con il respiro" ma non si può "spostare con un attacco di cavalli".

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