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venerdì 18 marzo 2016

la filosofia indiana

Dopo Africa e Cina, con Filosofie nel mondo ho esplorato la filosofia dell'India. Matrice dell'Oriente, essa ha impregnato anche altre culture e irrorato zone sia prossime sia remotissime, e nella sua lunga e multiforme storia sono da sempre coesistiti interessi e costumi alquanto eterogenei e pensieri diversissimi, caratterizzando tale cultura con una propensione all'apertura e all'accettazione, all'eterodossia, al dissenso e al dialogo. Non è forse un caso che al centro della bandiera indiana vi sia un arcolaio, simbolo di come l'India sia una tessitura dinamica di fili diversi di pensieri, una continuità culturale ottenuta lasciando che aspetti di altre culture si sovrapponessero alla cultura originale, non minando la tradizione ma ampliandola sempre più e sviluppandola in direzioni nuove e inaspettate.
Il pensiero dominante è l'hinduismo, definizione di comodo che tenta di raccogliere un fenomeno estremamente complesso e articolato di diverse credenze e pratiche religiose, di esperienze spirituali e speculative, di norme etiche e rituali, di prescrizioni giuridiche e ordinamenti sociali, che caratterizza il modo di vivere indiano nei suoi vari periodi di sviluppo. Pur non avendo un fondatore e non essendo una religione del Libro, pur essendo il termine hindu coniato in senso etnico-geografico dai Persiani per indicare le tribù insediate a nord del fiume Indo (è con le invasioni musulmane del X-XI secolo che gli stessi Indiani cominciano a usarlo per designare gli autoctoni non musulmani e per distinguersi da moghul ed europei), tuttavia l'unità dell'hinduismo non è una finzione, tanto che gli stessi indiani ritengono che le varietà di speculazioni fiorite nel corso del tempo non siano altro che aspetti di ciò che è chiamato "Dharma perenne", un'oggettiva realtà spirituale atemporale, una verità metafisica unica e sempre identica nonostante i diversi idiomi e dottrine filosofiche con le quali parla. L'hinduismo può essere visto come il frutto di una lenta evoluzione, caratterizzata non da rotture o riforme ma da una tendenza alla continuità nel rinnovamento, transitata prima per il vedismo (1500-900 a.C.) e per il brahmanesimo (900 a.C-300 d.C.). 
La base del vedismo, pietra di fondamento dell'hinduismo, è costituita dai Veda (Sapienza), un corpus di scritture sacre, frutto diretto di una rivelazione ascoltata dai mistici veggenti, composte da mantra, ossia formule altamente condensate, inni dai poteri magici, in cui ogni lettera e sillaba hanno un senso simbolico multiplo che può essere interpretato con l'ausilio di determinate chiavi (spiegate in testi di ermeneutica) che variano a seconda dell'aspetto del mondo preso in considerazione, della scienza con cui si indagano le leggi cosmiche fondamentali. Le principali scienze vediche sono le quattro scienze applicate (la scienza della longevità cioè la medicina, quella del tiro con l'arco cioè l'arte militare, quella dei bardi celesti cioè la musica, quella della trama segreta delle cose cioè la magia), la filosofia (caratterizzata da punti di vista diversi, dotati di approcci e metodi distinti, attraverso cui cercare di comprendere e interpretare l'enigma dell'universo arrivando a risultati diversi e spesso contraddittori ma che proprio per questo consentono di formulare prospettive filosofiche al di là  dell'immagine limitata e tendenziosa che del mondo offrono le percezioni, perché verità relative, molteplici e contraddittorie coesistono), la storia (vista come filosofia della storia che cerca di ravvisare le leggi della sua evoluzione, della sua logica, dei suoi insegnamenti, al fine di trarne conclusioni etiche e politiche utili alla condotta degli uomini), la tradizione (i codici della morale, le norme legislative, le consuetudini, ancora utilizzate come base del diritto hindu), la scienza erotica (Kamasastra), l'architettura (scienza del costruire sulla base di complessi diagrammi simbolici), la filosofia ionica (il pensiero greco antico ma anche tutti i concetti filosofici stranieri), la scienza delle religioni. 
Il brahmanesimo si presenta come un'opera di ermeneutica vedica in cui emerge la nozione di brahman, l'Assoluto, principio e fondamento del mutevole succedersi dei fenomeni, segnando la transizione da una visione egocentrica come quella del vedismo a una cosmocentrica. Ai Veda nell'VIII-VII secolo a.C. si aggiungono nuovi testi sacri, le Upanisad, che approfondiscono le concezioni sull'unità soggiacente la molteplicità riconoscendo in un'essenza unica la vera realtà dell'universo. Di conseguenza i numerosi dèi vedici vengono a perdere di importanza e a essere considerati come null'altro che manifestazioni del principio cosmico unitario, supremo, immortale e incorporeo chiamato brahman che tutto ingloba. Tuttavia, i molteplici dèi della tradizione vedica non vengono semplicemente abbandonati ma subordinati all'Assoluto in un tentativo di conciliazione teologica. Dall'approfondimento brahmanico consegue la dottrina del tutto uno, per la quale l'atman (l'aspetto individuale e soggettivo) e il brahman sono una sola e medesima realtà, e quindi lo scopo della vita diviene quello di rifuggire dal transitorio per cercare rifugio nella realtà infinita, di assoluta coscienza e di pura beatitudine che, proprio per questo, può offrire una felicità imperitura. Appare, in tal senso, anche lo yoga, quale insieme di discipline psicofisiche, di controllo del respiro e di autodominio tese al distacco dalla personalità empirica per attingere quella presenza nel