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sabato 29 giugno 2013

una vita da portiere (di calcio)

"Ho capito ed imparato subito che la palla non arriva mai da dove te l’aspetti. Mi è servito piĂą tardi, nella vita, soprattutto a Parigi, dove non ci si può fidare di nessuno. Dopo tanti anni, dopo avere visto tante cose, quello che so di piĂą certo sulla moralitĂ  e sul rispetto degli uomini, sul dovere e sui diritti, mi viene dallo sport e l’ho imparato nel Racing"

(Albert Camus, 1957).


sabato 15 giugno 2013

né gregge né pastore

Io non sono né il gregge né il pastore. Sono qualcosa d'altro. Interamente.

(Psylocke in Uncanny X-Force 6, storia di Sam Humphries del 2013)


giovedì 30 maggio 2013

il nuovo realismo è un populismo

Uno spettro si aggira per l'Italia. Che cos'è il Nuovo Realismo? No, non il fenomeno culturale e cine-letterario dell'Italia degli anni Quaranta e Cinquanta, quello era il Neorealismo. Il Nuovo Realismo - o, meglio, New Realism, che fa piĂą fico - è il risultato delle "fantasticherie di un pensatore reazionario" (Donatella Di Cesare) e fondamentalista quale Maurizio Ferraris, la fiction e invenzione pseudo-filosofica e di consumo, sotto un'etichetta e un brand ammiccanti e commerciali, di chi si auto-proclama "paladino dei fatti, degli oggetti, del mondo, della realtĂ ", di una assoluta veritĂ  oggettivamente vera. Mischiando buon senso e risentimento anti-filosofico, il New Realism inviterebbe "a disfarsi di secoli di riflessioni, a buttar via libri e saggi, che prenderebbero tempo ed energie, insomma a semplificarsi l'esistenza", promettendo e proponendo in cambio poche pagine e pochi pensieri rassicuranti, non disorientanti, che non spingeranno il lettore a pensare.
"Bentornata ingenuitĂ !" (Fabio Milazzo) piĂą che realtĂ , sarebbe il caso di dire, vista l'idea proposta da Ferraris, la cui grande novitĂ  non sarebbe altro che la vecchia, pre-moderna, medievale, tomistica concezione della veritĂ  come corrispondenza, come adeguamento dell'intelletto alle cose, per cui le teorie sarebbero vere se rispecchiano una realtĂ  e una natura che esiste indipendentemente dal soggetto che la osserva e ne fa esperienza. Negando ogni idea complessa di realtĂ , questo "ingenuo antropomorfismo" fa sì che "il pensiero risulti assolutamente inutile, privo di valore", ed esige in qualche modo il sacrificio dell'intelletto. 
Il "ritornare ad una forma di filosofia che non ha più corso da almeno tre secoli a questa parte" (Corrado Ocone) mostra un Ferraris interessato "più che alla 'verità', all'affermazione". La conferma su "chi è il nuovo realista" (Laura Cervellione) ce la dà il suo antidemocratico atteggiamento di sentirsi benedetto e di "mostrarsi come la Ragione" - fatto "certamente più facile di dimostrare di avere ragione" -, la sua fallace e illogica "strategia argomentativa che mira a squalificare" (Lorenzo Magnani) chi non sottoscrive la posizione del realismo ingenuo, riducendolo a un Hitler, affermando che così "allora vinceranno sempre i Berlusconi, i Bush e magari pure i negazionisti avranno sempre ragione".
Decostruendo questo New Realism, esso appare piĂą che altro e nient'altro che "un fenomeno filosofico-mediatico sapientemente incorniciato in una potente narrazione editoriale tutta italiana alla disperata ricerca di visibilitĂ " (Simone Regazzoni), pubblicizzato in maniera virale per vendere una merce che, oltre la confezione, non ha nulla di meglio da dire se non "il fuoco brucia, il sole acceca, l'acqua bagna, addirittura i muri oppongono resistenza se tenti di passarci attraverso".
Il nuovo realismo è un populismo secondo i sopracitati autori dell'omonimo saggio, dunque, perchĂ© non è altro che una banalizzazione e volgarizzazione del pensiero filosofico il cui obiettivo è riscuotere successo e consenso tra il pubblico. Non si tratta affatto di una non condannabile - anzi! - popolarizzazione della filosofia, di una resa democratica del diritto alla filosofia, ma di una riduzione e degradazione del pensiero al mercato, al conservatorismo, al mite buon senso ingenuo e comune, rinunciando a "creare concetti che siano aeroliti piuttosto che merci" (Gilles Deleuze, Felix Guattari, Che cos'è la filosofia?), a "stabilire nuove veritĂ , con coraggio e perseveranza" (Lorenzo Magnani).

