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domenica 2 ottobre 2011

una pinta di birra è quel che fa per te

guy peellaertConsigliato da un mio ormai ex studente comprai Una pinta d'inchiostro irlandese, di Flann O'Brien. Me ne andai nella mia camera dove erano «la maggior parte delle cose che consideravo essenziali per l'esistenza» , «mi diressi al tenero trespolo del mio letto, sul quale sistemai la mia schiena in un'indolente posizione orizzontale e mi ritirai nel regno della mia mente» leggendo questo (anti)romanzo dentro un (anti)romanzo dentro un (anti)romanzo dentro (anti)un romanzo all'interno di uno dei quali, tra l'altro, i personaggi si ribellano al proprio autore (un po' come sarà nell'Icaro involato di Queneau) organizzandosi per mettere fine alla sua capricciosa tirannide e trasformandolo a sua volta in un personaggio di un loro collettivo romanzo/processo composto da estratti dal dattiloscritto e reminiscenze biografiche del protagonista, estratti da altre opere, estratti dal manoscritto del protagonista del dattiloscritto del protagonista («Trellis vuole che tutti leggano questo libro salutare. Egli capisce che un opuscolo puramente moralistico non può colpire la massa dei lettori. Di conseguenza ha deciso di riempire il suo libro di porcherie. Ci saranno per lo meno sette tentativi di atti osceni subiti da ragazze giovanissime, e una quantità illimitata di parole turpi. Ci sarà inoltre del whisky e della birra in quantità»), interpolazioni orali dei personaggi, analisi retoriche del testo, incisi descrittivi ed esplicativi e interpretativi, ritagli di stampa, riassunti, continuazioni, riprese, note, memoriali, poesie epiche, meditazioni letterarie sul romanzo moderno («L'intero insieme della letteratura preesistente deve essere considerato come un limbo nel quale gli scrittori intelligenti possono trovare i personaggi richiesti. Il romanzo moderno dovrebbe essere in gran parte un repertorio di rimandi»), lettere di promesse di vittorie sicure alle corse dei cavalli.
Un libro davvero divertente ed entusiasmante come quando a teatro "qualcuno sfascia delle porcellane sulla scena" (Graham Greene) e per nulla superficiale, un po' à la Sterne del Tristram Shandy, che dimostra ulteriormente la tesi del «primato dell'America e dell'Irlanda nel campo della letteratura contemporanea» e della «povertà delle opere prodotte da scrittori di nazionalità inglese» (tesi tra l'altro sostenuta anche da una mia collega di inglese durante degli esami di Stato, visto che moltissimi degli autori di letteratura inglese dell'ultimo anno sono nati in Irlanda).

«Può darsi che l'alcool danneggi la mente, riflettevo, ma può anche darsi che questo danno sia piacevole. Farne l'esperienza di persona mi sembrava l'unico modo soddisfacente di sciogliere i miei dubbi. Consapevole del fatto che questo era per me il primo, silenziosamente palpavo la base del bicchiere prima di portarmelo alle labbra. Con spirito leggero mi interrogavo internamente».

Quando tutto va male e non ne azzecchi una,
per quanto fai il meglio che puoi fare,
quando la vita è nera come la stessa notte,
UNA PINTA DI BIRRA È QUEL CHE FA PER TE.
Quando mancano i soldi e non li puoi trovare,
e il tuo cavallo ti ha lasciato al verde,
quando non ti rimane che un mucchio di cambiali,
UNA PINTA DI BIRRA È QUEL CHE FA PER TE.
Quando stai proprio male, o hai un dolore al cuore,
e il tuo volto è più pallido della cenere,
quando il dottore dice che devi cambiare aria,
UNA PINTA DI BIRRA È QUEL CHE FA PER TE.
Quando il cibo ti manca e la dispensa è vuota,
e la pancetta sfugge la tua padella,
quando la fame cresce man man che salti i pasti,
UNA PINTA DI BIRRA È QUEL CHE FA PER TE.

venerdì 30 settembre 2011

tom sawyer e bart simpson

Una piacevolissima lettura è il Tom Sawyer di Mark Twain: spassosissimo, divertente, ironico, e si apprezza ancor di più se lo si legge ad alta voce in compagnia e, secondo me, se si è un fan dei Simpson serie che, del resto, contiene spesso citazioni da questo pilastro della cultura popolare americana –, perché si proietta retrospettivamente tutto lo humor della famiglia gialla e cattiva su questo romanzo dell'Ottocento.


giovedì 29 settembre 2011

studio coatto

Il lavoro scolastico, micidiale per certi caratteri, coatto, quasi meccanico, che, lungi dal costituire uno stimolo ad approfondire l’apprendimento, è senz’altro disamorante nei confronti di ogni disciplina, venne ad interrompere quel periodo, forse il più bello nella vita di un adolescente, in cui i presentimenti dell’ignoto fanno tutt’uno con i sentimenti per le ragazze, creando un alone di inconsapevole, metafisica stravaganza attorno alla grigia esistenza quotidiana.

