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mercoledì 14 marzo 2012

contro il femminismo moralista

Con il breve, lucido, incisivo saggio Sulla libertĂ  delle donne, Valeria Ottonelli riesce a decostruire e mettere in discussione i principi di un certo femminismo moralista – subito definito come «una posizione culturale e politica che, nel nome della libertĂ  delle donne e della loro "dignitĂ ", assume un atteggiamento sostanzialmente censorio» e «nel fare questo si appella a un orizzonte simbolico e valoriale sostanzialmente conservatore e impone modelli di vita e di societĂ  che altro non sono se non rivisitazioni in chiave laica di vecchi miti familisti, religiosi e tradizionalisti» – che pretenderebbe di detenere il diritto unico all'idea e all'immagine della "vera" donna, della femminilitĂ  "autentica". Come ricorda l'autrice, come ogni invito al "se stessi" vero e autentico, anche questo femminismo finisce per cadere, invece, nell'invito «ad aderire a un qualche modello di come dovremmo essere e che è diverso da come appariamo agli altri e da come gli altri ci interpretano». L'esortazione ha sempre un che di violento nel suo tendere all'uniformitĂ  e all'adeguamento rispetto a un modello proposto come quello giusto, nel suo misurare, paragonare, giudicare e condannare che sembra negare una certa libertĂ  piuttosto che promuoverla e garantire l'emancipazione da stereotipi.
Nei discorsi pubblici di questo femminismo moralista la Ottonelli riconosce una certa «ipocrisia e connivenza con gli standard di un'etica essenzialmente conservatrice e tradizionalista», una certa incapacitĂ  nel riconoscere quale fondamento della giustizia la libertĂ  di scelta e di autodeterminazione, giustificate falsamente dai richiami all'uguaglianza e alla parificazione intese piĂą che altro come condivisione di un peso e di un fardello socialmente imposti anzichĂ© come reale emancipazione da essi.