giovedì 9 maggio 2013

credere

Avete mai creduto in qualcosa? Io ho sempre avuto qualche difficoltĂ . Quando i miei genitori mi dissero di Babbo Natale, pensai: "Cielo, il suo modello economico non può essere sostenibile". E Dio oh, io e gli dei. Voglio dire, ne ho pure incontrati alcuni. E ancora non ci credo. La definizione precisa e non ufficiale del credere: prove ripetitive, empirismo, pedanteria eccetera eccetera. Molto noioso...Ci sono solo due cose nelle quali sono riuscito a credere. La prima, me stesso. E anche in questo caso, solo il 50% delle volte. La seconda, il futuro. Che ce ne sarebbe stato uno, e che l'avremmo realizzato noi. Sono gli ottimisti a fare il mondo, i pessimisti non ci provano nemmeno. Ci credo da quando io sono io. A dispetto di tutto. Ho visto così tanto... che chiunque avrebbe ripensato alle cose fondamentali. E ciò che mi preoccupa? Io non l'ho mai fatto. 

(Iron Man 1, gennaio 2013)



lunedì 6 maggio 2013

salvare un mondo senza grazia

Dopo Gioco d'azzardo, continua in Regno senza grazia l'analisi di Gianluca Cuozzo del rapporto tra economia, politica e natura nell'era della tecnica, di quello che Ivan Illich ha chiamato "un mondo senza rapporti con la terra" (La perdita dei sensi). Continuano anche i richiami alla pittura fiamminga, ancora Pieter Bruegel ma stavolta quello di Pesce grande mangia pesce piccolo (1557): "siamo noi l'ultimo anello, sovrano e senza alcun senso del limite rispetto all'ingordigia onnivora che ci caratterizza, di una catena alimentare in cui ogni animale sopraffĂ  quello piĂą piccolo - fino a che non rimanga l'identico idem, l'unico e la sua fame, singolaritĂ  sola e soddisfatta del suo immane banchetto ontologico. L'uomo, in questa incisione, è il folle re al centro del tutto, la cui ingordigia onnivora regna sovrana in un mondo creato a sua immagine -mondo ridotto a mera ghiottoneria alla mercĂ© delle sue instancabili fauci".
Lungi dall'essere una regola della vita, della natura, il motto che dĂ  titolo all'opera descrive, secondo Cuozzo, il conflitto umano, è una "deformazione in senso antropomorfico del regno ittico". L'illustrazione di un diverso e nuovo atteggiamento nei confronti della realtĂ , capace di "salvare la terra, accogliere il cielo, attendere i divini, condurre i mortali" - per dirla con il Martin Heidegger di Costruire, abitare, pensare -, è ancora una volta affidata a un dipinto di Bruegel, il Paesaggio con la caduta di Icaro (1555-68): "una nuova etica e una nuova responsabilitĂ  rispetto a un mondo prossimo alla sua riduzione a meri frantumi disarticolati e spazzatura. Nell'immagine può vedersi rappresentata la vanitĂ  di ogni tentativo umano di progresso e di emancipazione dalla necessitĂ  delle cicliche revolutiones del cosmo naturale. Ogni azione storica dell'uomo svanisce nella totalitĂ  dell'esistente proprio come Icaro", che  - continua Cuozzo citando il Karl Löwith segnato dallo Zen degli Scritti sul Giappone - "dopo la sua caduta dal cielo, affonda in mare e solo una gamba è ancora di lui visibile. All'orizzonte del mare il sole, e sulla riva un pescatore accoccolato e nella campagna un pastore che accudisce il gregge e un contadino che ara la terra, come se tra cielo e terra nulla fosse accaduto".