(Stanislaw I. Witkiewicz, Insaziabilità)

lunedì 26 settembre 2011

il cristo hegeliano

More about Vita di GesùGià durante il suo periodo di studi presso l'università di Tubinga, il giovane Hegel inizia a mettere a confronto le immagini di Cristo e di Socrate, due voci della libertà tra un popolo di schiavi o fanciulli, due figure "incivili" e rivoluzionarie. In uno dei suoi primi scritti, Vita di Gesù (1795), Hegel contrappone quasi la figura di Cristo alla religione cristiana, vista come una religione alienante, che impone la rinuncia alla dignità umana e alla libertà, che spinge al ripiegamento ad una vita privata ed educa lo sguardo a rivolgersi al cielo. Il principio autenticamente cristiano sarebbe invece, contrapposto a quello giudaico, quello di un Deus in nobis, inteso come una sorta di identificazione di stampo illuministico tra divinità e ragione, tra fede nella divinità e fede nella ragione. Il punto di riferimento, per Hegel, è qui il Kant de La religione entro i limiti della sola ragione, che contrappone ragione e libertà ai dogmatismi e conservatorismi dei rigidi rituali della religione.
Ma il rigorismo dell'insegnamento morale kantiano è "addolcito" dal giovane Hegel grazie al richiamo al pensiero di Schiller. Per Kant il dovere morale è inestetico, la bellezza umana va conquistata con la dignità della fatica, necessaria all'uomo per debellare l'estraneità e la positività della legge morale: ragione e sensibilità, dovere e inclinazione non possono essere immediatamente in armonia: simbolo di questo ideale agonistico del merito è la figura mitica di Ercole, immagine dell'opera di automiglioramento, trasformazione interiore, perfezionamento. O meglio perfettibilità, poiché questa opera, questo lavoro, sono per Kant "infiniti", visto il male radicale presente nell'uomo, che non è certo puro spirito razionale ma costituito da un "legno storto": per questo la forma della legge morale è l'imperativo categorico "tu devi".
Hegel, pur non facendo proprio l'ideale schilleriano dell'uomo come "anima bella", in cui una naturale grazia armonizza immediatamente ragione e sentimento, non considera la sensibilità alla stregua di un nemico da schiacciare, bensì come una facoltà da conciliare, educare, per far perdere rigidità e positività al dovere, per perfezionare la legge, abolendola come puro statuto esteriore, lettera estranea, ma conservandola e rispettandola nello spirito.
Così gli uomini possono passare da individui servili, oggettivi, scissi, a uomini belli, interi, dialettici e che realizzino una comunità vivente in cui non vigano usanze meccaniche, in cui non sia necessario un Dio trascendente di cui si abbia più paura e venerazione che amore, dal quale si faccia dipendere il destino dell'uomo. Il culto della ragione che si è destata e «il sonno della ragione genera mostri» (Goya– sostituisce quello di un Dio tappabuchi con cui instaurare un rapporto caratterizzato da uno spirito bottegaio, da un ritualismo farisaico, da una fede legalistica e ipocrita.
L'uomo deve essere autonoma guida a se stesso in questo cammino di automiglioramento, deve raggiungere una piena maturità che lo affranchi sia da una religione a lui estranea sia da una sensibilità egoistica e non etica.

domenica 25 settembre 2011

l'immagine del signore

Nei capitoli 13-15 (volume 2) del suo manga Billy Bat, Naoki Urasawa ambienta la sua storia all'epoca di Cristo e presenta la figura di un giovanissimo Giuda che si interroga su quale sia l'immagine del Signore. Le tavole del mangaka presentano due pipistrelli, uno bianco e uno nero anche se sembrano indistinguibili, in perenne conflitto tra di loro. Quando il bambino chiede loro se sono Dio, la risposta contraddittoria dei due è «certo!» e «no!», poi, dopo un violento bisticcio, concludono «decidi tu se noi siamo o meno Dio!».


È presente nel manga anche la figura di Cristo, che in una tavola spazza via i mercanti che infestavano il tempio di Gerusalemme con una furia seguita da un sorriso.
 

sabato 24 settembre 2011

io sono un gatto

Discutendo di nuovo, come ogni anno, della critica mossa da Montaigne nei suoi Saggi alla visione presuntuosa e arrogante di un uomo che è «la piú disgraziata e la piú fragile di tutte le creature e tuttavia la piú orgogliosa», che «s'immagina di porsi al di sopra della sfera lunare e di poter mettere il cielo sotto i suoi piedi» e che «per la vanità di questa stessa immaginazione si eguaglia a Dio, si attribuisce le possibilità divine, attribuisce a se stesso ogni privilegio e si separa dalla massa delle creature», e quindi ricordando di come il filosofo francese avesse fatto l'esempio della sua gatta per spiegare tutto ciò – «quando gioco con la mia gatta chissà se essa mi prende come suo passatempo cosí come faccio io per essa?» –, questa volta la mente va alla letteratura giapponese e allo splendido incipit del romanzo Io sono un gatto di Natsume Soseki.

"Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l'ho. Dove sono nato? Non ne ho la più vaga idea. Ricordo soltanto che miagolavo disperatamente in un posto umido e oscuro. È lì che per la prima volta ho visto un essere umano. Si trattava di uno di quegli studenti che vivono a pensione presso un professore - mi hanno poi detto - e che fra tutti gli uomini sono la specie più perversa. Si racconta che costoro ogni tanto acchiappino uno di noi, lo mettano in pentola e se lo mangino. Però in quel momento, non sapendolo, non ebbi paura. Provai soltanto un senso di vertigine quando lo studente mi mise sul palmo della mano e di colpo mi sollevò per aria. Appena ritrovai una certa stabilità lo guardai in faccia, era il primo individuo appartenente alla specie umana che vedevo in vita mia. Che creatura curiosa, pensai, e quest'impressione di stranezza la conservo tuttora. Tanto per cominciare il viso, invece di essere coperto di peli, era liscio come una teiera. In nessuno degli innumerevoli gatti che ho conosciuto in seguito ho mai riscontrato una tale deformità. Come se non bastasse, nel bel mezzo della faccia aveva una protuberanza esagerata. Con due buchi dai quali ogni tanto uscivano sbuffi di fumo. Mi sentii soffocare, stavo per svenire. Solo di recente ho saputo che era tabacco, una cosa che agli uomini piace fumare".

In alcune delle sue osservazioni attente e distaccate sullo strano genere umano, poi, questo gatto sostiene che evidentemente, in origine, la natura avrebbe creato gli uomini e li avrebbe messi in questo mondo tutti uguali, come dimostrerebbe il fatto che ognuno di essi nasce completamente nudo. E "se fosse nella loro natura contentarsi dell’uguaglianza, dovrebbero essere soddisfatti di crescere e invecchiare nudi. Ma un giorno uno di questi uomini nudi probabilmente si è detto: visto che siamo tutti uguali, qual è l’utilità dello studio? Che risultato danno lo sforzo e la fatica? In qualche modo vorrei distinguermi dalla massa, vorrei essere unico e inconfondibile. Dovrei indossare qualcosa che stupisca tutti. Dopo aver riflettuto una decina d’anni per trovare quel che faceva al caso suo, il nostro uomo inventò finalmente delle corte braghe, se le infilò immediatamente e se ne andò in giro pavoneggiandosi e cercando di intimidire la gente".

venerdì 23 settembre 2011

un muratore

Metello (1955) di Vasco Pratolini appartiene a quella letteratura neorealistica che fa propria, dopo l'esperienza della chiusura fascista e i generi dell'evasività nella rappresentazione letteraria e cinematografica, l'esigenza di un nuovo contatto del letterato con la realtà storica e sociale, sulla spinta della teoria di Gramsci della necessità di costruire una letteratura nazional-popolare per garantire il progresso civile e raggiungere, attraverso una prima egemonia intellettuale e culturale, una successiva egemonia politica. Questa esigenza di realismo è ottenuta attraverso una trascrizione fonografica della lingua parlata, una rappresentazione fotografica degli ambienti e l'utilizzo e la presentazione di documenti.
Metello rappresenta il primo capitolo di una trilogia che, seguito da Lo scialo (1960) e Allegoria e derisione (1966), racconta Una storia italiana che va dal 1872 al 1966. In Metello si individua nel periodo post-unitario (1872-1902) il momento privilegiato per portare all'evidenza i difetti insiti nella società italiana che renderanno poi possibile la vittoria del fascismo. Attraverso un personaggio "tipico" si traccia la storia di una nazione, in particolare relativamente agli albori del movimento socialista, dallo spontaneismo degli anarchici all'organizzazione del partito, presentando un parallelismo tra la maturazione del protagonista e quella della classe operaia cui appartiene, in una sorta di romanzo di formazione ed educazione del giovane operaio.
La prima cosa che Metello impara è la solidarietà con gli "altri" che compongono il "noi" dei compagni di lotta e di lavoro, delle loro famiglie, della classe, di un'unità nella miseria in cui si riconosce una patria più vera di quella ufficiale. Poi, in prigione, sente per la prima volta «parlare di socialismo, di uguaglianza, di lavoro che andava pagato "secondo il sudore"» e sente dire che «ora che si è fondato questo nuovo partito, gli resterà sempre più difficile farci del male».
La crescita fisica, naturale, di Metello, innocente e forte come una giovane pianta o un animale e il cui «sangue è una rosa che stioppa», va di pari passo con quella spirituale, intellettuale: «come il suo corpo fioriva nella piena maturità, così il suo modo di agire e di pensare si era rafforzato». La sua è una maturazione politica e umana insieme, perché il socialismo è una forma di umanesimo integrale, e il suo progresso è inarrestabile: «si poteva fargli segnare il passo, spingerli indietro non era più possibile. Le macchine che gli erano state messe nelle mani, e che producevano ricchezza, col loro rumore forse, li avevano destati».

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