lunedì 12 marzo 2012

cartesio e la cannabis

PerchĂ© Cartesio ha trascorso tanti anni della sua esistenza lontano dalla Francia? E perchĂ© in Olanda? «Eppure è ovvio. Cartesio ha fatto quello che fanno tutti i francesi ad Amsterdam: è venuto a fumare l'erba!». Partendo da questa risposta del proprietario di un caffè di Amsterdam, FrĂ©dĂ©ric Pagès indaga nel suo breve e fulminante Cartesio e la cannabis il fondamento di questa ipotesi di un Cartesio narco-turista, andato in Olanda per «fumare in pace e a un prezzo onesto un'erba di qualitĂ », come dimostrerebbero anche molte delle esperienze dal filosofo stesso raccontate, talmente "allucinanti" da non poter trarre origine da altro che dal consumo d'erba.
Che Cartesio abbia trascorso ventun'anni – il periodo piĂą importante della sua vita adulta, quindi –, intervallati da brevi soggiorni in Francia, nei Paesi Bassi è un dato di fatto. Che nei suoi scritti e nelle sue lettere egli abbia elogiato incessantemente le allora Province Unite quale luogo in cui trovare facilmente tutte le comoditĂ  e le curiositĂ  che si possono desiderare, tutto ciò che le Indie producono e che è raro in Europa, è innegabile. Ma perchĂ©, allora, si chiede Pagès, «di questo Cartesio olandese che i Paesi Bassi considerano come un fiore all'occhiello della loro EtĂ  dell'oro, i miei professori di filosofia non mi avevano mai parlato»?
Se la prima volta (1618) Cartesio si reca in Olanda per iscriversi, in quanto figlio minore, figlio cadetto, in una delle migliori accademie militari dell'epoca, arruolandosi poi nel reggimento francese di Maurice de Nassau ma nel momento di tregua della Guerra dei Trent'Anni, quando vi torna (1628) è per dedicarsi alla scienza, al nuovo sapere e alle nuove tecniche, vantando l'Olanda le universitĂ  migliori e piĂą vivaci, un clima culturale euforico ed eccitante: l'Olanda rappresenta l'avanguardia liberale dell'Europa – che, ad esempio, offre asilo a Galilei dopo la condanna da parte di Roma del matematico pisano – e Cartesio ne frequenta l'Ă©lite culturale, come testimoniano il suo "provarne" tutte le universitĂ  e la ricchezza dei suoi contatti. I Paesi Bassi rappresentavano il rifugio europeo per eccellenza per i perseguitati, i sospettati, gli intellettuali paladini della libertĂ  di espressione, gli eruditi attratti dalla possibilitĂ  di una vita dai piĂą ampi orizzonti, mentre nel resto del continente imperavano tirannia e bigotteria, come quelle imposte in Francia dal potere assoluto del cardinale Richelieu che, fondando l'AcadĂ©mie française, voleva inquadrare meglio scrittori e pensatori.
Passando alla storia del tabacco, Pagès ricorda che l'erba di Nicot arriva in Olanda a partire dalla fine del XVI secolo e che l'abitudine di fiutarne e fumarne le foglie si diffuse con sorprendente rapiditĂ  tra tutti gli strati della popolazione nell'epoca della tregua della guerra, cioè nel periodo del primo soggiorno di Cartesio, il quale dunque si imbatte «in una popolazione dedita con passione e piacere al consumo di un'erba che ovunque in Europa terrorizzava le pubbliche autoritĂ » (l'uso del tabacco è punito in Inghilterra, in Russia i fumatori sono decapitati, in Francia un decreto proibisce loro di riunirsi in luoghi pubblici). Ricorda anche che i principali amici di Cartesio erano dei gran libertini, noti per la loro vita dissoluta, per l'amore per gli agi  e per il piacere quotidiano. Difficile, quindi, immaginare il filosofo e i suoi amici «fare un viaggio per l'Olanda tenendosi alla larga dal tabacco». Del resto, in una falsa biografia di Cartesio scritta giĂ  nel 1692, si racconta che Cartesio facesse un uso eccessivo di tabacco e che fosse quella la causa del "prender fuoco" del suo cervello con l'effetto di produrre visioni, sogni, allucinazioni.
Dopo queste scoperte biografiche dello stesso Pagès, il proprietario del caffè ha buon gioco nel dedurre che, se lo storico dell'industria olandese del tabacco Roessingh non esclude la possibilità che una parte della mercanzia fosse "condita" con della cannabis sativa, essendo abitudine almeno dalla fine del Medioevo quella degli osti di arricchire i loro prodotti con sostanze allucinogene, e se gli Olandesi conoscevano, da migliori navigatori del mondo quali erano nel XVI e XVII secolo, tutti gli usi e tutte le varietà della canapa, da tessere per le loro navi e da fumare, Cartesio deve aver fumato qualcosa di più che del semplice tabacco.
O si ammette che Cartesio sia andato in Olanda per assaggiare la cannabis, o si deve riconoscere che la Francia della Controriforma, reazionaria, tirannica, bigotta, inquisitoria, presentava un'aria irrespirabile per qualsiasi intellettuale, e allora meglio, molto meglio, l'aria «di libertĂ  leggermente fumosa» delle Province Unite.

venerdì 9 marzo 2012

fogliame e rocce

Non so spiegarmi: ma certamente tu pure hai un'idea; sai come chiunque altro, che c'è o ci dovrebbe essere un'esistenza al di là di noi stessi? A che scopo sarei io stata creata se fossi interamente contenuta in me stessa? Le mie grandi pene in questo mondo sono state le pene di Heathcliff, e io le ho conosciute e le ho sentite tutte una a una dal principio; la sola ragione di vivere per me è "lui". Se tutto il resto perisse, e "lui" rimanesse, "io" continuerei a esistere; e, se tutto il resto rimanesse e "lui" fosse annientato, l'universo si cambierebbe per me in un'immensa cosa estranea; non mi parrebbe più di essere una parte di esso. Il mio amore per Linton è simile al fogliame del bosco; il tempo lo muterà, ne sono sicura, come l'inverno muta gli alberi; il mio amore per Heathcliff somiglia alle eterne rocce che stanno sottoterra: una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io "sono" Heathcliff! Lui è sempre, sempre nella mia mente; non come un piacere, come neppur io sono sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. Così non parlare più della nostra separazione: è impossibile.

(Emily Brontë, Cime tempestose)

mercoledì 7 marzo 2012

da dove comincia l'abbigliamento?

Ci si può chiedere da dove cominci l’abbigliamento. Dove comincia e dove finisce un ornamento? Ogni tipo d’abbigliamento sarebbe un ornamento? Dallo slip a tutto il resto? Come considerare i veli completamente trasparenti?
(Jacques Derrida, La veritĂ  in pittura).