mondo dell'Uno supremo. Si attua così il passaggio da una concezione gioiosa quale era quella che si presentava negli inni vedici a una sostanzialmente disinteressata nei riguardi della vita mondana. Emerge, così, quel minimo comune denominatore di un coacervo di diverse credenze e pratiche e che è il fine ultimo a cui tutte tendono: la liberazione dalle catene del karman, dal continuo fluire ciclico di nascite e morti (samsara) a cui ogni esistenza fenomenica soggiace, tramite i tre sentieri di un'azione senza brama di guadagno o paura di perdita, appagata del proprio destino senza rimpiangere o godere di ciò che è, di una conoscenza della natura autentica della realtà, di una devozione e contemplazione meditativa che garantiscano l'autocontrollo libero dalle passioni e dai desideri per giungere a non essere più condizionati dal proprio io.
A partire dal VI secolo a.C. si assiste alla nascita e allo sviluppo di speculazioni eterodosse e di movimenti extravedici, delle quali quella storicamente più importante è il buddhismo. Nato dall'insegnamento di Siddharta Gautama, detto il Buddha (il Risvegliato), le sue quattro nobili verità consistono: nella transitorietà e inconsistenza della vita che provocano disagio, il quale nasce ogni volta che ci si oppone al fluire della vita e si cerca di attaccarsi strettamente a forme fisse illusorie (diagnosi); nel desiderio con cui l'uomo si aggrappa illusoriamente alla vita e all'io quale origine del disagio, perché l'uomo rimane così intrappolato in un circolo vizioso che è il ciclo delle rinascite (samsara) guidato dalla catena di causa ed effetto del karman (eziologia); nella cessazione del disagio (prognosi); nel sentiero che conduce alla cessazione del disagio tramite un graduale perfezionamento interiore (terapia). Altre correnti filosofico-religiose sono il jainismo (che a una forma di yoga che porta a livelli estremi l'ascetismo e la rinuncia a ogni possesso affianca una concezione multiprospettica della realtà in cui si mostra la possibilità di riconoscere una parte di verità in ogni idea, aprendo la mente all'accettazione delle differenze), il materialismo (antireligioso, edonistico e socialmente egalitario), l'ajivika (visione deterministica del ciclo delle rinascite per cui la liberazione è attinta automaticamente alla fine dell'attraversamento delle sfere d'esistenza, come un gomitolo di filo che scagliato in lontananza si smatassa definitivamente al termine della sua corsa).
L'hinduismo moderno si suddivide in tre principali correnti: il visnuismo, il sivaismo e il saktismo. Il visnuismo si ricollega alla divinità vedica Visnu, l'Onnipervasivo, la divina potenza che tutto pervade personificazione del Sole, il principio Conservatore del mondo, che insieme a Brahma il Manifestatore e a Siva il Trasformatore costituisce la triplice immagine hindu, un singolo corpo spartito in tre forme ove ciascuno può essere il cadetto o il primogenito rispetto agli altri. Per il visnuismo l'universo esiste come sogno di Visnu, e le sue discese (avatara: due di esse sono Rama e Krsna) nel mondo sono forme di soccorso e protezione per gli individui in difficoltà. Una delle correnti del visnuismo è il sikhismo, fondato nel XVI secolo dal poeta e mistico Kabir che, disgustato dal formalismo religioso sia dei musulmani sia degli hindu, considerò il cuore la vera dimora in cui alberga l'assoluto operando una sintesi tra visnuismo e mistica islamica e approdando a un monoteismo nel quale l'Assoluto onnipervadente, indifferentemente chiamato Visnu o Allah, è insito in tutti gli esseri e trascende tutte le forme. Il sivaismo vede in Siva l'aspetto fausto della divinità hindu, il cui antecedente vedico è Rudra, signore delle vittime sacrificali la cui funzione è catalizzare le impurità. Selvaggio e indomabile, Rudra-Siva designa l'ambigua unità degli opposti e l'aspetto terribile della realtà, rappresenta l'aspetto trasformatore: è il signore della danza, la cui danza terribile e affascinante fa sbocciare le forme del mondo così come le fa appassire, è colui al cui schiudere e chiudere di ciglia il mondo nasce e si dissolve. Il saktismo (o tantrismo) vede in Sakti la componente femminile della divinità, la sua forza creatrice. La devozione e il culto della Grande Dea prende forma in una modalità di yoga non unicamente rinunciataria ma di fruizione estesa di tutte quelle esperienze che la morale ascetica tradizionale aveva bandito.
La società indiana è gerarchicamente divisa in quattro caste (rango sociale basato sulla discendenza) con proprie rispettive norme e interdizioni: sacerdoti, guerrieri e governanti, produttori (allevatori, contadini, artigiani), servitori. Quattro sono anche i periodi dell'esistenza individuale, ciascuno con uno stile di vita che gli è adatto: l'infanzia è l'epoca dello studio, la gioventù quella della famiglia, la maturità quella della riflessione solitaria, la vecchiezza quella della serena rinuncia a ogni legame con il mondo terreno e della scelta di condurre una vita distaccata e contemplativa. Quattro, infine, gli scopi e le necessità della vita: la virtù che realizza l'uomo sul piano etico (il dovere di conformarsi all'ordine che regge l'universo e sostiene la struttura sociale), la ricchezza che realizza l'uomo sul piano sociale (gli interessi economici e i successi materiali), il piacere che realizza l'uomo sul piano corporeo, la liberazione (dal mondo terreno e dal ciclo delle rinascite) che realizza l'uomo sul piano spirituale.

1 interventi:

Pasquale Curatola ha detto...

Davvero interessante! :)

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