giovedì 2 maggio 2013

la filosofia di topolino

Ne La filosofia di Topolino Giulio Giorello accosta il Topo della Disney - "per spregiudicatezza nel mettere in discussione la costellazione degli stereotipi", per il suo essere "un maestro di libertà creativa" contro ogni gabbia metafisica, per il suo "sguardo 'arduo e fecondo'" con cui "riesce a cogliere in qualsiasi situazione quegli aspetti del mondo che i pregiudizi rischiano sempre di occultare" - ai più importanti filosofi, scienziati, antropologi e intellettuali del Novecento. Se agli esordi Topolino è "una sorta di ragazzaccio anarcoide" e col tempo, invece, si "è tramutato gradualmente in un buon borghese, che affronta mostri e criminali in difesa della 'società aperta'", il Topo pensante "tutto legge-e-ordine" conserva comunque i tratti della propria nascita ribelle, presentandosi come "giustiziere anche al di sopra della legge, Topo d'ordine e insieme ribelle in nome di quegli ideali di giustizia che le autorità sono state le prime a violentare", come "un ostinato dissenziente capace di battersi contro ogni forma di prevaricazione, anche se l'esito non è affatto scontato e la vittoria non è sempre dietro la porta. La sua parabola risulta, allora, filosofica nel senso pieno del termine: quello che Gottfredson e i suoi sceneggiatori hanno modellato è un Topo sempre più dubbioso sul significato dell'Universo e il complicato mondo che uomini e topi hanno costruito".
Un Topo che pensa, che dubita, per cui ricerca e avventura - "il piacere della scorribanda intellettuale e il desiderio di esperienze sempre nuove" - non hanno mai fine, che unisce alla "spregiudicatezza nell'affrontare fisicamente il pericolo" anche una certa "audacia intellettuale", che è sempre pronto a imparare un po' da tutte le diversità che le varie forme di vita presentano, sfruttando la ricchezza che tale pluralismo comporta, che è capace - citando James Joyce - di "liberare la mente dalla schiavitù della propria mente".

domenica 28 aprile 2013

la societĂ  dei rifiuti

Nel suo saggio Gioco d'azzardo, Gianluca Cuozzo per illustrare la società dello spreco e i suoi miti - come recita il sottotitolo del volume - (ri)pesca immagini dell'inizio della modernità, come i dipinti fiamminghi di Bruegel e Bosch: "le zampette che trascinano l'uomo à la coque, con un coltello in esso già conficcato, verso il chierico mollemente disteso sotto l'albero della Cuccagna - come si può vedere nel dipinto di Pieter Bruegel Luilekkerland (1567) -, sono le stesse che, dopo il momentaneo appagamento, mettono il desiderio nella condizione di una rincorsa senza fine verso ciò che manca e che non può non alimentare la nostra brama di possesso"; mentre le oniriche "creature grottesche consistenti di sola testa e di sole fauci" che popolano l'impressionante Giudizio universale di Vienna (1482-1504) di Hieronymus Bosch rappresentano come tali desiderio e brama possano proseguire "finché non rimanga più nulla da ingurgitare che non sia la nostra stessa bocca da sfamare".

A rendere possibile e garantire tale "rincorsa senza fine" è la moda, che Günther Anders definisce come "il provvedimento di cui si serve l'industria per rendere i suoi prodotti bisognosi di essere sostituiti", sicché "ogni pubblicità è un appello alla distruzione" (L'uomo è antiquato II). Moda di cui Walter Benjamin riconosce il legame con la morte, il suo essere "nient'altro che la parodia del cadavere screziato, la provocazione della morte attraverso la donna e un amaro dialogo sottovoce con la putrefazione", ed è per questo, infatti, che "cambia così in fretta; solletica la morte e, quando questa si guarda attorno per sconfiggerla, essa è già diventata un'altra, nuova" (Parigi capitale del XIX secolo). Benjamin, del resto, al cui angelo della storia Cuozzo affianca, quale versione postmoderna e tecnologica, Wall-E, il robottino della Pixar che accumula rifiuti su rifiuti in un mondo devastato, e che ricordava e intimava come occorra "bonificare i terreni su cui finora è cresciuta solo la follia. Penetrarvi con l'ascia affilata della ragione. Ogni terreno ha dovuto una volta esser dissodato dalla ragione".

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