L’interrogativo centrale si focalizza sul rapporto tra panneggio-veste-ornamento e corpo nudo. Come individuare i tratti e i limiti dell’ornamento? Quale ne sarebbe l’inizio, quale la fine? Dove fermarsi? PerchĂ© non considerare ornamento la pelle stessa che fascia il corpo, così che l’essenza rappresentativa della pura bellezza non sarebbero altro che le viscere rovesciate ed esposte all’esterno in piena quanto oscena visibilitĂ ? Se il bello deve o dovrebbe prescindere da ogni ornamento, non ne sarebbe forse perfetta rappresentazione lo squartamento del corpo? Ed anche arrivati a questo punto estremo, non saremmo affatto ancora sicuri che la progressione (auto)distruttiva possa aver fine. Ci si confronta qui con una certa impossibilitĂ  a finire, a porre termine e a porre limiti.
(Massimo Carboni, L’ornamentale. Tra arte e decorazione)

lunedì 5 marzo 2012

the walking dead

Non terrorizzare i lettori, ma presentare loro un argomento estremamente serio e tragico è l'intento esplicito di Robert Kirkman, autore della serie a fumetti The Walking Dead. La sua storia di zombie non vuole essere una "festa splatter di violenza sanguinolenta", ma un modo di affrontare la messa in discussione di chi siamo e del nostro ruolo nella societĂ , così come ogni buona storia e film di zombie è, oltre a un sacco di "figate", una critica e riflessione sociale. Nella presentazione al primo volume, Kirkman afferma che intende «indagare i modi in cui le persone reagiscono di fronte alle situazioni estreme e come ne escono cambiate», vedere il protagonista "mutare e maturare" e osservare «come riuscirĂ  a sopravvivere, piuttosto che stare a vedere quanti zombie» spuntano da dietro l'angolo per spaventare il lettore. Insomma, scrivere una sorta di "racconto epico" che sia una "cronaca di anni e anni" della vita del protagonista, una storia di zombie "che non finisce mai"... «o che almeno continua per un bel po' di tempo...»


domenica 4 marzo 2012

prima che il diavolo sappia che siamo morti

Un ultimo – anche per data di pubblicazione – esempio di una visione delle “meraviglie” (marvels) come fonte di insicurezza, paura, terrore; un esempio che, in piĂą, ha per protagonista proprio la serie a fumetti che attualmente prediligo, cioè Uncanny X-Force. 
Uno degli eventi che ha caratterizzato praticamente tutte le testate fumettistiche della Marvel nel 2011 è stato Fear Itself – la paura stessa, titolo reso in italiano anche con Il potere della paura – e a tale evento è stata legata anche una miniserie in tre numeri dal titolo Before the Devil Knows We’re Dead (tra le altre cose, e non di poco conto, disegnata dall'ottimo Simone Bianchi). Il titolo è la citazione di un proverbio irlandese (may you be in heaven half an hour before the devil knows you’re dead, cioè “possa tu finire in paradiso mezz’ora prima che il diavolo venga a sapere che sei morto”) che allude a quelle persone apparentemente destinate al regno dei cieli ma che, in realtĂ , non sono proprio degli stinchi di santi. Le questioni etiche e morali, lo ho giĂ  segnalato, sono uno dei caratteri fondamentali di questa serie a fumetti. Il nemico di turno si chiama Jonathan Standish, affiliato dei purificatori, nobile organizzazione che si prefigge di proteggere l’umanitĂ  e salvare la sua anima dalla demoniaca progenie dei mutanti, colpevole di aver portato l’apocalisse sulla terra. La paura dei mutanti terrorizza a tal punto Standish e la scheggia impazzita di purificatori che lo segue, da portarli a progettare il piano di incitare la gente al suicidio quale unica via di salvezza e poi, una volta che la maggioranza dell’umanitĂ  ha rifiutato l’invito – qualche migliaio di persone su miliardi di esseri umani è, per il messaggio di salvezza di Standish, un fallimento –, agire direttamente per «portarla in cielo prima che il diavolo sappia che è morta», cioè compiere una strage che coinvolga quante piĂą persone possibili, per il loro stesso bene. La prospettiva dei purificatori sembra essere quella per cui i mutanti avrebbero condotto il demonio sulla terra e, quindi, l’umanitĂ  alla fine del mondo: il pianeta sarebbe stato migliore, un luogo piĂą pacifico, senza di loro e i loro superpoteri. Ecco il pensiero di Standish, lucidamente e follemente espresso poco prima di tentare di realizzare il suo piano di salvezza.
«Tutto ciò che volevo era una vita normale. Sono diventato un chirurgo perchĂ© volevo aiutare le persone normali. Ho studiato anni per raggiungere l’abilitĂ  necessaria a salvarle. Ma avete idea di quante di esse sono arrivate nel mio ospedale in seguito ad azioni di superumani? Sapete con quanto sangue umano mi sono macchiato, per effetto di queste “meraviglie”? PiĂą eroi emergevano, maggiore era la sofferenza umana. PiĂą potenti gli eroi diventavano e piĂą potenti erano i mostri che minacciavano il nostro mondo. Noi siamo persone comuni, e vogliamo solo vivere in pace. I superumani ce l’hanno portata via. E alla fine, ci hanno portato via il nostro mondo. Io voglio solo salvare la gente». 
Le “meraviglie” che emergono nel mondo non sono altro che mostri che minacciano l’uomo normale, comune, di cui mettono a rischio la vita pacifica con la loro semplice presenza e a cui non fanno che infliggere sofferenze con le loro azioni.
«Voi non siete eroi! Voi siete orrori! La brava gente di questo mondo sarebbe molto piĂą al sicuro se quelli della vostra razza non fossero mai spuntati fuori. Battaglie senza fine. Per ognuno di voi “eroi” che arriva, spunta anche un criminale piĂą potente che lo affronta. Originate solo dolore e sofferenza».
Questo il violento atto d’accusa finale che Standish muove ai mutanti, orrori capaci solo di portare dolore e sofferenza alla brava gente di questo mondo. Per quanto le parole di Standish siano le folli recriminazioni dettate a una mente instabile dalla paura, gli stessi membri di X-Force sono consapevoli che questo non è un punto di vista isolato, la prospettiva di una sparuta minoranza di individui: i mutanti sanno che molti uomini, quando li guardano, non vedono in loro eroi ma soltanto assassini e che la paura negli occhi degli uomini marchia i mutanti come mostri.


venerdì 2 marzo 2012

cartmanlandia e il problema del male

Nell’episodio di South Park Cartmanlandia Kyle vede la felicitĂ  di Cartman come un male terribile: Cartman non si merita tanta felicitĂ  e non è giusto che lui l’abbia ottenuta. Kyle osserva che quanto è accaduto non è solo incredibile, ma considerata la sua visione del mondo – che include credere che Dio esista – è anche impossibile. Se Dio esiste, dato che egli è infinitamente buono e onnipotente, non permetterebbe a Cartman di essere completamente felice; ma ora che Cartman ha il suo lunapark, Cartman è completamente felice; quindi Dio non esiste.
Il problema logico del male implica che l’esistenza del male sia logicamente incompatibile con l’esistenza di Dio. Un modo per risolvere il problema è attraverso la cosiddetta difesa del libero arbitrio, in base alla quale si sostiene che i mali individuali non hanno risposta, ma sono un rischio che Dio deve correre se vuole permettere che accada il bene: il bene può essere ottenuto solo con il nostro libero arbitrio, come sostiene Agostino solo le azioni libere sono azioni buone. Quindi, il rischio del male è necessario se al mondo ci deve essere il bene.
Ma i mali naturali, quelli non causati dal libero arbitrio dell’uomo? Come soluzione al problema del male naturale, la soluzione del libero arbitrio non regge.
Una soluzione che cerca di risolvere il problema del male sia morale che naturale è la teodicea sulla formazione dell’anima. Tale giustificazione suggerisce che il male, sia morale che naturale, è permesso nel mondo in modo da permetterci, come individui e come specie, di sviluppare il nostro carattere. Azioni derivanti da caratteri a cui è stata concessa la perfezione non sono così buone come quelle derivanti da caratteri che hanno sviluppato la perfezione. Per assicurarsi che nel mondo ci siano le azioni migliori, Dio permette l’esistenza del male in modo che noi possiamo reagire, evolvendo ed eventualmente perfezionandoci. Così, anche se alcuni mali specifici potrebbero restare senza risposta, il mondo intero sarebbe migliore se noi sviluppassimo il nostro carattere e lo possiamo fare solo reagendo al male.
Questo ragionamento riflette quello di GesĂą nell’episodio Un Capodanno indimenticabile: «La vita è fatta di problemi e vivere è risolvere i problemi, crescere e imparare dagli ostacoli. Se Dio sistemasse tutto al posto nostro, la nostra esistenza non avrebbe piĂą alcun senso».
Ma il problema legato alla quantitĂ  del male nel mondo sembra ancora irrisolto e la discussione rimane aperta.

(da David Kyle Johnson, Cartmanlandia e il problema del male, in South Park e la filosofia)

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